giovedì 15 settembre 2011

Nuova vita

Per le strade desolate, negli angoli più oscuri lontano dalle luci dei lampioni giacevano biciclette ferite mortalmente.
Ancora poco e sarebbe stata la fine.
Già monche di una ruota, di una sella aspettavano il colpo definitivo. Che so la perdita dei pedali, dei freni ad opera dello sciacallo di turno.
Legate al palo da una grossa catena altro non potevano fare se non guardare inermi il proprio sfascio.
A ogni colpo si levava alto nella notte l'urlo dalle lamiere contorte e arrugginite.
Non durava per molto.
Dopo ripetuti colpi man mano le forze venivano meno.
Allora non si sentiva più nulla.
Stremate si lasciavano morire in silenzio durante la spoliazione selvaggia.
Quanto rimaneva sarebbe finito nel dimenticatoio come lo scheletro di tanti animali del deserto incappati in circostanze avverse. Tutto il resto avrebbe rimpolpato vecchie biciclette inferme in attesa di un trapianto.
Le più esposte le più belle. Quelle con gli ornamenti ricercati, una guarnitura di marca, dei pedali resistenti.
Per loro la fine era quasi immediata.
Per le altre l'agonia durava molto più.
In attesa del colpo di grazia.
Tra di esse, le più sprovvedute o lungimiranti, aspettavano il salvatore. L'uomo della notte venuto a portare altra vita, a suturare le ferite con nuovi pezzi.
Come novelle Lazzaro speravano nel miracolo della resurrezione.
Ma quell'incontro non si era ancora verificato.
Da tempo immemore aspettavano invano.
Tutti quanti si erano avvicinati lo avevano fatto solo per depredarle di qualcosa.
Difficilmente quella sera sarebbe successo il contrario.

venerdì 2 settembre 2011

Memorie di uno schiavo

A far compagnia alla zia ora c'è anche Yzu.
È morto la fine di agosto.
Di cancro.
Come la zia.
Sembra non si sia voluto affidare alle cure del caso e abbia accettato di restituire tutto prima possibile per essere definitivamente libero. Lui che si chiamava per scelta Yzu schiavo.
La notizia non sorprende più di tanto.
Aveva la morta scritta in corpo, nel volto.
In fondo come tutti.
Però lui non lo nascondeva.
Per un po' ha provato a prendersene beffa, a sfidarla.
Come scagliarsi contro i mulini a vento.
Forse morire è stata una soluzione.
Non so se un bene.
Comunque una liberazione.
Dal mal di vivere.
Dal risentimento di esserci.
Dopo aver appreso la notizia, di notte sono andato a vedere la sua pagina internet. A caccia delle ultime tracce lasciate.
Al posto della solita foto c'erano le sacche di sangue con i tubi allacciati.
Una scena già vista.
Ironica per chi vestiva abitualmente i panni di un vampiro randagio assetato di alcol.
Durante l'estate, con la zia moribonda, l'ho incontrato più di una volta al solito baretto vicino al teatro comunale.
L'aspetto non era per niente buono.
Ma non troppo differente da tante altre volte reduce da sbronze, nottate insonni.
Sapeva tutto ma non ha mai lasciato trapelare nulla. Come se non stesse succedendo niente di particolare.
In fondo si muore da sempre.
Con il contagocce.
Teneva tutto nel groppone in silenzio.
Con la pesantezza camuffata di un Atlante.
Senza fiatare.
Portando sulle spalle il proprio fardello.
Con dignità.
Sempre pronto alla battuta.
Fino alla fine.

