Andare al fondo del nostro essere
Là dove tutto ha avuto inizio
Là dove tutto finirà
Nel silenzio sottile
Senza paura del vuoto
Per vedere cosa succede
Solo rumore di fondo
Oltre ogni apparenza
Dopo maya
sabato 19 marzo 2016
lunedì 14 marzo 2016
Il funerale del funerale
Prima
di partire
Vorremmo
spendere due parole in merito al funerale della saracca
La
saracca è un rito
Un
auspicio di rigenerazione
per
una vita rinnovata ancora
Grazie
anche a un sacrificio
Quello
della sardina
Un
piccolo pesce povero
Eppure
è grazie a esso se tante famiglie sopravvivevano all'inverno
La
vita e la morte
Inscindibili
Spesso
da lasciare senza parole
Ma
il vento fa il suo giro
Così
come la vita
Volenti
o nolenti
Anche
quest'anno siamo lì pronti a festeggiare spensieratamente
spinti
da un vitalismo inarrestabile
Anche
quest'anno ci apprestiamo a vivere dei momenti di svago insieme
Consapevoli
però di quel sacrificio
Pronti
a accogliere la vita
a
rispettare la morte
Con
il sorriso in volto
la
malinconia nel cuore
Ora
bando alle ciance
Una
giornata davanti ancora
Una
nuova impresa
Perché
il funerale della saracca non ha confini né tempo
se
non quello della vita
Perciò
tutti pronti a salire in sella
Giovedì
a camere d'aria per preparare il mezzo
Domenica
per le strade di campagna
se
il tempo lo permetterà
Direzione
da qualche parte
dove
compiere ancora il miracolo della vita
Non
troppo lontano da Monte Uliveto
Né
troppo vicino
Con
nel sacco cose semplici da condividere
A
partire dall'entusiasmo
Ancora
la lotta tra la vita e la morte
Perché
morire è innanzitutto accettare di spegnersi dentro
Pensare
la morte come l'ineluttabile
Il
nemico invincibile
Memento
mori
diceva
l'untore
Bada...
Memento
vivere
Nonostante
tutto
Consapevoli
come non mai
Eppure
leggeri come l'entusiasmo puro di un bambino
Oggi
è il giorno giusto
Facciamola
finita
Le
parole di un amico sconsolato
Un
tempo lontano eppure vicino
Troppa
la voglia di vivere quel giorno
Per
lasciarsi andare
No
Oggi
no
martedì 8 dicembre 2015
Della grande ignoranza
Santa
ignoranza.
Dotta
e foriera di frutti ancora acerbi.
Un
mondo è andato.
Non
del tutto la sua ombra pesante.
Liberarsene
prima possibile.
Senza
rimpianti.
Viva
la nuova ignoranza.
Grado
zero di sapere.
Segno
di massima liberazione.
Da
tutto quanto ci legava.
Senza
più il ricordo della finalità o del senso.
Solo
l'inerzia residuale di quanto non c'è più.
Già
al tramonto da chissà quanto.
Resta
ancora una vibrazione lenta.
Di
qualcosa scomparso per sempre.
In
molti a lagnarsi dell'ignoranza delle nuove generazioni.
Gli
stessi ancora avvinti nelle maglie di un sistema all'apparenza
incapace di arrestarsi.
Tutto
è già compiuto.
Ricapitolato.
Rimane
solo la contemplazione stupita di quanto fu nella potenza, libera ora
di gettare nuovi semi, scintille di luce invisibili ai più.
domenica 8 novembre 2015
A 14 2015
A
fare autostop erano rimasti in pochi.
Tante
cose erano cambiate. La società attuale non rispecchiava più i
valori libertari di una volta. Si era preferito piuttosto affermare
un senso di sicurezza al di là di ogni logica. Complici i media, un
sistema onnipervasivo incentrato sulla legalizzazione di ogni
manifestazione, capace di riprodursi viralmente in ogni luogo,
situazione. A volte appena saliti si sentiva dire di essere il primo
autostoppista a bordo da sempre. Una specie rara oramai estinta da
tempo. Spesso a fermarsi erano proprio quei figli di fiori alla lunga
riassorbiti dal sistema, dalle logiche familiari, dal lavoro al punto
di non riuscire più a vedere alcun punto di contatto con quelle
immagini esotiche celebrate da tanti film. Eppure tanti suoi giovani
amici avevano ripreso quella tradizione con nuovo entusiasmo. Non di
rado si spingevano oltre le alpi diretti in francia, germania, là
dove ancora l'autostop è una pratica condivisa. Di certo il più
atipico di tutti era fabrizio spesso con siddharta. Lui
sessantacinque anni, nemmeno dieci suo figlio. Capelli lunghi e barba
bianca, lo sguardo profondo, sincero, un sorriso rassicurante utile
per fronteggiare le emergenze più ricorrenti. In particolare
l'arrivo della polizia allertata dagli automobilisti preoccupati
per le sorti del bambino. A facilitare il loro compito una rete
globalizzata di sguardi, parole. Controllori di tutto a loro volta
sotto controllo perenne. Immancabile l'intervento della volante dopo
le chiamate di avvertimento.
