Il gran gioco della vita è partecipare di un ruolo, indossare una maschera, individualizzarsi essenzialmente in qualcosa o in qualcuno. Ovviamente interagendo più o meno creativamente con gli altri attori sul palcoscenico. Il tutto però sapendo più o meno velatamente di stare a recitare a soggetto una pièce assurda.
Ma non è importante la denuncia. O almeno non lo è a partire da un certo livello del gioco. Quando si intuisce che dal grande gioco non è possibile uscire volenti o nolenti. Tutti ne siamo in qualche modo vittime e allo stesso tempo artefici sotto sotto consenzienti. Solo se si parte da questa tutto sommato banale constatazione si riesce a giustificare il fatto che il vero spettacolo non è mai quello agito al presente, ma è l'“inconsapevole” svelamento della sua finzione. Cioè il portare impietosamente alla luce il retroscena, il dietro le quinte, il sottaciuto. Ovvero i fili, le trame e i meccanismi impliciti e latenti. Così, una volta indossata la maschera e assunto più o meno volontariamente un ruolo, il “bello” sta tutto nello smascheramento dell'artificio, cioè nella decostruzione, dissoluzione, distruzione per implosione dello stesso giochetto. Sempre però senza far emergere fino in fondo la dialettica tra finzione, nascondimento e svelamento. Limitandosi a non dire tutto in una volta sola. Altrimenti poi viene a mancare il motivo del divertimento. Alla fine risulta essere fondamentale l'omissione, il saputo allo stesso tempo non saputo, per questo capaci ancora di sorprendere e di spiazzare, però solo fino a un certo punto e non oltre i limiti consentiti. Rispettando l'insegnamento dei migliori finali spettacolari. In cui tutti sanno in qualche modo la conclusione, sebbene si faccia di tutto per essere comunque sedotti dalla storia, non senza strizzare l'occhiolino. In questo senso, arrivati a questo punto la stessa suddivisione tra attori e spettatori appare superflua e superata, come d'altronde già ampiamente denunciato a partire dalle “avanguardie storiche”. Tutti si è indifferenzialmente attori sebbene ci si distribuisca sulla scena globale in ruoli differenti, inclusi quelli dello “spettatore” e dell'“attore”. In questi casi chi accetta di essere spettatore, che so magari perché voyerista, cede il ruolo di “attore” a chi è più dotato o predisposto a essere esibizionista o narcisista. In qualche modo sono gli stessi “spettatori” a donare la fama e il potere agli attori sulla scena virtuale o meno, in tutti gli spettacoli possibili della vita. Ovviamente per godere successivamente in panciolle dello smascheramento, cioè del passo falso rivelatore della finzione. A ben vedere, la denuncia dell'errore e dell'imperfezione del meccanismo scenico e attoriale sembra essere il tornaconto primario di tale ruolo. Così Pavarotti non verrà solo ricordato per le sue eccezionali doti vocali, ma ancor più per le sue stecche memorabili. Dimostrandosi in questo un uomo normale, un ecce homo qualsiasi. Allo stesso modo si delega al politico il potere solo per aspettarne il tonfo e l'emersione del suo lato torbido. Magari fotografandolo con una escort, ma ancor più con un trans o una puttana. Allora la complicità dello spettatore sta nell'alimentare di riflesso il gioco fino al suo limite estremo e all'eccesso possibile. Sperando di veder infrangere barriere su barriere fino a arrivare complicemente a flirtare con la soglia suprema della morte e della distruzione totale. Sperimentando ogni volta che al peggio non c'è limite. Anzi tanto peggio, tanto meglio. Rispettando la più seguita regola dello spettacolo. Tutto ciò, illudendosi o giocando a illudersi ingenuamente di esserne in qualche modo immune, standosene dietro il televisore o il computer in pantofole a sorseggiare tè o a sgranocchiare popcorn. Ma sotto sotto sa che non è così. Anche lui è consapevole di essere funzionale al gioco dello spettacolo dell'orrore. E gli va bene. In fondo assistere alla messa in scena della morte reale o simbolica è già un dimostrare di esserne per il momento esente. Finché si staziona sul solo piano virtuale e al livello dei simulacri c'è ancora vita e speranza. Così il partecipare anche solo come spettatori dell'altrui distruzione e corruzione è ancora un attestare la “bontà” del proprio tempo. E qualsiasi attesa non è mai troppo lunga. L'importante è essere ancora testimoni dell'orrore, continuare a raccontarsela (male), perché così si attesta la propria vitalità. In fondo poter urlare crucifigi è come scambiare simbolicamente la propria vita con l'altrui. All'interno di questa dialettica, innalzare l'“attore”, il vip, il potente di turno diventa funzionale al proprio godimento. E tanto più alto sarà il punto di lancio, tanto maggiore il tonfo. Ma tutto questo ha il suo prezzo, il biglietto da pagare per assistere a tale spettacolo. Infatti per partecipare della detronizzazione di un re bisogna aver accettato di essersi alienati al ruolo di servi, cioè a spettatori impotenti e al limite a attori di bassa lega nella vita quotidiana. Come tutti sanno, dietro a un grande film non c'è il solo regista o l'attore principale, ma una marea di minute comparse più o meno citate nei titoli di coda, fino a diventare illeggibili quanto insignificanti via via scorrendo. Al punto di essere addirittura escluse. Eppure per senso di giustizia, tutti dovrebbero essere menzionati, compresi gli spettatori, anch'essi necessari come ogni altro partecipante dello spettacolo. E in qualche modo lo sono e lo saranno sempre più. Infatti, una volta ci si doveva accontentare di visitare i cimiteri dello spettacolo della vita. Accanto alle loro foto, si sarebbe dovuto aggiungere, oltre alla data di scrittura e di rescissione del contratto, anche la frase: “ha partecipato con impegno e merito allo spettacolo dell'orrore”. Oggi tutto questo sta succedendo già in vita grazie ai media e soprattutto alla democrazia di Internet. Senza aspettare la fine è possibile attestare, documentare la propria marginale apparentemente essenziale presenza per i posteri a venire di tutto il globo, non senza partecipare a un minimo di gloria. Anche se forse si starebbe tendenzialmente un po' sotto a quei quindici ottimistici minuti profetizzati da Wharol. Nonostante ciò, tutto questo risulta comunque essere alla fin dei conti un dettaglio inutile e per questo osceno. Come l'assurda insignificante vita e, al suo interno, lo spettacolo del “teatro dell'orrore”.
lunedì 1 marzo 2010
Prossimo tuo
Sono in viaggio e aspetto il treno regionale per Bologna alla stazione di Falconara.
É notte.
In giro c'è poca gente infreddolita dal vento dell'est.
Il mare di fronte è in movimento.
Le onde non sono elevatissime, ma la risacca sugli scogli muove la superficie lentamente rendendola un magma vischioso in procinto di assorbire tutto.
In cielo non c'è luna e nell'acqua mossa si riflettono solo le poche luci delle case e dei lampioni antistanti. Così il colore del mare increspato è nero pesto.
La distesa rumorosa, come una colata di lava che si gonfia per la pressione interna, è in procinto di esplodere per rifrangersi in mille zampilli caotici. Dopo essersi elevata a dismisura fino al punto critico di sopportazione sprofonda con fragore inabissandosi. Per riprendere tutto di nuovo in continuazione.
Sulla banchina in attesa del treno c'è anche una ragazza giovane.
In questo momento siamo soli.
Io e lei l'uno di fronte a l'altra.
Una distanza di sicurezza ci tiene lontani ma solo fino a un certo punto.
Dà le spalle alla direzione d'arrivo del treno.
Se dovessi tracciare una linea della traiettoria del suo sguardo ne sarei investito in pieno.
Si, mi sta guardando.
Ricambio lo sguardo per vanità, ma anche per capire cosa cerchi in questa direzione.
Dopo alcuni secondi intensissimi paralizzanti, la vedo abbassare lo sguardo e indietreggiare di qualche passo fin dietro la colonna della tettoia antistante.
Ora un muro ci separa.
Non volgo lo sguardo.
Così mi rifletto senza ombra sul calcestruzzo sporco.
Arriva il treno.
Si intravedono prima i due fari rotondi gialli.