lunedì 22 agosto 2011

Violetta

Solitamente la chiamavano Viola.
Lei aveva provato a controbattere.
Scusate, il mio nome è Violetta Helena.
Ma nessuno l'aveva ascoltata.
Anzi con il tempo anche i parenti più lontani la chiamavano così.
Beh... tutti la chiamano così.
Anche quando ripresi non c'era nulla da fare. Quel nome si era impresso nella loro memoria come un marchio di fabbrica.
Alla fine aveva ceduto e per tutto il periodo accanto alla zia come badante si era mestamente rassegnata a tale evidenza.
Era la prima volta a trovarsi in quel ruolo e non era stato facile. Inizialmente si era prefigurata ben altri scenari. Più di una occasione era stata sul punto di cedere e di abbandonare l'intera baracca al suo destino. Anche perché di problemi personali da risolvere ne aveva assai. Questioni fondamentali capaci di invischiare l'esistenza come dentro una gabbia asfissiante. In fondo lo stare al fianco della zia era stato il pretesto per fermare una traiettoria vitale impazzita. Una fuga da un mondo ostile dove c'erano però tutti gli affetti di una vita.
Sebbene non ci fosse stata mai una reale comprensione aveva trovato negli amici della zia un'accoglienza basilare. Lasciando perdere la storpiatura del nome la sostenevano per come potevano. Che so portandole da mangiare o facendole la spesa. Anche perché senza di lei veniva a cadere l'intera impalcatura di accudimento della zia. In tutto questo tempo era riuscita comunque a raccontare le sue vicissitudini al nipote. L'unico ad ascoltarla veramente, a conoscere la sua storia. Almeno per quanto poteva. Senza di lui sarebbe già caduta più di una volta. Ma anche nelle situazioni peggiori era riuscito pazientemente a contenere le sue crisi passeggere. Alla fine si era fatta le ossa. Per questo si mostrava riconoscente verso di lui al punto di voler ricambiare con quanto poteva. Un aiuto nell'amministrazione delle piccole cose domestiche del tutto lasciate all'incuria. Ciò era stato facilitato anche dal breve soggiorno a casa sua dopo la morte della zia. Così aveva avuto la possibilità di entrare nel suo sancta sanctorum. Avrebbe voluto risistemarlo secondo delle regole igienico-sanitarie generalmente condivise. Ma senza successo a causa della reticenza di lui. Quel caos all'apparenza disorganizzato corrispondeva al suo modo destrutturato di vivere. Nonostante la mancanza di ordine tutto si trovava a disposizione con facilità in vista delle occasionali esigenze minime di sopravvivenza.
Ma c'era dell'altro.
Sotto sotto sapeva bene cosa si nascondesse dietro quell'apparente altruismo disinteressato. Un modo per creare riconoscenza e riconoscimento al punto da legare l'altro sottilmente secondo la logica implicita del dono-controdono. E non ne voleva sapere. Ci teneva alla sua libertà e faceva di tutto per svincolarsi da tali dinamiche. Per questo la evitava quando poteva per non essere invischiato in quella trappola a ciel sereno difficilmente gestibile. Anche perché non avevano granché da dirsi né da condividere. I loro obiettivi erano del tutto non sovrapponibili. Il loro incontro frutto solo del caso. In condizioni normali difficilmente si sarebbero avvicinati l'uno a l'altra. Perciò era saggio rimanere ognuno per la propria strada. Tutto nel rispetto reciproco e nella trasparenza delle opinioni.

lunedì 8 agosto 2011

Bela Lugosi is not dead

Arrivano verso mezzanotte.
La zia è già morta da un po'!
Ha ancora la carnagione rosea. Il sangue non ha defluito del tutto.
Sono in due. Il vestitore e l'accompagnatore.
Prima del rigor mortis la zia va cambiata. In fretta e furia bisogna cercare dei vestiti nel guardaroba, rigorosamente in bianco e nero, le collant non si trovano, pazienza...
Il vestitore è alto, quasi cieco, impacciato nel camminare. Al primo gradino inciampa barcollando paurosamente.
Sarà per la statura di oltre un metro e ottanta, l'età avanzata, i capelli bianchi spettinati, la camicetta celestino chiaro un po' trasandata sembra uno zombie richiamato dall'oltretomba per fare il lavoro sporco. Dare una presentabilità alla zia restituendola a una dimensione senza tempo. Sospesa da sempre nell'eternità. Come se tutto quanto vissuto di recente non fosse stato. Potesse le donerebbe anche un leggero sorriso beato.
Nonostante la mole, quando si presenta lo fa con una vocina piccolina piccolina quasi fosse ancora un bambino un po' troppo cresciuto nel frattempo. Con sé ha portato la cassetta degli attrezzi come quella dei medici di un tempo. Una borsa nera in pelle con apertura a scatto centrale.
Non perde tempo. Come un automa attivato sa bene cosa fare e nulla lo può distogliere dalla meta intravista. Il corpo della zia immobilizzato a letto. Circondiamo la zia per le presentazioni. Ma non c'è tempo. Il nostro eroe sta già smontando il letto per agevolare il lavoro... L'accompagnatore lo ferma... ei un attimo... aspetta. Ma tanta è la voglia di cominciare da voler bruciare tutte le tappe, gli ostacoli tra lui e lei.
Lo lasciamo da solo.
Vanno tolti gli oramai inutili strumenti di sopravvivenza, il catetere, i due ani artificiali, la maschera per l'ossigeno. Poi come un bebè incontinente dovrà fasciarla per evitare le perdite. Allora la vestirà con quanto trovato lì a disposizione. Dopo circa un'ora l'opera di trasformazione è terminata. La zia è stata restituita integra a nuova vita. Vengono gettati in una busta trasparente tutto quanto di residuale non più conforme al nuovo stato. La zia come una farfalla ha lasciato la crisalide. La metamorfosi è ora compiuta. Nuova vita alla nuova carne.
Prima di andare il vestitore tira fuori dalla borsa nera un contenitore in plastica bianca di amuchina offrendolo a tutti come lauto premio per il buon risultato. Manco fosse un infermiere d'ospedale o un consumato attore di C.S.I.