Documenti...
dove andate... da dove venite...
insomma
le solite domande.
Fabrizio
e siddharta non erano caduti in quella rete stritolante, o almeno
avevano provato a allentarne la presa anche per inseguire un senso di
libertà ai più sconosciuto. Non senza pagare pegno.
Quel
giorno era partito di sabato.
Salutati
gli amici, i genitori via verso il casello per fare ritorno a casa.
Là dei provetti panificatori operavano una volta ancora la
trasformazione dell'acqua e della farina in un pane buonissimo.
Voleva essere presente anche lui.
Che
la giornata non fosse partita bene si era visto subito. Era sabato
cazzo. I viaggiatori esperti si riposavano a casa. Lungo la strada
solo i guidatori distratti del sabato spesso con utilitarie scassate,
la famiglia al seguito. Irraggiungibili le poche macchine di grossa
cilindrata, i suv con i vetri scuri rigorosamente dotati di pass
pronti a sfrecciare più velocemente possibile. Difficile
intercettare i loro sguardi, impossibile scambiare anche una sola
parola.
Fare
autostop oggi non è certo una passeggiata.
Per
carità i tempi di percorrenza sono veloci, tre ore quando va male,
due se tutto fila liscio per coprire un paio di cento chilometri.
Sempre meglio del treno regionale. Lì non sai mai se arriverai a
destinazione. In quel frangente poteva succedere di tutto. Sempre
all'erta. Con le antenne dritte per riuscire a leggere al meglio ogni
istante presente, per dare le risposte giuste. E non c'era regola a
tenere. Ogni volta bisognava improvvisare con la massima celerità
possibile. Questioni di secondi. Una parola sbagliata. Tutto da
rifare daccapo.
Quel
giorno sembrava eterno. Ma disperarsi non serviva. Meglio lasciare
sgomberi i pensieri per ottimizzare le forze.
Poi
come d'incanto un passaggio fino a fano prolungato miracolosamente
fino a rimini sud.
Rimini
sud.
Quella
era la barriera più difficile.
Una
sorta di spartitraffico tra le marche e la romagna.
La
prova da superare prima del premio finale.
Nonostante
l'enorme traffico pochi disposti a ascoltarti.
A
peggiorare le cose solerti casellanti pronti a uscire dalla cabina
per mandarti via a suon di urla e di minacce. Neanche avessero visto
il demonio.
Qui
non puoi stare.
Te
ne devi andare subito.
Frasi
pronunciate con gli occhi strabuzzati, la bava alla bocca.
Oramai
ci aveva fatto il callo.
Pronta
la risposta.
Da
qui non me ne vado.
Cercando
di mantenere tutta la calma e il distacco possibili.
Ah
no? Allora chiamo la polizia.
Libero
di farlo la replica.
Da
quel momento il countdown attivato per non essere inquadrati nel
mirino del sistema.
Andare
via prima possibile.
Alla
velocità della luce.
Fino
a diventare inconsistenti come un fotone.
Via
tutte le maschere.
Decisi
come se in palio ci fosse la vita.
Un
casello vale l'altro.
Anche
il più vicino.
Ovvero
rimini nord.
In
tali frangenti qualcosa di speciale succede.
Chi
sta dentro la macchina percepisce qualcosa.
Via
le barriere usuali.
Tutto
sembra facile.
E
in pochi istanti voilà il passaggio per rimini nord.
Il
minimo.
Ma
non importa.
Arrivare
là è come mettere piede oltre il confine.
Da
lì in poi tutta un'altra musica.
A
forlì una signora cinquantenne anche lei autostoppista da giovane.
Ha la voce un po' rauca per il fumo. Ma è simpaticissima. La pecora
nera del paese. Quella ribelle per natura. Certo alla fine normalizzata pure lei.
Va
a bologna per trovare un amico.
Abita
in via guelfa.
La
stessa strada di camere d'aria dove c'è parcheggiato il forno a
legna.
