Per accedere all'isola che non c'è
bisogna staccarsi da terra.
Saper volare.
Andare oltre le apperenze
la sensibilità comune.
Non si tratta tanto di spostarsi in un luogo remoto,
in qualche spiaggia esotica
come qualcuno crede.
E' lì a portata di mano.
Basta volerlo
con tutto se stessi
per varcare la soglia
da sempre aperta
lì a un passo.
Prima però bisogna sciogliere i lacci,
rompere gli ormeggi
farsi leggeri,
piccoli piccoli.
Allora forse un mondo apparirà.
Di una luce, una completezza, un'armonia straordinarie.
Basta volerlo
sabato 16 maggio 2015
venerdì 13 marzo 2015
Byrdman 2
Una vita allo
specchio.
La caduta dal
paradiso sembrerebbe quella di essere entrati nel mondo della
dualità, dell'immagine riflessa, del giudizio dell'altro, il dover
essere secondo il proprio ideale, gli altri, la società. Tutto ciò
per nutrire la propria presunzione, hybris.
Il teatro, ma più
in generale la città, il luogo labirintico, claustrofobico della
mente dove si gioca il ruolo del soggetto rappresentato. Sia nella
scena ma soprattutto dietro le quinte, nel camerino, al bar, per
strada. È lì che la “macchina antropologica” lavora
sotterraneamente nella costruzione delle parti, nell'identificazione
ripetuta dei ruoli fino a incarnarli profondamente. Luogo eminente
dello specchio. Sottolineato dalla presenza costante degli specchi.
Sia reali nel camerino dove guardarsi, identificarsi in un ruolo, sia
simbolici come il volto dell'amata o la critica, il pubblico durante
la rappresentazione per sedurli con il proprio fare.
La vera battaglia
non è tanto quella di convincere di essere autorevoli, di crearsi un
prestigio, quanto uscire da quella macchina diabolica nel senso
letterale di macchina della divisione, della scissione tra la vita e
la conoscenza e della riarticolazione delle parti. I frammenti da
riassemblare, mettere insieme all'infinito. Uno sforzo pari a quello
di Sisifo.
Aprire una finestra
verso l'ignoto l'unico modo reale di trovare la via della libertà.
Dal punto
di vista formale la continuità della vita prima e dopo l'incidente,
Un piano sequenza ininterrotto. Il rullo dei tamburi gli accenti
emotivi a colorare la continuità. In mezzo c'è il suicidio tentato
poi il sonno, il coma. Un momento di sospensione dove trovare pace,
un insieme di immagini discontinue, fino a arrivare a vedere le
stelle, la luce. Ma non è ancora tempo. La morte non è stata
perfetta. Giù allora gettati di nuovo a incarnare una nuova “vita”.
Al punto che tra il prima e il dopo lo stesso personaggio sembra
irriconoscibile, direi un altro attore, sottolineato dalla
tumefazione tra occhi e orecchio come una maschera nera a nasconderlo
ancora come una foglia di fico.
lunedì 2 marzo 2015
Byrdman
Birdman come il nome
dice è l'uomo uccello.
Suo anelito quello
di volare, vincere la gravità.
Per tomshon l'aver
interpretato il ruolo di super eroe a hollywood non basta più. Là
si gioca ancora con la finzione, si fa cinema d'intrattenimento.
A teatro invece
tutta un'altra musica.
In attesa della
prima.
Il punto di collasso
dove la vita reale coincide con il copione trasfigurandosi.
Teatro di vita dove
si mette in scena la verità, se stessi a nudo.
E non si gioca più.
All in.
Tutta la personale
reputazione, il prestigio, per non parlare del denaro, ma ancor più
la propria vita sul piatto.
Si può vincere o
perdere tutto.
La sfida è comunque
di superare il limite.
Quel confine tra la
dura verità quotidiana e i propri sogni.
Il premio il salto.
Per sanare quella
schizofrenia delirante tra desiderio e realtà.
Con essa bisogna
fare i conti.