Poi man mano la sagoma si definisce sempre più, sopravanzandoci infine.
Con un gemito stridulo si ferma.
Per un frangente si torna a sentire solo il rumore del mare.
Salgo con la bici.
Mi volto.
Lei è già li dietro di me.
La distanza si è ridotta a una spanna.
La condensa del suo respiro mi avvolge.
Sulle labbra ha un leggero sorriso.
La sento ben disposta verso di me.
Rispondo salutandola.
Ciao.
Cia.ao...
Eppure qualcosa non mi convince...
Percepisco la sua apertura come un eccesso sintomatico.
Vedo il suo giovane volto delicato solcato da leggerissimi capillari.
É abbastanza curata e raffinata.
Però gli occhi, come quelli di una maschera appesa, non sembrano riflettere che il vuoto.
Sotto non sembra esserci nessuno.
Saliamo insieme.
Sistemo la bici vicino l'entrata.
È ancora lì.
Con la mano tiene aperta la porta dello scompartimento.
Ci sediamo l'uno accanto l'altra.
Nella mano ha il cellulare... sta rispondendo a dei messaggi.
Però si ferma.
Cominciamo a parlare e a conoscersi un po' di più.
È senza casa e amici.
Il telefono le occorre per stabilire connessioni e per risolvere la serata. Magari per trovare un tetto dove svernare fino all'alba.
Va a Modena per lavoro, per il fine.
In qualche modo si è smarrita e sta provando lentamente a tessere il bandolo della matassa per arrivare a una soluzione, per trovarsi.
Ma non è facile.
Qualcosa la allontana centrifugamente da se stessa, da casa sua e dai suoi genitori.
Qualcosa di pesante, dal momento che il tentativo di descriversi, si stempera davanti a alcune frasi apparentemente senza senso.
Di più non riesce a dire.
Allora cambia discorso.
Mi parla dei suoi amici passati, del fatto che ama ballare, sebbene ora non abbia i soldi per andare in disco...
Comunque si sente a suo agio al punto di dirmi senza preavviso se sono disposto a ospitarla qualche volta.
Anche oggi o secondo necessità.
Ahio...
Colpo al costato come un fulmine a ciel sereno.
Ora sono io a balbettare qualcosa...
Le parti si sono invertite.
Nel frattempo mi chiede anche della casa e di quante stanze abbia.
Intanto mi assicura che si tratta solo di trascorrere una notte sotto lo stesso tetto, poi la mattina non ci sarebbero problemi.
È semplice.
Alla fine le dico di no. Noo. Nooooooooo!
Per me non è così semplice.
Rifiuto di entrare nella sua rubrica salvavita. Tra amici non più amici, conoscenti, contatti per il momento opportuno, nomi solo associati a qualche luogo e a un letto possibile.
Nel frattempo tra di noi scende il gelo.
Il suo sguardo si allontana da me.
Riprende a pistolare coattivamente con il suo cellulare in silenzio in cerca di una nuova soluzione momentanea.
Ma è un girare a vuoto.
Riesce solo a contattare un tipo che l'aveva cercata.
Le risponde amabilmente sebbene per lei sia un perfetto sconosciuto, quasi del tutto cancellato dalla sua fragile memoria confusa.
Subito dopo, rivolta verso di me, dice di avere necessità di fare quattro vasche. Mentre tra sé e sé si rimprovera di non aver pensato di prendere una birra.
Poi si alza e se ne va.
Pochi mesi or sono avevo assistito a una lezione magistrale tenuta in piazza a Modena dal titolo Prossimo tuo.
A quanto pare i greci si sentivano in dovere di accogliere lo straniero, lo xenos ovvero l'ospite/nemico, chiunque esso fosse. Quand'anche il potenziale nemico. Insomma l'equivalente latino dell'hostis. Termine intraducibile in italiano senza ridurne il significato e soprattutto l'ambivalenza.
Per farla breve, sia per i greci che per i romani, l'ospitalità era qualcosa di sacro, sopra tutto e inviolabile.
Intanto, mentre il treno scorre lungo il tragitto per Bologna, si è fatta strada la contraddizione e il conseguente malessere a giochi oramai fatti.
Come sia sarebbe stato forse scacco matto.
O magari no.
Comunque in questa serata fredda e ventilata il suo giovane fragile volto è entrato come una lama a squarciare prepotentemente la mia apparente tranquillità.
Non sarà facile suturare lo strappo.
É notte.
In giro c'è poca gente infreddolita dal vento dell'est.
Il mare di fronte è in movimento.
Le onde non sono elevatissime, ma la risacca sugli scogli muove la superficie lentamente rendendola un magma vischioso in procinto di assorbire tutto.
In cielo non c'è luna e nell'acqua mossa si riflettono solo le poche luci delle case e dei lampioni antistanti. Così il colore del mare increspato è nero pesto.
La distesa rumorosa, come una colata di lava che si gonfia per la pressione interna, è in procinto di esplodere per rifrangersi in mille zampilli caotici. Dopo essersi elevata a dismisura fino al punto critico di sopportazione sprofonda con fragore inabissandosi. Per riprendere tutto di nuovo in continuazione.
Sulla banchina in attesa del treno c'è anche una ragazza giovane.
In questo momento siamo soli.
Io e lei l'uno di fronte a l'altra.
Una distanza di sicurezza ci tiene lontani ma solo fino a un certo punto.
Dà le spalle alla direzione d'arrivo del treno.
Se dovessi tracciare una linea della traiettoria del suo sguardo ne sarei investito in pieno.
Si, mi sta guardando.
Ricambio lo sguardo per vanità, ma anche per capire cosa cerchi in questa direzione.
Dopo alcuni secondi intensissimi paralizzanti, la vedo abbassare lo sguardo e indietreggiare di qualche passo fin dietro la colonna della tettoia antistante.
Ora un muro ci separa.
Non volgo lo sguardo.
Così mi rifletto senza ombra sul calcestruzzo sporco.
Arriva il treno.
Si intravedono prima i due fari rotondi gialli.
Poi man mano la sagoma si definisce sempre più, sopravanzandoci infine.
Con un gemito stridulo si ferma.
Per un frangente si torna a sentire solo il rumore del mare.
Salgo con la bici.
Mi volto.
Lei è già li dietro di me.
La distanza si è ridotta a una spanna.
La condensa del suo respiro mi avvolge.
Sulle labbra ha un leggero sorriso.
La sento ben disposta verso di me.
Rispondo salutandola.
Ciao.
Cia.ao...
Eppure qualcosa non mi convince...
Percepisco la sua apertura come un eccesso sintomatico.
Vedo il suo giovane volto delicato solcato da leggerissimi capillari.
É abbastanza curata e raffinata.
Però gli occhi, come quelli di una maschera appesa, non sembrano riflettere che il vuoto.
Sotto non sembra esserci nessuno.
Saliamo insieme.
Sistemo la bici vicino l'entrata.
È ancora lì.
Con la mano tiene aperta la porta dello scompartimento.
Ci sediamo l'uno accanto l'altra.
Nella mano ha il cellulare... sta rispondendo a dei messaggi.
Però si ferma.
Cominciamo a parlare e a conoscersi un po' di più.
È senza casa e amici.
Il telefono le occorre per stabilire connessioni e per risolvere la serata. Magari per trovare un tetto dove svernare fino all'alba.
Va a Modena per lavoro, per il fine.
In qualche modo si è smarrita e sta provando lentamente a tessere il bandolo della matassa per arrivare a una soluzione, per trovarsi.
Ma non è facile.
Qualcosa la allontana centrifugamente da se stessa, da casa sua e dai suoi genitori.
Qualcosa di pesante, dal momento che il tentativo di descriversi, si stempera davanti a alcune frasi apparentemente senza senso.
Di più non riesce a dire.
Allora cambia discorso.
Mi parla dei suoi amici passati, del fatto che ama ballare, sebbene ora non abbia i soldi per andare in disco...
Comunque si sente a suo agio al punto di dirmi senza preavviso se sono disposto a ospitarla qualche volta.
Anche oggi o secondo necessità.
Ahio...
Colpo al costato come un fulmine a ciel sereno.
Ora sono io a balbettare qualcosa...
Le parti si sono invertite.