Stupiti
non poco dalla coincidenza ci si lascia con un abbraccio caloroso.
mercoledì 9 settembre 2015
E notte fu...
Da
vari anni non tornava in quel luogo.
Da
quando partito un mondo se ne era andato.
Di
botto.
Una
vera apocalissi.
Il
tempo a venire per realizzarlo.
Capisci
allora dell'inconsistenza di quanto ci circonda, di quanto
all'apparenza sembra contare.
Basta
spostarsi di poco.
E
tutto cambia senza ritorno.
Allo
stesso tempo comprendi la forza dei propri desideri, della volontà,
dell'amore, dell'intento sottaciuti.
Uno
sguardo non indifferente capace di trasmutare la materia grezza, la
povera realtà in un mondo magico bellissimo. Certo con le sue ombre,
le idiosincrasie opportunamente silenziate.
Forse
è proprio questo uno dei possibili sensi del portare la luce dove
prima era buio. In fondo c'è notte e notte. E la più nera non
sempre ha un risvolto negativo. Così spegnere tutte quelle luci
artificiali può essere l'occasione per saper captare nell'oscurità
scintille di luce. Insomma per vedere meglio a volte bisogna prima
fare buio. Allora in certi momenti di illuminazione scopri che non
tutte le vacche sono nere. Anche avvolti in tanto nero qualcosa di
residuale trapela. Forse lì si annida l'essenziale. Buio e silenzio
gli strumenti da sempre per fare questo vuoto. Per andare oltre
quella illusoria continuità percettiva. Il punto (quasi) zero da
conquistare. Quel non luogo foriero di possibilità infinite se solo
lo si cercasse senza se e ma.
Ma
il discorso oggi prende un'altra piega.
Qui
lo sguardo è più quello dell'angelo benjaminiano intento a volgersi
a tergo per mirare le macerie della storia.
In
questo caso i cumuli di rovine sono soltanto la realtà grezza, il
substrato rimesso a nudo.
Finito
l'amore, il collante di quel mondo, rimane solo questa materia
povera, basilare pronta per nuove doglie. Intanto però niente più
scintille capaci di illuminarla solo a volerlo. Da soli o insieme. Lo
sforzo collettivo nel tentativo magico di attivare livelli inauditi
in potenza, bellezza. Senza quel carburante impossibile elevarsi.
Avoja a pronunciare parole magiche, a scuotere bacchette, vincastri.
Ecce
realtà nuda.
Soltanto.
La
più vicina alla sensazione pura.
Il
bicchiere mezzo vuoto.
Niente
più trasporto.
Come
se ogni cosa avesse perduto l'anima.
In
giro solo fantasmi, no... zombie.
Vedo
anche cri.
La
guardo.
È
a pochi passi da me.
Lontana
all'infinito.
Di
un'altra dimensione.
Preferisco
tacere.
Non
annodare discorsi inutili.
Impossibile
incontrarsi con lo sguardo.
Niente
più riflette.
Come
vivessimo due realtà separate da una membrana trasparente anonima.
Fra
tanta gente nessuno mi riconosce più.
Anche
quando provo a salutare.
Come
fossi trasparente, etereo.
In
loro si rispecchia solo il fantasma di quel marco che fu.
Terminiamo
il giro con gli amici stranieri.
La
sensazione di stare girando nei corridoi di un museo a ciel sereno. A
mirare oggetti, situazioni anonimi oramai al di fuori da ogni uso se
non quello della contemplazione distaccata.
giovedì 3 settembre 2015
Ecologia dello spirito
Oggi non ce la faccio.
Come fossi di cemento.
Ogni gesto è difficile, vischioso.
Ieri ho scoperto quanto avrei già dovuto sapere da un pezzo.
L'occhio destro vede sempre di meno.
Oggi ho contattato l'oculista della prima lontana operazione laser.
Essersi abituati bene.
Questo il problema.
Difficile l'idea di essere tornati indietro.
Ma non è solo questo.
Vedere il corpo disfarsi lentamente.
E' questo quanto provato dalla zia operazione dopo operazione?
Quando al risveglio si scopriva privata di parti di sé, di funzionalità irrecuperabili.
Difficile anche accettare l'idea di stampo spirituale del corpo come grave, peso, croce.
Ecco allora tanta industria per immobilizzarlo, privarlo dei piaceri, metterlo a regime.
Certo per seguire la via dello spirito per liberarlo.
Un lungo viaggio a ritroso dopo aver ceduto alla tentazione dell'incarnazione.