Per ottenere tale
risultato bisogna riuscire a far andare ogni cosa a tempo debito,
controllare le proprie emozioni, gli imprevisti, le idiosincrasie
degli attori presenti. La macchina teatrale come una macchina
alchemica per funzionare a puntino deve essere perfetta. Ogni
tassello da tutto il suo contributo fondamentale. Spendendosi fino
all'ultima goccia. Una gara di resistenza a oltranza. Uno sforzo
immane. Basta un comportamento automatico agito all'improvviso per
far saltare tutto. Ecco allora uno scatto d'ira, di gelosia
sottolineati dal rullo dei tamburi. Per evidenziare la deriva
macchinica involontaria di ogni personaggio. La catena di risposte
automatiche incontrollabili. Un niente per far saltare tutto. Via
allora dentro il camerino o qualsiasi altro posto intimo solitario come la ringhiera di un terrazzo a un passo dal vuoto. Il luogo purificatore dove ci si
ricostruisce, si trova un equilibrio precario, si mette limiti per ripartire, per
superare le crisi d'identità.
In ogni caso dopo lo
spettacolo niente sarà come prima.
Perché ogni volta
si muore per rinascere ancora.
La speranza quella
di spiccare il volo per sempre, non cadere giù di nuovo.
Si vorrebbe essere
solo l'eroe invincibile con tanto di poteri.
Triste il risveglio.
Dopo aver toccato il
cielo con un dito ci si sveglia nel letto di un ospedale.
Con una
nuova maschera, un nuovo volto.
Un attimo per
riconoscersi davanti allo specchio per una ulteriore identificazione
narcisistica. Il passo necessario per ricominciare un nuovo copione,
un'ulteriore storia.
L'alchimia di
saltare nella nuova dimensione non ha funzionato.
Il ciclo delle
incarnazioni fa il suo giro.
Basta solo averne la
coscienza per spezzarlo.
Non giocare più.
Prendere il volo
dalla finestra.
L'ultimo atto
liberatorio.
Comunque niente di nuovo.
Già edipo, la tragedia greca avevano detto tutto al riguardo.
lunedì 23 febbraio 2015
L'ultimo volo
Una grossa cavalletta comune.
In silenzio.
Per una settimana.
Attaccata a un infisso.
Alla vita.
Inutile il tentativo di spostarsi
lentamente in alto.
Un giorno qualunque è caduta giù.
Per terra.
Vinta dalla gravità
Gli ultimi istanti sul pavimento.
Immobile.
Poi piegata di fianco.
Di colpo.
Senza dire nulla.
Un altro passo verso il baratro.
Ma non ancora.
Una lunga matita scesa dal cielo.
La forza ancora di aggrapparsi con
tutta se stessa.
Per stramazzare ancora.
Rigida per sempre.
Senza vibrare più.
Solo riflessi automatici delle
miofibrille.
Per confermare la sua natura
macchinica.
Poi neanche più quello.
martedì 20 gennaio 2015
Una questione di ritmo
Da qualche parte si era deciso il
loro incontro.
Anche se non c'era la certezza.
Tante cose dovevano concatenarsi
insieme perché succedesse.
Anche quel giorno il sole si era
alzato presto.
L'aria era calda.
Quanto bastava per sgranchire le
miofibrille.
Fatto capolino dal solito rifugio
aveva ripreso a volare ronzando. Un suono così familiare da non
sentirlo più. A colpirla invece una strana melodia lontana, una
vibrazione bassa ripetuta come un mantra.
Lo stesso giorno rintanato nel
solito buco aspettava. Con la luce o con il buio non faceva molta
differenza. Da mesi era in attesa. Nel frattempo con tanta pazienza
aveva tessuto quel tappeto delicato illuminato la mattina dalle gocce
della rugiada attraversate dai primi raggi di sole. Non era molto
grande. Quanto bastava per accogliere gli ospiti. Come ogni giorno
immobile da un lato pizzicava le corde con sapienza per produrre una
vibrazione armonica la più ammaliante. In molti si erano avvicinati
per ascoltarla. Qualcuno ogni tanto si faceva avanti. Allora era
festa grande.