Nel frattempo mi chiede anche della casa e di quante stanze abbia.
Intanto mi assicura che si tratta solo di trascorrere una notte sotto lo stesso tetto, poi la mattina non ci sarebbero problemi.
È semplice.
Alla fine le dico di no. Noo. Nooooooooo!
Per me non è così semplice.
Rifiuto di entrare nella sua rubrica salvavita. Tra amici non più amici, conoscenti, contatti per il momento opportuno, nomi solo associati a qualche luogo e a un letto possibile.
Nel frattempo tra di noi scende il gelo.
Il suo sguardo si allontana da me.
Riprende a pistolare coattivamente con il suo cellulare in silenzio in cerca di una nuova soluzione momentanea.
Ma è un girare a vuoto.
Riesce solo a contattare un tipo che l'aveva cercata.
Le risponde amabilmente sebbene per lei sia un perfetto sconosciuto, quasi del tutto cancellato dalla sua fragile memoria confusa.
Subito dopo, rivolta verso di me, dice di avere necessità di fare quattro vasche. Mentre tra sé e sé si rimprovera di non aver pensato di prendere una birra.
Poi si alza e se ne va.
Pochi mesi or sono avevo assistito a una lezione magistrale tenuta in piazza a Modena dal titolo Prossimo tuo.
A quanto pare i greci si sentivano in dovere di accogliere lo straniero, lo xenos ovvero l'ospite/nemico, chiunque esso fosse. Quand'anche il potenziale nemico. Insomma l'equivalente latino dell'hostis. Termine intraducibile in italiano senza ridurne il significato e soprattutto l'ambivalenza.
Per farla breve, sia per i greci che per i romani, l'ospitalità era qualcosa di sacro, sopra tutto e inviolabile.
Intanto, mentre il treno scorre lungo il tragitto per Bologna, si è fatta strada la contraddizione e il conseguente malessere a giochi oramai fatti.
Come sia sarebbe stato forse scacco matto.
O magari no.
Comunque in questa serata fredda e ventilata il suo giovane fragile volto è entrato come una lama a squarciare prepotentemente la mia apparente tranquillità.
Non sarà facile suturare lo strappo.
La fortezza vuota volante
Oltre a barricarsi all'interno di fortezze vuote invalicabili, i soggetti autistici sono grandi inventori di macchine fantastiche spesso inquietanti.
Di solito vanno a rappresentare le complesse funzioni del corpo ridotto però a una stralunata macchina ripetitiva.
Anche questo è un modo come tanti per manifestare la propria ribellione simbolica e no a una realtà complessa caotica e rumorosa, provando allo stesso tempo a rimpiazzarla attraverso la costruzione di un mondo nuovo retto da un meccanismo più gestibile e prevedibile.
Il tutto non senza evidenti contraddizioni.
Francesco frequentava la ciclofficina da un po' di tempo.
Da un punto di vista anagrafico era il più avanti, seppur di poco, dal resto della truppa.
Era un appassionato di circuiti e di tecnica.
Aveva al riguardo una conoscenza immensa.
In qualche modo unica e originale.
La sua opera più mirabolante a noi pervenuta era il carretto della ciclofficina.
Di solito veniva usato nelle manifestazioni pubbliche.
Messo in testa guidava il cammino degli altri partecipanti.
Era una sorta di risciò azzurro costituito da due grazielle assemblate in parallelo.
Ricordava per forma i carretti a tre ruote del pane o del gelato di una volta.
Solo che qui si sta sopra in due l'uno di fianco all'altro.
Fin qui nulla di strano.
Ma se si va a guardare bene tra le due selle e anche sotto il carro, si scopre al centro un cerchione di una graziella messo in orizzontale, sorretto da un pignone diritto.
È il timone o meglio lo sterzo.
Da lì partono due lunghissime catene a vu collegate a delle rispettive puleggie o corone capaci di modificare la direzione delle ruote anteriori.
Non sono riuscito a capire ancora come vi riesca. Comunque il giocattolo va. Solo bisogna stare attenti a alcuni particolari non indifferenti.
Innanzitutto la manovra giusta è possibile solo se si è in accordo con il compagno di avventura.
Inoltre, visto che sterzo e ruote sono disarticolati, se si gira in senso antiorario le ruote si rivolgono controintuitivamente a destra. Viceversa se si compie l'operazione opposta.
All'inizio, il guidatore ignaro prova una strana sensazione di spiazzamento poiché avverte il carretto dissociato rispetto al proprio corpo e alla propria volontà. Infatti, quando si butta tutto a sinistra scopre con sorpresa di dirigersi dalla parte opposta.
Il carretto va in una direzione e il nocchiero dall'altra.
Il tutto mette a disagio, anche se dopo un po' ci si abitua.
In fondo lo si può considerare un'efficace metafora per denunciare l'ambivalenza e la conseguente imprevedibilità della vita. Come se le mete prefissate le si possa raggiungere solo dopo aver affrontato contraddizioni inesplicabili. Spesso dovendo remare contro il senso comune.
Per questo bisogna essere preparati a puntino e il carretto azzurro della ciclofficina sembra fatto apposta.
Una sorta di scuola guida esistenziale efficacissima e a disposizione di tutti.
Per altri versi lo si può invece pensare come una sorta di fantasticazione meccanica progettata per il puro gioco. Ovvero una produzione senza scopo se non quello di incentivare l'intrattenimento fine a se stesso. Sebbene lo si possa comunque ritenere utile per saggiare il punto estremo dove può spingerci la fragilità del nostro essere precario.
Al limite fino a una spanna dal sole, grazie all'ausilio di gracili ali sempre lì lì sul punto di sciogliersi.
In questo caso si spalanca di nuovo la via dell'abisso. Quel vuoto sempre presente, nonostante i vani tentativi di schivarlo e aggirarlo, capace di attirare verso di sé quei viaggiatori dell'ignoto come un buco nero. Il che succede ogni volta quando si tende troppo la corda fino a spezzarla. Allora ci si spiaccica velocemente al suolo e si torna con i piedi per terra.
Nonostante ciò non ci si ferma.
Rattoppate le ferite si prova a costruire altre ali, sospinti se possibile da una disperazione ancora superiore.
In fondo altro non si può fare se non giocare ancora.
Rischiare di nuovo tutto.
È una pulsione più forte di ogni altra.
Senza questa energia si tornerebbe a essere solo macchine banali, ovvero automi schiavizzati oramai senza più scarti residuali e dissonanze da sanare. Quel rumore di fondo capace di fare ancora la differenza tra sé e il mondo. Insomma il termometro necessario per misurare il livello di dissociazione dal proprio destino. Oltre che della distanza da colmare nel caso si pensi impudentemente di sanarla. Anche al costo di accettare di dover correre sul filo della follia.
Non troppo tempo fa ci si era messi in viaggio per Imola per celebrare il funerale dell'automobile in occasione della parata carnevalesca dei fantaveicoli ecologici, pazzi e stravaganti realizzati con materiale di riciclo.
Davanti viaggiava il carro con sopra una bara nera circondata ai lati da tanti ceri accesi. Dietro tutti i membri stralunati della ciclofficina in processione su delle bici colorate a scandire giaculatorie del tipo:
Santa Graziella piena di grasso, il pignone sia con te. Sia fatta la tua volontà etc. etc.
Giunti a metà strada, come era prevedibile il carro decide di cambiare improvvisamente direzione, nonostante il tentativo di governarlo da parte dei conducenti.
I due ignari malcapitati presi dalla concitazione reagiscono secondo le più consolidate abitudini. Cioè sterzando istintivamente senza ottenere però grandi risultati.
Pian piano il carro si dirige fuori della carreggiata mentre sul prato verde cominciano a segnarsi due lunghe strisce devianti verso il fosso. Poi di botto si piega di lato e sprofonda inghiottito nel canale scomparendo dalla vista.
Per quelli dietro, rimasti congelati a bocca aperta e con gli occhi sbarrati, sembrava la fine.
Un attimo di silenzio lancinante durato fino a quando qualcuno dal carro non ha dato segni di vita.
Marco, rimasto eroicamente seduto sulla barca che affondava, alla fine riemerge tra la vegetazione e il fango come se nulla fosse successo.