Moh che si fa?
Non è affatto pacifico abbandonare la nave che affonda centimetro dopo centimentro.
Anche perché per molti di loro l'identificazione con l'infinito, con la coscienza cosmica indeterminata è un fatto assolutamente normale.
Come se vivesserogià da un'altra parte oltre questa dimensione.
Certo rimane l'annosa questione di come ridare dignità, consistenza, essere a questo abbaglio ancestrale. La macchina fisica, quel corpo fragilissimocome un cristallo sottilissimo.
Arrivederci a tutti e buonasera.
No, questo non riesco ancora a pronunciarlo.
Qualcosa mi trattiene ancora.
Quegli stessi così veloci a abbandonare la nave quanto a rimpolpare questa esistenza progettando futuri improbabili mossi da una fede un ottimismo ogni oltre logica nel migliore dei casi.
No non mi sento così.
Se proprio devo, ripeto devo, perché altra via non vedo, lo faccio a malavoglia.
Non senza dare uno sguardo indietro, memore delle macerie lungo la strada. Non senza disappunto.
Certo una via bisogna pure trovarla, una soluzione la più folle che ci sia.
In fondo si trattasolo di abbandonarsi all'infinito.
Soprattutto saper scompariresenza lasciare tracce a venire.
Nel rispetto delle migliori regole ecologiche
Come fossi di cemento.
Ogni gesto è difficile, vischioso.
Ieri ho scoperto quanto avrei già dovuto sapere da un pezzo.
L'occhio destro vede sempre di meno.
Oggi ho contattato l'oculista della prima lontana operazione laser.
Essersi abituati bene.
Questo il problema.
Difficile l'idea di essere tornati indietro.
Ma non è solo questo.
Vedere il corpo disfarsi lentamente.
E' questo quanto provato dalla zia operazione dopo operazione?
Quando al risveglio si scopriva privata di parti di sé, di funzionalità irrecuperabili.
Difficile anche accettare l'idea di stampo spirituale del corpo come grave, peso, croce.
Ecco allora tanta industria per immobilizzarlo, privarlo dei piaceri, metterlo a regime.
Certo per seguire la via dello spirito per liberarlo.
Un lungo viaggio a ritroso dopo aver ceduto alla tentazione dell'incarnazione.
Moh che si fa?
Non è affatto pacifico abbandonare la nave che affonda centimetro dopo centimentro.
Anche perché per molti di loro l'identificazione con l'infinito, con la coscienza cosmica indeterminata è un fatto assolutamente normale.
Come se vivesserogià da un'altra parte oltre questa dimensione.
Certo rimane l'annosa questione di come ridare dignità, consistenza, essere a questo abbaglio ancestrale. La macchina fisica, quel corpo fragilissimocome un cristallo sottilissimo.
Arrivederci a tutti e buonasera.
No, questo non riesco ancora a pronunciarlo.
Qualcosa mi trattiene ancora.
Quegli stessi così veloci a abbandonare la nave quanto a rimpolpare questa esistenza progettando futuri improbabili mossi da una fede un ottimismo ogni oltre logica nel migliore dei casi.
No non mi sento così.
Se proprio devo, ripeto devo, perché altra via non vedo, lo faccio a malavoglia.
Non senza dare uno sguardo indietro, memore delle macerie lungo la strada. Non senza disappunto.
Certo una via bisogna pure trovarla, una soluzione la più folle che ci sia.
In fondo si trattasolo di abbandonarsi all'infinito.
Soprattutto saper scompariresenza lasciare tracce a venire.
Nel rispetto delle migliori regole ecologiche
mercoledì 22 luglio 2015
Odissea nello spazio e nel tempo di ora
Come
sia nato l'uomo rimane un mistero.
Da
circa 250000 anni si sono succedute tante variazioni spesso
inspiegabili fino a giungere ai nostri giorni.
Circa
10000 o 20000 anni fa, cosa cambierebbe, l'ultimo uomo, quello
sapiens o anche faber, tecnologico. Apparso tra le valli della
Mesopotamia, dell'India fino all'Africa nord orientale. Ma poteva
essere la Siberia, o il freddo nord Europa, o il centro America. Di
punto in bianco ecco apparire anche il grano come lo conosciamo oggi,
gli animali domestici e via dicendo.