Mentre volava spensierata quel
suono si faceva sempre più presente. Al punto da catturare tutta la
sua attenzione. Come attirata da un magnete non riusciva più a
filare diritta. Quasi dimentica della meta aveva cominciato a
disegnare traiettorie ondivaghe. Come fosse ubriaca. Più si
avvicinava più quella musica la conquistava. Da lontano sembrava
stesse danzando. Le veniva naturale di muovere il corpo sinuosamente
chiudendo gli ocelli. Un giro, un altro ancora. Una picchiata verso
terra. Poi a tutta birra verso il cielo. Passo dopo passo stava per
arrivare alla fonte di quel suono meraviglioso. Tanto più si
avvicinava tanto più le note venivano naturali al suo partner.
Entrambi in trance, l'una per il suono, l'altro per la visione di
quella danza erano alla ricerca del ritmo perfetto. Quello in grado
di accordare pienamente i loro mondi fino al punto di farli
coincidere.
Poi di colpo la danza si fermò.
Impossibile muovere le ali.
Come si fossero appiccicate a
qualcosa di vischioso.
Ancora in preda a quella frenesia
non capiva cosa stava succedendo. Tanta la voglia di ballare ancora.
A un certo punto la musica si
arrestò.
Al suo posto solo battiti
frenetici di passi in avvicinamento.
Il tappeto sottile dove si era
fermata cominciò a ondeggiare paurosamente. Alla fine come previsto
si incontrarono.
domenica 18 gennaio 2015
Congedo où les enfants du paradis
Le
parole e le cose.
Parole,
note, immagini, luoghi svuotati di senso.
Senza
più cercare un mondo.
Pensare
di averlo sopportato fino a allora la grande sfida, illusione.
Manierismo
puro.
L'unica
seria possibilità ancora.
Uscire
dalla storia.
Senza
negarla.
Solo
svuotandola da dentro per pienezza.
Lasciandola
essere.
La
scrittura, la canzone perfette.
Perfettamente
inutili.
Inconsistenti.
Con
i segni evidenti delle microcrepe sparse dappertutto.
Oltre
ogni scrittura del senso.
Autodisgregazione
della pagina bianca.
Come
don chichotte fa con lo schermo del cinema brandendo la spada nella
rievocazione di welles.
Rimane
un misto tra ilarità spiazzante e l'ennesima possibilità.
Sapendo
questa volta di stare giocando solo col niente, il vuoto da sempre
sullo sfondo.
Resta
solo la contemplazione pura di una potenza (in questo caso romantica)
agita senza altri fini.
Una
rievocazione con letizia, con il sorriso sulle labbra.
Come
se si stesse rivedendo tutta la vita passata oramai abbandonata però
senza formulare giudizi. Osservandola da un altro livello. Nuove vie
di fuga vissute, tracciate, create.
In
ogni caso niente a che vedere con la nostalgia.
Solo
un guardare bonario, pacificato quel passato lasciato essere senza
più interrogarlo, indagarlo.
La
stessa visione di chi dal paradiso gettasse per un attimo lo sguardo
giù nella creazione.
Operazione
questa nettamente distinta dalla rievocazione trash.
In
quanto libera dalla pulsione di trasgressione, dalla legge del
piacere, dal desiderio orgiastico affaccendato a triturare,
profanare, desadizzare ogni cosa secondo i propri fini edonistici di
transvalutazione. Niente letizia, al massimo un agire consapevole,
condiviso, democratico nello scambio dei ruoli quando va bene.
Anche
nel congedo si tratta di profanare, liberare tale livello dalla
dimensione sacra trascendente per lasciarlo essere pacificamente,
rispettosamente. Senza interrogarlo, agirlo ancora secondo una logica
economica del valore transvalutato, ricodificato. Tutto è compiuto,
realizzato, perfetto senza bisogno di replica. Certo sempre possibile
la ricaduta, il rimescolare le carte, la riterritorializzazione. Ma
questa è un'altra storia.