Al suo fianco c'è anche Michele trascinato a sua volta con la fissa dentro il canale.
Dopo averlo raddrizzato e riportato sulla carreggiata si riscontra una ruota divelta e le forcelle storte.
Ma niente paura.
Senza perdersi affatto d'animo, sospinti da nuove energie, si ripara alla bella e meglio il danno.
Il carro alla fine va ancora.
Ha resistito anche a questa disavventura.
Grande!
Ne siamo sorpresi e ammirati.
Innanzitutto per la robustezza esibita nonostante l'apparente fragilità.
Non sembra vero.
Qualcuno pensa al miracolo.
Recuperata anche la bara con il suo contenuto, si riparte.
Dopo averla scampata per l'ennesima volta, a fine giornata si rivive insieme ogni singola mirabolante avventura. Mentre ognuno si ripete in cuor suo:
Anche questa è fatta.
Insomma tutto è bene quel che finisce bene.
Come nei migliori film drammatici, tipo quelli alla Frank Capra, in cui alla fine si riesce a rovesciare a proprio vantaggio le debolezze costitutive, non senza un pizzico di fortuna.
È vero, a volte va male e non la si racconta.
Ma tanto cambierebbe qualcosa?
Il gran gioco della Vita non ne sarebbe influenzato più di tanto.
Invece per chi ha vissuto in prima persona quelle esperienze apparentemente insignificanti le cose sembrano cambiare. Almeno si potrà dire di aver provato a prendersi gioco del destino.
Senza esagerazione però.
Al massimo cercando di portare le sue regole fino al limite presupposto.
Niente più.
Sapendo in ogni caso che la volta successiva tutto verrà di nuovo messo in discussione.
Comunque sia questa domenica è passata meno noiosa del solito.
Di solito vanno a rappresentare le complesse funzioni del corpo ridotto però a una stralunata macchina ripetitiva.
Anche questo è un modo come tanti per manifestare la propria ribellione simbolica e no a una realtà complessa caotica e rumorosa, provando allo stesso tempo a rimpiazzarla attraverso la costruzione di un mondo nuovo retto da un meccanismo più gestibile e prevedibile.
Il tutto non senza evidenti contraddizioni.
Francesco frequentava la ciclofficina da un po' di tempo.
Da un punto di vista anagrafico era il più avanti, seppur di poco, dal resto della truppa.
Era un appassionato di circuiti e di tecnica.
Aveva al riguardo una conoscenza immensa.
In qualche modo unica e originale.
La sua opera più mirabolante a noi pervenuta era il carretto della ciclofficina.
Di solito veniva usato nelle manifestazioni pubbliche.
Messo in testa guidava il cammino degli altri partecipanti.
Era una sorta di risciò azzurro costituito da due grazielle assemblate in parallelo.
Ricordava per forma i carretti a tre ruote del pane o del gelato di una volta.
Solo che qui si sta sopra in due l'uno di fianco all'altro.
Fin qui nulla di strano.
Ma se si va a guardare bene tra le due selle e anche sotto il carro, si scopre al centro un cerchione di una graziella messo in orizzontale, sorretto da un pignone diritto.
È il timone o meglio lo sterzo.
Da lì partono due lunghissime catene a vu collegate a delle rispettive puleggie o corone capaci di modificare la direzione delle ruote anteriori.
Non sono riuscito a capire ancora come vi riesca. Comunque il giocattolo va. Solo bisogna stare attenti a alcuni particolari non indifferenti.
Innanzitutto la manovra giusta è possibile solo se si è in accordo con il compagno di avventura.
Inoltre, visto che sterzo e ruote sono disarticolati, se si gira in senso antiorario le ruote si rivolgono controintuitivamente a destra. Viceversa se si compie l'operazione opposta.
All'inizio, il guidatore ignaro prova una strana sensazione di spiazzamento poiché avverte il carretto dissociato rispetto al proprio corpo e alla propria volontà. Infatti, quando si butta tutto a sinistra scopre con sorpresa di dirigersi dalla parte opposta.
Il carretto va in una direzione e il nocchiero dall'altra.
Il tutto mette a disagio, anche se dopo un po' ci si abitua.
In fondo lo si può considerare un'efficace metafora per denunciare l'ambivalenza e la conseguente imprevedibilità della vita. Come se le mete prefissate le si possa raggiungere solo dopo aver affrontato contraddizioni inesplicabili. Spesso dovendo remare contro il senso comune.
Per questo bisogna essere preparati a puntino e il carretto azzurro della ciclofficina sembra fatto apposta.
Una sorta di scuola guida esistenziale efficacissima e a disposizione di tutti.
Per altri versi lo si può invece pensare come una sorta di fantasticazione meccanica progettata per il puro gioco. Ovvero una produzione senza scopo se non quello di incentivare l'intrattenimento fine a se stesso. Sebbene lo si possa comunque ritenere utile per saggiare il punto estremo dove può spingerci la fragilità del nostro essere precario.
Al limite fino a una spanna dal sole, grazie all'ausilio di gracili ali sempre lì lì sul punto di sciogliersi.
In questo caso si spalanca di nuovo la via dell'abisso. Quel vuoto sempre presente, nonostante i vani tentativi di schivarlo e aggirarlo, capace di attirare verso di sé quei viaggiatori dell'ignoto come un buco nero. Il che succede ogni volta quando si tende troppo la corda fino a spezzarla. Allora ci si spiaccica velocemente al suolo e si torna con i piedi per terra.
Nonostante ciò non ci si ferma.
Rattoppate le ferite si prova a costruire altre ali, sospinti se possibile da una disperazione ancora superiore.
In fondo altro non si può fare se non giocare ancora.
Rischiare di nuovo tutto.
È una pulsione più forte di ogni altra.
Senza questa energia si tornerebbe a essere solo macchine banali, ovvero automi schiavizzati oramai senza più scarti residuali e dissonanze da sanare. Quel rumore di fondo capace di fare ancora la differenza tra sé e il mondo. Insomma il termometro necessario per misurare il livello di dissociazione dal proprio destino. Oltre che della distanza da colmare nel caso si pensi impudentemente di sanarla. Anche al costo di accettare di dover correre sul filo della follia.
Non troppo tempo fa ci si era messi in viaggio per Imola per celebrare il funerale dell'automobile in occasione della parata carnevalesca dei fantaveicoli ecologici, pazzi e stravaganti realizzati con materiale di riciclo.
Davanti viaggiava il carro con sopra una bara nera circondata ai lati da tanti ceri accesi. Dietro tutti i membri stralunati della ciclofficina in processione su delle bici colorate a scandire giaculatorie del tipo:
Santa Graziella piena di grasso, il pignone sia con te. Sia fatta la tua volontà etc. etc.
Giunti a metà strada, come era prevedibile il carro decide di cambiare improvvisamente direzione, nonostante il tentativo di governarlo da parte dei conducenti.
I due ignari malcapitati presi dalla concitazione reagiscono secondo le più consolidate abitudini. Cioè sterzando istintivamente senza ottenere però grandi risultati.
Pian piano il carro si dirige fuori della carreggiata mentre sul prato verde cominciano a segnarsi due lunghe strisce devianti verso il fosso. Poi di botto si piega di lato e sprofonda inghiottito nel canale scomparendo dalla vista.
Per quelli dietro, rimasti congelati a bocca aperta e con gli occhi sbarrati, sembrava la fine.
Un attimo di silenzio lancinante durato fino a quando qualcuno dal carro non ha dato segni di vita.
Marco, rimasto eroicamente seduto sulla barca che affondava, alla fine riemerge tra la vegetazione e il fango come se nulla fosse successo.
Al suo fianco c'è anche Michele trascinato a sua volta con la fissa dentro il canale.
Dopo averlo raddrizzato e riportato sulla carreggiata si riscontra una ruota divelta e le forcelle storte.
Ma niente paura.
Senza perdersi affatto d'animo, sospinti da nuove energie, si ripara alla bella e meglio il danno.
Il carro alla fine va ancora.
Ha resistito anche a questa disavventura.
Grande!
Ne siamo sorpresi e ammirati.
Innanzitutto per la robustezza esibita nonostante l'apparente fragilità.