C'è
chi attribuisce tale passaggio a qualche cultura aliena. Un esempio
per tutti Kubrick e il suo 2001 Odissea nello spazio. Per Castaneda
si tratta piuttosto di essere spirituali predatori (I Voladores)
venuti a colonizzare la terra per utilizzare la macchina uomo al suo
servizio come in Matrix. La stessa Bibbia narrerebbe secondo la
traduzione letteraria di Mauro Bilino dell'alleanza con Javè, uno
dei tanti Eloim venuti per governare l'umanità. Gli Eloim ovvero
un'altra etnia, civiltà aliena evoluta capace di indossare i panni
umani, di generare insieme discendenze semidivine (come nelle
mitologia greca).
Avanzati
al punto da riuscire a modificare geneticamente l'uomo per farne un
docile strumento di controllo grazie al potenziamento/innesco della
mente sopra le altre funzioni biologiche “naturali” cioè
avvenute per mutazione spontanea. Tale scenario è in parte lo stesso
ipotizzato da Stargate.
Ora
che fine hanno fatto gli Eloim nessuno lo sa. La maggior parte
dell'umanità se ne è dimenticata, anche per il tentativo di
nascondimento, traviamento operato da certe istituzioni secolari
statali o religiose che siano,
C'è
invece chi li vede ancora come Caterina Stefania una “aperta”
capace di andare “oltre la barriera”, alias velo di Maya, Matrix.
Con lei padre Tomislav uno dei frati protagonisti a Medjogore. Ora
entrambi in abruzzo in una comunità mistica intenti a fare rituali
cosmici ai quali parteciperebbero pure entità aliene.
Anche
Castaneda a suo modo parla della stessa cosa, di piani di realtà
differenti al di là della matrice interpretativa di questo mondo, di
un cosmo popolatissimo aventi finalità predatorie.
Ma
torniamo agli Eloim, scomparsi certamente dal piano visivo non prima
di aver innescato nell'uomo quei dispositivi culturali alla Foucault
capaci di imbrigliarlo entro maglie fitte, la grande barriera, con lo
scopo di predisporlo al lavoro, alla conservazione della specie per
farne carne da sfruttamento. Insomma l'uomo come schiavo. Lo stesso
prefigurato da Platone dentro la caverna, cieco fino alla paranoia.
L'uomo macchina imperfetto, perché frutto di una sintesi
approssimativa. L'unico animale sulla terra senza ambiente,
produttore di mondo artificiale, sfruttato da potenze superiori per
depredarlo del suo lavoro, della sua conoscenza, della sua energia.
Questo
lo scenario più ampio del potere rispetto a quello ipotizzato
politicamente dalla comunità invisibile.
Rimane
lo stesso unico fine possibile, quello della liberazione assoluta
dell'uomo da tutto quanto ci predispone, ci obbliga alle nostre
spalle sia come forze occulte, sia come poteri secolarizzati e via
dicendo. Se per Colombo andare oltre la barriera significava superare
spazialmente le colonne d'Ercole. Oggi i nuovi confini da superare in
un mondo globalizzato sono oltre l'u-topia intesa almeno entro queste
leggi fisiche Per rilanciare in un inaudito “non luogo” dove
tutto è possibile, tutto è connesso, tutto può nascere. Luogo,
mondo spirituale di connessioni inimmaginabili, l'oceano infinito da
solcare grazie al nostro doppio, il corpo energetico recuiperato,
ristrutturato, rivitalizzato, potenziato, fatto sorgere
alchemicamente da quella macchina fisica usata primariamente per
semplici scopi materiali di sfruttamento quotidiano, al massimo di
sopravvivenza. Grazie a un altro uso dello stesso, a una
economizzazione delle energie per mettere la macchina a regime fino
al punto sogliare della trasformazione-trasfigurazione-precipitazione
alchemica nell'uomo spirituale. L'unico a saper andare oltre la
barriera, di “vedere”, “conoscere” silenziosamente attingendo
a quell'infinito oceano di conoscenza di energia a cui avrebbe
accesso.
È
sempre un problema di pratiche, del fare, il “grande fare” come
lo definisce Gurdjeff. Ma prima dobbiamo conoscersi meglio, come
siamo fatti, quali sono le nostre potenzialità al di là dei limiti
imposti dal sistema. La via politica da sola non basta per rispondere
a tali questioni. Certo è di grande aiuto per svelare certi
dispositivi, per cominciare il processo di liberazione. Ma è solo
l'inizio. Certo è sempre un problema di economia, di buona
amministrazione. Ma il problema va spostato su tutti i livelli
possibili. Dal macro al micro e viceversa. Dal fisico, al mentale
allo spirituale, dall'infinitamente piccolo fino al cosmico.
Antropologia spirituale la più materialistica possibile. Poi si
vedrà.
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