Tu sei la luce
Tu sei la luce
mercoledì 7 gennaio 2015
Margini
Da un po' di giorni andava alla
ferrovia.
Anche perché
c'era un sole insolito per la stagione.
Nel corso degli anni i confini
della no man's land si erano fatti ancora più
stretti. La città
continuava a inglobare nuove fasce di terra prima abitate solo da
ratti, senzatetto, clandestini.
Pure le nutrie del canale avevano
dovuto fare i bagagli per spostarsi un po' più
a valle.
Restava solo quella fascia
desolata percorsa da linee ferrate arrugginite raramente in uso.
Altri prima di lui avevano
scavalcato la rete, percorso quei sentieri di mattoni in cemento. A
testimoniarlo bottiglie vuote, scarpe rotte, vestiti abbandonati.
Da un lato la città, meglio i
confini abitati. Dall'altro il CNR, il nuovo polo scientifico in
procinto di essere ultimato. Due grossi edifici in muratura rossa ai
lati del canale dalle linee possenti. Non senza il vezzo di qualche
fuga spiraliforme giusto per ostentare qualcosa.
Lungo il camminamento in cemento
tante mattonelle fuori posto. Dentro le canaline i fili elettrici a
nudo.
Un saltello e via per continuare
il viaggio lungo i binari.
A un certo punto una pietra
sistemata al contrario.
Un segno?
La sollevò.
Sotto solo la pelle secca di una
biscia.
La tana di muta di una nuova
rinascita.
Da alcuni giorni era solito
fermarsi a prendere il sole in una di quelle case di manovra a fianco
della ferrovia nei posti di snodo.
Per arrivarci bisognava superare
il ponte.
Il punto più stretto, il più
alto.
Da li sopra si poteva vedere un
insolito panorama.
Sotto il canale ridotto a una
strisciolina scura ondulata.
Sullo sfondo la città con i suoi
palazzi disordinati.
Dall'altro lato la periferia.
Scampoli di campi coltivati a
tappezzare gli spazi vuoti tra centri commerciali, capannoni
industriali fatiscenti. Un miscuglio confuso di realtà poco
conciliabili.
Anche quel giorno prima di
passare si assicurò di non vedere nessun treno merci all'orizzonte.
Gli unici a solcare ancora quella tratta. Si buttò sul fianco destro
del ponte, poi superatolo riprese il sentiero in cemento tracciato a
fianco dei binari fino a arrivare a destinazione.
I mattoni rossi della parete
erano già caldi.
Il posto ideale per attutire la
temperatura nonostante tutto invernale.
Quel giorno si fermò più del
solito.
Fino a allora non aveva mai visto
nessuno.
Solo tracce di vita randagia qua
e là.
Un suono improvviso di frasche
mosse lungo il greppo.
Il fumo da una capanna
improvvisata in legno e lamiera nascosta tra la vegetazione.
Le voci riverberate dal campo rom
non troppo distante.
L'accelerazione di una macchina
nella strada secondaria sottostante.
Su tutto il rumore di fondo della
città.
A un certo punto la sua
attenzione fu catturata dal movimento rapido di un'ombra nera
all'orizzonte. Pochi passi veloci per attraversare i binari prima di
scomparire nella casa di manovra lì poco lontano.
Dopo un po' dei rumori di sassi
calpestati dalla parte opposta.
Un signore con una giacca a vento
verde militare.
Ha appena superato il ponte.
Lentamente va dalla sua parte.
Lo vede.
Rallenta vistosamente.
Attraversa indeciso la ferrovia.
Per scomparire da dov'era venuto.
Forse si dirigeva proprio là.
Per sedersi su quella pietra
fatta a posta per prendere il sole.
Difficile saperlo.
Con sua sorpresa quei posti
all'apparenza deserti erano invece abitati da un'umanità schiva poco
incline a lasciarsi inquadrare. Abituata a vivere nell'ombra, lontano
più possibile da un certo uomo “civilizzato”.
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