Non sembra vero.
Qualcuno pensa al miracolo.
Recuperata anche la bara con il suo contenuto, si riparte.
Dopo averla scampata per l'ennesima volta, a fine giornata si rivive insieme ogni singola mirabolante avventura. Mentre ognuno si ripete in cuor suo:
Anche questa è fatta.
Insomma tutto è bene quel che finisce bene.
Come nei migliori film drammatici, tipo quelli alla Frank Capra, in cui alla fine si riesce a rovesciare a proprio vantaggio le debolezze costitutive, non senza un pizzico di fortuna.
È vero, a volte va male e non la si racconta.
Ma tanto cambierebbe qualcosa?
Il gran gioco della Vita non ne sarebbe influenzato più di tanto.
Invece per chi ha vissuto in prima persona quelle esperienze apparentemente insignificanti le cose sembrano cambiare. Almeno si potrà dire di aver provato a prendersi gioco del destino.
Senza esagerazione però.
Al massimo cercando di portare le sue regole fino al limite presupposto.
Niente più.
Sapendo in ogni caso che la volta successiva tutto verrà di nuovo messo in discussione.
Comunque sia questa domenica è passata meno noiosa del solito.
Casca il mondo, casca la terra, tutti giù per terra
Stamattina hanno trovato Mondino steso di fianco al suo letto.
Senza vita.
La madre, ovvero zia Gina, assicura al telefono si sia trattato di infarto.
Era pure tutto nero in volto.
Infarto no?
Che ne dici?
Boh...
Ma fosse anche suicidio...
Tanto sarebbe stata comunque la stessa cosa.
Fine di un'esistenza travagliata e deragliante.
Spesso delirante.
Tra pasticche calmanti, rimbotti confusi contro il mondo e Mondino.
Tutto si era tramutato indistintamente in un nemico ostile.
A partire proprio dalla stessa vita.
Un'esistenza marginale.
Eppure presente e reale anch'essa.
Trascinata faticosamente tra la gelateria “bene” del paese dove era solito fare colazione, il più “popolare” bar della stazione, la strada per il fiume e la casa di campagna antistante.
La sua prigione per oltre cinque decadi.
Tra una fuga e un mesto ritorno.
Nel tentativo inutile di ribellarsi al proprio destino da paria.
Come tanti suoi simili.
Almeno fino a quando non si sono esaurite le soluzioni possibili.
Allora si è fermato e si è lasciato distruggere localmente in silenzio.
Lontano da tutto e da tutti.
Aspettando come un animale ferito a morte di tirare le cuoia il più velocemente possibile.
Non senza tremiti e convulsioni.
Pronto istintivamente a scagliarsi con la bava alla bocca contro chiunque avesse tentato di avvicinarsi.
Anche lui ha compiuto fino in fondo il suo destino.
Come tutti.
Come tutto.
Prima o poi.
Senza vita.
La madre, ovvero zia Gina, assicura al telefono si sia trattato di infarto.
Era pure tutto nero in volto.
Infarto no?
Che ne dici?
Boh...
Ma fosse anche suicidio...
Tanto sarebbe stata comunque la stessa cosa.
Fine di un'esistenza travagliata e deragliante.
Spesso delirante.
Tra pasticche calmanti, rimbotti confusi contro il mondo e Mondino.
Tutto si era tramutato indistintamente in un nemico ostile.
A partire proprio dalla stessa vita.
Un'esistenza marginale.
Eppure presente e reale anch'essa.
Trascinata faticosamente tra la gelateria “bene” del paese dove era solito fare colazione, il più “popolare” bar della stazione, la strada per il fiume e la casa di campagna antistante.
La sua prigione per oltre cinque decadi.
Tra una fuga e un mesto ritorno.
Nel tentativo inutile di ribellarsi al proprio destino da paria.
Come tanti suoi simili.
Almeno fino a quando non si sono esaurite le soluzioni possibili.
Allora si è fermato e si è lasciato distruggere localmente in silenzio.
Lontano da tutto e da tutti.
Aspettando come un animale ferito a morte di tirare le cuoia il più velocemente possibile.
Non senza tremiti e convulsioni.
Pronto istintivamente a scagliarsi con la bava alla bocca contro chiunque avesse tentato di avvicinarsi.
Anche lui ha compiuto fino in fondo il suo destino.
Come tutti.
Come tutto.
Prima o poi.
The funeral party
C'è più gente del previsto.
Non sono passato a casa.
Da lontano vedo le macchine ferme pronte per la processione.
No, sono venuto solo per rendere testimonianza di un'esistenza apparentemente inutile.
Tutte le sovrastrutture simboliche, i riti... no, quelli non mi interessano.
Anzi, tendo preferenzialmente a schivarli.
Meglio la compagnia di un cadavere, piuttosto.
Almeno è oramai privo di maschere.
In qualche modo è solo vita nuda, sebbene orientata verso altre dimensioni esistenziali.
Comunque sfidando tutte le coincidenze possibili sono riuscito a essere puntuale all'appuntamento.
Addirittura ho una manciata di minuti d'anticipo d'amministrare.
Il tempo di prendere un caffé in un baretto a.r.c.i. di campagna, dove il caffé costa solo settanta centesimi.
Certo, non ho potuto evitare del tutto il contatto con gli autoctoni.
Nella fattispecie un vecchietto posseduto da qualche spirito che pretendeva la precedenza mostrando il pugno teso sulle righe pedonali.
Lui con la macchina.
Chissà cosa aveva di così urgente?
Comunque bevo il mio caffé americano lunghissimo.
Vado al bagno.
Infine mi rivesto perché fuori c'è un vento freddo e pungente.
Ora sono pronto per il grande evento.
Mentre mi incammino verso il bivio per la chiesa, si intravede in avvicinamento una carovana di auto rigorosamente in fila.
La casa del morto è solo a due o trecento metri.
Però nessuno viene a piedi.
Sarà per il freddo... mah...
Siamo sincronizzati come due ruscelli confluenti nel medesimo bacino.
Alla fine ci si mescola e ci si contamina a vicenda.
Così, riesco a vedere passare davanti la fila delle macchine tirate a lucido.
I volti sono per lo più adombrati.
C'è chi porta gli occhiali scuri.
Comunque sono tutti vestiti sobriamente e con ordine.
Le macchine si fermano.
Uno dietro l'altro scendono gli occupanti.
Tra di essi ci sono anche la mamma e zia Gabriela.
Ci salutiamo.
La zia ha pure gli occhi lucidi.
Eh si, da un po' ha cominciato a sentire la morte vicina al suo fianco.
Sebbene nel frattempo la veda intenta a mietere nei paraggi.
E questo la terrorizza ulteriomente.
Ma chi non si trova nelle sue stesse condizioni?
Sotto a chi tocca...
Oggi a te... domani a me...
Sono questi i suoi probabili pensieri...
Finalente si entra in chiesa.
Sono le dieci e trenta in punto.
Si inizia.
Ah da quando sono sceso dalla corriera ascolto a busso la playlist rock.
Non voglio essere contagiato dal clima locale e mi sono barricato.
Ho eretto muri sonori di noise frapposti fra me e loro.
La messa comincia.
Vedo la gente segnarsi con la croce.
Intanto sotto scorrono gli Have a Nice Life.
Il brano selezionato random dal lettore dj è The future.
Che dire...
Per non destare troppa attenzione mi sposto in una cappella laterale.
La gente nel frattempo è intenta a alzarsi e a sedersi generando pattern ritmici di ola.
Tra un brano e l'altro si frappone monocorde la voce amplificata del prete.
Ma dura poco.
Il tempo per il lettore di caricare un nuovo brano.
Ecco allora i Portishead con Carry on.
Grazie Dio per la musica.
E grazie per i Portishead.
Questa è l'unica preghiera che riesco a formulare al momento.
D'un tratto, sebbene sia seduto in disparte, intento a scrivere sopra la rivista Forme di vita, titolo del tutto appropriato viste le circostanze, alcune persone sfidano il mio isolamento e si avvicinano con la mano tesa.
Ah, siamo già allo scambio della pace.
E famo sto scambio.
Ora siamo tutti più fratelli.
Sebbene poi provi a salutare una di quelle persone dopo, all'uscita.., ricevendo come controparte un intimorito freddo saluto.
Vabbé, almeno ci si sta avvicinando al gran finale.
Dopo pochi minuti, ecco pronunciare il fatidico...
Ammeneee!
Vai si torna a casina...
Ovviamente Dio, Morte, terremoti, tsunami, umani in divisa e no, subumani, animali, insetti, microrganismi, virus, meteoriti, inclinazioni dell'asse terrestre, glaciazioni, tegole, auto in corsa, vasi cadenti etc, etc, etc.... permettendo.
Un ultimo particolare.
Oggi ho scoperto finalmente il suo vero nome.
Edmondo.
Non sono passato a casa.
Da lontano vedo le macchine ferme pronte per la processione.
No, sono venuto solo per rendere testimonianza di un'esistenza apparentemente inutile.
Tutte le sovrastrutture simboliche, i riti... no, quelli non mi interessano.
Anzi, tendo preferenzialmente a schivarli.
Meglio la compagnia di un cadavere, piuttosto.
Almeno è oramai privo di maschere.
In qualche modo è solo vita nuda, sebbene orientata verso altre dimensioni esistenziali.
Comunque sfidando tutte le coincidenze possibili sono riuscito a essere puntuale all'appuntamento.
Addirittura ho una manciata di minuti d'anticipo d'amministrare.
Il tempo di prendere un caffé in un baretto a.r.c.i. di campagna, dove il caffé costa solo settanta centesimi.
Certo, non ho potuto evitare del tutto il contatto con gli autoctoni.
Nella fattispecie un vecchietto posseduto da qualche spirito che pretendeva la precedenza mostrando il pugno teso sulle righe pedonali.
Lui con la macchina.
Chissà cosa aveva di così urgente?
Comunque bevo il mio caffé americano lunghissimo.
Vado al bagno.
Infine mi rivesto perché fuori c'è un vento freddo e pungente.
Ora sono pronto per il grande evento.
Mentre mi incammino verso il bivio per la chiesa, si intravede in avvicinamento una carovana di auto rigorosamente in fila.
La casa del morto è solo a due o trecento metri.
Però nessuno viene a piedi.
Sarà per il freddo... mah...
Siamo sincronizzati come due ruscelli confluenti nel medesimo bacino.
Alla fine ci si mescola e ci si contamina a vicenda.
Così, riesco a vedere passare davanti la fila delle macchine tirate a lucido.
I volti sono per lo più adombrati.
C'è chi porta gli occhiali scuri.
Comunque sono tutti vestiti sobriamente e con ordine.
Le macchine si fermano.
Uno dietro l'altro scendono gli occupanti.
Tra di essi ci sono anche la mamma e zia Gabriela.
Ci salutiamo.
La zia ha pure gli occhi lucidi.
Eh si, da un po' ha cominciato a sentire la morte vicina al suo fianco.
Sebbene nel frattempo la veda intenta a mietere nei paraggi.
E questo la terrorizza ulteriomente.
Ma chi non si trova nelle sue stesse condizioni?
Sotto a chi tocca...
Oggi a te... domani a me...
Sono questi i suoi probabili pensieri...
Finalente si entra in chiesa.
Sono le dieci e trenta in punto.
Si inizia.
Ah da quando sono sceso dalla corriera ascolto a busso la playlist rock.
Non voglio essere contagiato dal clima locale e mi sono barricato.
Ho eretto muri sonori di noise frapposti fra me e loro.
La messa comincia.
Vedo la gente segnarsi con la croce.
Intanto sotto scorrono gli Have a Nice Life.
Il brano selezionato random dal lettore dj è The future.
Che dire...
Per non destare troppa attenzione mi sposto in una cappella laterale.
La gente nel frattempo è intenta a alzarsi e a sedersi generando pattern ritmici di ola.
Tra un brano e l'altro si frappone monocorde la voce amplificata del prete.
Ma dura poco.
Il tempo per il lettore di caricare un nuovo brano.
Ecco allora i Portishead con Carry on.
Grazie Dio per la musica.
E grazie per i Portishead.
Questa è l'unica preghiera che riesco a formulare al momento.
D'un tratto, sebbene sia seduto in disparte, intento a scrivere sopra la rivista Forme di vita, titolo del tutto appropriato viste le circostanze, alcune persone sfidano il mio isolamento e si avvicinano con la mano tesa.
Ah, siamo già allo scambio della pace.
E famo sto scambio.
Ora siamo tutti più fratelli.
Sebbene poi provi a salutare una di quelle persone dopo, all'uscita.., ricevendo come controparte un intimorito freddo saluto.
Vabbé, almeno ci si sta avvicinando al gran finale.
Dopo pochi minuti, ecco pronunciare il fatidico...
Ammeneee!
Vai si torna a casina...
Ovviamente Dio, Morte, terremoti, tsunami, umani in divisa e no, subumani, animali, insetti, microrganismi, virus, meteoriti, inclinazioni dell'asse terrestre, glaciazioni, tegole, auto in corsa, vasi cadenti etc, etc, etc.... permettendo.
Un ultimo particolare.
Oggi ho scoperto finalmente il suo vero nome.
Edmondo.
martedì 23 febbraio 2010
Iglorioso bastardo
L'ultimo film di Tarantino, proprio perché dichiara apertamente fin dalle prime battute di portare avanti il punto di vista della chiacchera, non sembrerebbe un film sulla verità. Eppure volenti o nolenti non fa che trattarne in continuazione. In un certo modo si ha la sensazione di essere ancora fermi allo stesso punto di duemila anni fa mentre Pilato è intento a giudicare Gesù. Nel frattempo, però, si è smarrita la via. Della verità non c'è più traccia. Sembrerebbe rimasta solo la vita nuda ottusa e basilare. Così rispetto le narrazioni precedenti, il punto di vista residuale non è più quello sofferente e pur tuttavia regale del presunto messia, né quello scettico di Pilato, né quello interessato del Sinedrio. In fondo, almeno nei primi due c'era ancora la sfida per stabilire cosa fosse la Verità. L'uno proponendosi come tale, l'altro affermando di non saperla. No, questa volta attraverso la m.d.p. Tarantino sembra piuttosto mettere in scena lo sguardo del pubblico presente nella piazza in preda a una frenesia orgiastica e acclamante crucifige! Sempre pronto a voler sbranare la vittima di turno, come al Colosseo o nell'agorà di Atene di fronte a Socrate, o in una piazza parigina in trepida attesa del tonfo della lama sulla testa dei regali di Francia. Così, alla fine, quale sia la particolare posizione assunta dai protagonisti all'interno del film, a vincere è solo lo spettacolo e la spettacolarizzazione del dramma della vita e della verità. È questo l'unico messaggio autentico residuale emergente, la spia accesa che ci avverte di essere arrivati al culmine della Società dello spettacolo come mai era successo prima. E non si vede proprio come se ne possa uscire. A fronte di tale verdetto “non ci resta che piangere” oppure, come fa Tarantino, riderne e goderne il più possibile, provando a pervertire tale gioco magari sgranocchiando popcorn in prima fila. Anche questa può essere una risposta al vuoto dei nostri tempi. Forse la più lucida, la più disperata e nichilistica possibile. Ma è solo questione di punti di vista. Infatti è sufficiente cambiare prospettiva per affermare il contrario. Cioè considerare la spettacolarizzazione dell'orrore come il superamento di tale nichilismo. Se la denuncia in sé, cioè il dire la verità non è servito a nulla finora, allora tanto vale pervertirne il messaggio per goderci su il più possibile sino al parossismo. Almeno sembrerebbe essere questo il destino intrapreso oggigiorno dall'homo democraticus.
All'inizio si è detto che il film parla ancora nonostante tutto della verità anche se dalla parte del pubblico. Ora si può introdurre un ulteriore punto di vista, quello di Giuda. E oggi Tarantino ne è l'interprete più coerente e fedele. Perché la verità messa in scena dal regista oltre che crocifissa è soprattutto tradita, mistificata, traviata, usata. Sembra questo il disegno arcano sottaciuto all'interno del gioco della verità. Come se fosse stata inventata solo per essere rinnegata a favore della menzogna. Tanto più credibile e “vera” tanto più è grossa e spettacolare. Siamo ancora alle Trues lies di Cameron, ma costruite nel modo meno borghese e melenso possibile. Insomma sembra non se ne possa uscire. A ben vedere, tutti, sia coloro che lottano per il male sia per il bene, sono costretti a mentire, e il meglio possibile. Come se alla fine la verità, se può emergere ancora, nonostante tutto, è solo dopo aver passato apocalitticamente attraverso il suo negativo fino in fondo. Bevendo il calice amaro sino all'ultima goccia. Quasi che il male si possa sconfiggere, sempre se sia questo il fine all'interno del film, solo facendosi a sua volta altro male. Per arrivare almeno a poterci lottare alla pari. Pur continuando residualmente a serbare nascosta una piccolissima traccia mnemonica di bene. Questo almeno provando a riassumere in sintesi quanto la tradizione filmica ci aveva abituato a sperare in queste ultime decadi.
Ma torniamo al film per provare a dimostrare quanto detto sin ora. Partiamo dalla fronte. È lì che Pitt scolpisce la svastica. Mentre gli altri protagonisti vi appiccicano la carta per provare a riconoscersi nel personaggio fantastico attribuito dal vicino. La domanda di partenza è:
Chi sono io?
Tale domanda potrebbe essere ulteriormente universalizzata e estesa a tutto il genere umano. Allora diventerebbe:
Chi è l'uomo? Come decidere chi sia e come valutarlo?
Ma ritorniamo alla fronte e all'espressione correlata di andare a “testa alta”. Senza dimenticarci che è quello il punto ideale per sbandierare i propri simboli nei berretti. Comunque, insieme alla schiena è l'unico punto che ci sfugge. Ma allo stesso tempo è ciò che gli altri vedono di noi e il punto su cui viene stampata la nostra identità, vera o finta che sia. Come un marchio indelebile e a vita nel caso di Pitt. Quando si gioca sul serio e si vuole dire chi è l'uomo sopravvissuto che si ha davanti, Apache non ha dubbi. È un nazista e basta e la svastica tatuata ne è il segnale imperituro. Giusto per non sbagliarsi più in futuro e non affossare tutto nel dimenticatoio, magari svestendosi della divisa da nazista per un nuovo camuffamento travisante. Certo non tutti lo sono allo stesso livello. C'è chi è costretto dagli eventi a farsi collaborazionista, perché se no ne andrebbe della propria vita. Ma c'è anche chi lo fa perché ama quel gioco perverso con l'obiettivo narcisistico della notorietà, del successo e dell'autoaffermazione. Comunque a ogni livello si attua un compromesso e un tradimento. Fino a quello più spregiudicato possibile, paragonabile a quello di Giuda, anzi forse ancora più estremo, cioè il tradimento del Fürher, il Dio incarnato del momento. Infatti rispetto al re dei cieli, tutto da provare, qui si è di fronte al vero sovrano momentaneo del mondo. Ma torniamo ancora al gioco della carta sulla fronte, se si prova a definire l'uomo come un re, è però King Kong, Re Kong. Ovvero la scimmia che si crede un re, la scimia similia dei. Come attribuito alla SS. Dopo L'ultimo re di Scozia, il film di Tarantino è l'ulteriore variante dell'incipit di 2001 odissea nello spazio di Kubrick. Solo che ora la denuncia non è più tale in quanto è pervertita in godimento. In questo sembra essere agli antipodi dei suoi predecessori più o meno illustri. Dal momento che tutto può essere trasformato in piacere, compreso lo stesso atto del denunciare che viene così a essere invalidato e annullato. Alla fine, l'importante è l'orgia conseguente in cui tutti godono sadomasochisticamente. Solo questo è importante e residuale. Non sembrerebbe esserci altro. Il finale è da questo punto di vista strepitoso. Infatti, oltre la battaglia perversa per il potere, nel film c'è chi è disposto a sacrificare la propria vita per smascherare o uccidere i nazisti magari perché mossi dal desiderio di vendetta e dal risentimento (Shoshanna e Apache), oppure per degli ideali libertari. In ogni caso tutti agendo nel modo più spettacolare e barbaro possibile. Magari attraverso un'operazione di pulizia chirurgica di precisione eliminando la testa del nemico. Vedi la scena del cinema dato alle fiamme. Oppure agendo diffusamente sul territorio, come Apache, mimando un anticorpo in cerca dell'antigene nazista per fargli lo scalpo. Secondo questa prospettiva i bastardi senza gloria di Tarantino potrebbero essere assimilabili agli eroi protagonisti di Essi vivono di Carpenter. Anche loro intenti in una battaglia senza quartiere grazie alle personali montature per riconoscere il nemico e per non farsi smascherare. Solo che qui a tutti i livelli la mistificazione è esponenzialmente più elevata. Rimane il fatto che, alla fine, chiunque del pubblico viene portato a identificarsi con il vincitore morale, cioè con Apache che scolpisce il suo ultimo capolavoro. Dopo essere stati bistrattati, seviziati dal cinema perverso di Tarantino, in conclusione si gode tutti insieme. Allora, dopo lo scarico della tensione che puntualmente si realizza nel finale, spesso parte l'applauso in sala in quanto ovazione tributata all'imperatore circense di oggi. Questa è una conseguenza del fatto che al termine del tragitto lo spettatore non viene portato dal film e dal regista a svelare cosa ha scritto sulla propria fronte... magari potrebbe essere King Kong oppure avere una svastica cicatrizzata. Continuerebbe a non vederlo perché non c'è nessuno nella realtà che lo potrebbe marcare a fuoco. Non c'è Apache e i suoi bastardi senza gloria a attentare alla sua quotidianità. Così ognuno proseguirebbe a partecipare indististurbato al gioco delle carte e a farsi mettere o a mettersi direttamente l'appellativo di grande uomo, che so Marco Polo e via dicendo, quando invece si è magari semplicemente nazisti o nel migliore dei casi collaborazionisti. Certo non possono essere sullo stesso piano il contadino traditore per non morire rispetto alla decisione volontaria e opportunistica del gerarca nazista. Eppure sembra solo una questione di grado. Tutti lottano per la sopravvivenza, con i mezzi che hanno a disposizione. Certo poi c'è chi esagera e riuscendo a padroneggiare il gioco prova a incrementare a dismisura il proprio tornaconto personale a discapito degli altri.
Nel cinema di Tarantino, la messa in scena dell'orrore non porta a conseguire nessuna coscienza di sé o del massacro quotidiano al quale volenti o nolenti si partecipa. Come per esempio accade in The mouth of madness (tradotto in italiano con Il seme della follia), sempre di Carpenter, grazie alla risata disumana del protagonista intento a rivedere da solo al cinema il filmato della propria esistenza. In Bastardi senza gloria non c'è più nessuna apocalisse personale possibile e alcuno spazio per la riflessività auto o etero indotta. Rimarebbe apparentemente solo il momento perverso della goduria, della masturbazione infinità avente come soggetto il male. Non bastasse il godimento per l'orrore agito nella realtà, ci si beerebbe anche nella ri-visione perversa delle proprie res gestae. Come per il cecchino del film. Per conseguire un ulteriore piacere di secondo grado ottenuto attraverso la riproposizione infinita della realtà, come potrebbe succedere oggi anche attraverso la televisione o con internet. Allora la battaglia fondamentale dello sguardo diventa tra chi combatte l'orrore sia nella realtà che nella finzione anche attraverso un'ecologia delle immagini e chi invece partecipa consenziente all'orgia in tutte le sue forme e i ruoli possibili. In tale scontro, Tarantino, è un bastardo senza gloria, però solo nella finzione. Come se l'unica vocazione possibile del cinema fosse semplicemente quella dell'intrattenimento. In questo senso sembrerebbe più un'“arte” pura e autoreferenziale, totalmente distaccata dalla vita. A fronte di una posizione nichilistica in cui non si intravede invece nessuna soluzione positiva reale, parrebbe alla fine schierarsi dalla parte dell'eccesso del desiderio, intascando i suoi trenta denari. Insomma, direbbe la verità, smascherandola, ma solo per tradirla come Giuda, provando a goderci forse pure perversamente. Riscrivendo allo stesso tempo in chiave trash il finale tragico delle 120 giornate di Pasolini, solo per poter far godere del tradimento e del massacro. Forse questo è il suo modo di arrendersi e di essere collaborazionista verso questa vita. Magari non è nelle sue corde sapersi opporre e allora preferisce piuttosto deporre le resistenze e abbandonarsi arrendevole. Così si darebbe in pasto al pubblico e allo stesso tempo lo utilizzerebbe per i suoi fini perversi. Per godere tutti. Solo nell'orgia dell'orrore sembrerebbe oggi paradossalmente possibile realizzare un accordo ecumenico accettato da quasi tutti. Tranne quel resto minimo di umanità insalvabile. I bastardi ingloriosi reali.
Ma torniamo ancora al gioco delle carte e al duello per la verità o meglio all'agone in cui si stabilisce chi sa mentire meglio grazie agli strumenti della logica e della razionalità. L'unico tribunale in grado di smascherare i mentitori (meno bravi). Il nazista perfetto, l'SS, è in questo senso la sola categoria umana capace di vedersi sulla propria fronte riflessivamente, grazie alle domande giuste fatte agli altri. È quello che sa ricostruire o immaginare meglio la verità di se stesso e dell'altro. Come il cacciatore degli ebrei. Sa andare più in profondità e immedesimarsi nella possibile vittima simulandone i desideri e i pensieri. Ma lo smascheramento non ha alcuna finalità né positiva né autocritica che non sia il distruggere l'altro o chi si oppone al teatro dell'orrore. Per parteciparvi da protagonisti, bisogna essere speciali. Non è sufficiente uccidere una persona ma trecento. Insomma solo chi l'ha fa più grossa può essere portato come esempio e spettacolarizzato e glorificato. Cioè reso ulteriore spettacolo, magari con un film da esempio per tutti.
Ogni confronto alla fine si risolve in un duello di logica. Tutto viene portato all'interno di un ordine prestabilito e di una gerarchia. Ma a decidere tale ordine è solo chi sa mentire e nascondersi meglio sub-ordinanando in questo modo la controparte. E se mentre si partecipa al gioco si viene scoperti e non si decide di sottomettersi e di collaborare, non rimane che lo scontro frontale. In qualche modo tutti sono sempre sotto tiro, però alla fine sopravvive il più forte in tutti gli ambiti. Viceversa chi vuole ribellarsi a tale giogo, come il soldato tedesco arruolato come “bastardo”, può solo disertare e prendere la strada del deserto e della clandestinità.
All'interno di tale scontro, il cinema, la massima espressione della forza dello sguardo e della seduzione come può essere inquadrato? Già l'idea che il cinema sia fondamentalmente un'industria culturale ma ancor prima di intrattenimento non lascia adito a tante possibili risposte. Hollywood si arricchisce facendo godere dell'orrore della vita spettacolarizzandolo e non può non entrare se non nella categoria dei nazisti. Almeno questa potrebbe essere una chiave di lettura della scena di distruzione della sala del cinema con tutti i suoi protagonisti. Anche perché lo spettacolo della verità filtrato attraverso lo schermo sembra non poter far altro che crocifiggerla ulteriormente. La visione spettacolare può solo pervertirla. E chi fa cinema ne è complice. E Tarantino ne è pienamente consapevole. Per questo fa trash. E il suo cinema al massimo è solo trashendentale. Oltre qualsiasi forma di resistenza. In un certo senso è l'avanguardia che prepara la venuta dell'anticristo in quanto si prodiga per abbattere barriere per alimentare e far dilagare il desiderio in tutta la sua onniperversità. Il male, se tale può ancora essere definito, sembrerebbe essere sul punto di vincere, in quanto non ci sarebbe più nessuna opposizione capace di contenerlo. Tale sfida immortale è anche la tematica del cinema di Michael Mann, uscito di recente nelle sale con il lungometraggio Nemico pubblico, rinnovando l'atavica sfida cominciata con Manhunter e poi con Heat-La sfida e via dicendo. Nei suoi film il delirio di onnipotenza e il male conseguente alimentato dalla visione e dall'immaginazione vengono sconfitti dalle forze del bene. Ma tale cinema non è molto realistico, sebbene denunci il vuoto nichilistico comunque presente anche nel dionisiaco orgiastico, svelandone comunque la prospettiva fallimentare. Eppure nella vita a sedurre e a vincere sembrerebbe più essere il male, magari proprio in virtù di un'analisi impropria e di una visione distorta dei fatti. In questo senso Tarantino e il suo eccesso ne sono la testimonianza più credibile. Nella battaglia all'interno delle dinamiche complesse del desiderio in Michael Mann c'è ancora troppo romanticismo e poesia, troppo amore sia nella variante della filia che dell'agape. Così sembrerebbe essere ancora troppo nichilista o troppo poco. Si, in questo Tarantino è portatore di una verità più credibile e realistica. Ma solo perché il tradimento messo in scena è all'ennesima potenza più elevato. Fare spettacolo è tradire la verità. E tanto più la si tradisce, tanto più si fa spettacolo. Mostrare la realtà umana nella sua nudità, l'ecce homo è solo funzionale per il godimento del pubblico, nonostante l'impegno di chi provi a rovesciare tale destino. Anzi in un certo qual modo il vero ecce homo è metalivellarmente quello messo in scena da Tarantino. Alla fine come se ne esce... Da quale parte schierarsi? Io non saprei dirlo al momento. Anche non prendere parte e sospendersi è pur sempre una parte, un ruolo, una maschera da indossare funzionale al gioco della verità e al suo martirio. A quanto pare via d'uscita non ce n'è, o almeno non è stata ancora trovata. O si resiste, denunciando il gioco. Ben sapendo però dell'inutilità del gesto, almeno finora. O se ne partecipa fino in fondo, senza più remore.
Rimane il fatto che quando si arriva a una teoria, cioè a una visione prospettica della vita, della storia, dell'uomo, poi ci sarà un confronto e un possibile scontro. Dove alla fine si dovrà elevare un vincitore. Questa è la regola del gioco della verità. Non se ne esce. Solo chi è più bravo a essere logico o osservatore razionale, allora potrà sperare di vincere, stabilendo la gerarchia di chi sarà agnello e chi leone. Se si finisce nella categoria degli agnelli, si avrà un futuro da collaboratore, altrimenti da dirigente. Comunque nulla è fisso per sempre e c'è in ogni istante la possibilità che a un'altro livello del confronto sia possibile rimettere tutto in discussione, compresi i ruoli finora acquisiti. Infatti il gioco della verità espone a una tassonomia, a una disseminazione e distribuzione incontrovertibile decise ogni volta attraverso il confronto scontro dei valori in campo. Chi accetta tale agone è anche consapevole che dovrà poi seguirne, accettandole, tutte le conseguenze. Sapendo però che la verità non è garanzia di bene ma solo strumento finora nelle mani di coloro che hanno saputo meglio dire la propria personale bugia, con-vincendo. Forse questa è a tutt'oggi la verità più profonda emersa.
Per concludere una sintesi e una speranza residuale quanto folle.
Il cinema di Tarantino tritura tutto per poi darlo in pastura agli spettatori che abboccano come pesci acconsenzienti, già predisposti a tale gioco. Ovviamente da Giuda, perché lui conosce la verità e la dice tutta solo per tradirla perversamente quanto consapevolmente. In questo accettando fino nelle più estreme conseguenze il destino sinora inscritto della verità che è quello di essere mistificata, martoriata e crocefissa. Rimane un'ultima inquietante domanda, assimilabile a quel paradossale dubbio messianico a tutt'oggi però irrisolvibile1. Alla fine da quale parte del tavolo sta Giuda e con lui Tarantino? Sarà poi vero che solo quando il male avrà vinto completamente a questo punto potrà concludersi positivamente l'ultimo scontro finale? L'ultimo grande spettacolo a disposizione per godere veramente fino all'eccesso estremo. Oltre qualsiasi proiezione virtuale solo anticipatoria. Quanto effimera. Come quella messa in scena attraverso il cinema.
1Sholem Gershom, Le grandi correnti della mistica ebraica, Einaudi, Torino 1993. in particolare il capitolo su Shabbat Zwegli.
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