giovedì 4 agosto 2011

Ciclofficina antieconomica

La ciclofficina non è un'istituzione.
È piuttosto un evento occasionale unico capace di rigenerarsi ogni volta dalle proprie ceneri. Oggi c'è domani chi lo sa. Nessuno è impegnato. A meno non gli faccia piacere. Non si deve nulla a nessuno, non si dà nulla a nessuno. Questo per scongiurare qualsiasi ottica utilitaristica. La ciclofficina è antieconomica. Non ha nulla da guadagnare, tutto da perdere. Se ne infischia delle pratiche caritatevoli. Va per la sua strada. Chi vuole percorrere insieme lo stesso cammino è libero di farlo. La ciclofficina è uno stile di vita applicato alla realtà utilizzando come pretesto la bici. Ma poteva essere qualsiasi altra cosa. A contare non è il risultato ma il fare, stare insieme per un po'. Poi ognuno per la propria strada fino al prossimo incontro. Senza obbligazione alcuna, imparando a gestire la perdita, l'incertezza, l'instabilità. Tutto in nome di una libertà negativa svincola da qualsiasi imposizione, dispositivo di qualsiasi natura. Se proprio volessimo trovare un'analogia, la sua propensione atelica può essere avvicinata alla dimensione del gioco.
In conclusione, non ci interessa l'economia, la logica dello scambio reciproco, il fare il bene, l'utilitarismo, il volontariato, la ricerca di salvezza. Piuttosto meglio la perdizione ciclica, l'impasse, la sospensione, lo sciopero a oltranza.

sabato 30 luglio 2011

The fly

Quanto rimasto della zia aveva ingaggiato una dura lotta per la sopravvivenza. Nulla era risparmiato. Il computer di bordo seppur scassato aveva ricominciato a girare. Era necessario un piano d'emergenza. Subito! Senza esitazione alcuna. Andava fatta un'attenta analisi della situazione per valutare cosa salvare, cosa utilizzare nell'evenienza. Bisognava stringere alleanze, tagliare i rami morti. Non c'era tempo per ulteriori riflessioni sulla propria miseria. Ogni energia andava canalizzata per agire più velocemente possibile con il minimo spreco. Una lucida follia si era impossessata della zia. Resistere a qualsiasi costo. L'unico nipote rimasto era stato inglobato nel suo delirante progetto. A quanto pare ne rappresentava un tassello imprescindibile. Per questo veniva messo alla prova.
Quanto mi ami... quanto posso contare su di te.
Solo l'amore come un laccio invisibile sarebbe riuscito a legarlo al suo corpo.
Senza sarebbe stata perduta. Null'altro al mondo avrebbe potuto trattenerlo a lei. Così appena entrava nel suo mirino gli chiedeva di espletare compiti basilari.
Sollevami dal letto...
Dammi da bere...
Guarda qui... indicando le ferite ancora aperte.
Ma soprattutto accettami per quello che sono.
Amami incondizionatamente al di là di tutto. Della mostruosità, degli umori, dei liquidi fatiscenti.
Amami e basta. Senza fiatare.
E se non ti viene naturale, imponitelo.
Ma tutto doveva partire dal corpo, dalla sua cura, dalla manipolazione pratica.
Toccami...
Non stare lì a fare niente.
Accarezzami!
Donami il tuo amore sennò muoio.
Senza sono nuda, indifesa.
Fa tanto freddo.
Ricoprimi d'affetto.
È tutto quanto può ancora salvarmi.
Ma le cose non stavano così.
Tutt'altra cosa la realtà rispetto le fiabe.
Per il nipote veniva più naturale prendere le distanze agito da una tensione al basso ventre, dalla nausea soffocante.
Quanto sarebbe durato ancora il girone del vomito?
Ma forse il problema era ancora più grande.
Quel letto in mezzo alla stanza era diventato il sinedrio circondato dalla folla inferocita.
Un mondo con le sue regole pronto a giudicare e a condannare il deviante di turno se messo in discussione. Per una parte contava solo l'esecuzione, l'allineamento, l'obbedienza, per l'altra l'arresto, la sospensione, la disseminazione anarchica. Uno scontro di forze. Alla fine uno contro tutti. Sarebbe riuscito a cavarne fuori le penne?
La sera portò il corpo stanco sui gradini della piazza antistanti il bar del teatro. Sempre più reduce si riposava un po' per l'indomani. Impossibilitato a comunicare ai suoi amici il peso della battaglia sostenuta, il livello dello scontro in atto invisibile ai più.


A ben vedere oltre qualsiasi logica della colpa e della pena, oltre qualsiasi responsabilità soggettiva in fondo a tutto si contrapponevano due visioni della vita antitetiche, forse le facce distinte di una medesima medaglia. Da un lato una volontà di adattamento infinita votata a una continua trasformazione a ben vedere radicalmente conservativa. Dall'altro invece l'attitudine di riuscire a dire “è abbastanza”, tutto è compiuto, finito, ogni secondo in più inutile, osceno, irrispettoso, ingeneroso. La vita ottusa incontenibile contro la battaglia per limitarla, de-finirla, de-terminarla al punto di desiderare di scomparire, restituire tutto per sfuggire da tale pulsione cieca e indifferente capace di dare alla testa se non abituati a riconoscerla, a prenderne le distanze. Una sorta di rinuncia come in un rito esorcistico.
Rinunci alla vita?
Si, rinuncio!
Per tornare a essere non posseduti, liberi e affrancati dai legami economici da essa imposti. Insomma superare l'atto creativo sospendendolo a partire da se stessi. Come esempio per tutti. Non lavorare più per la vita, scioperare, rifiutando di avere un ruolo attivo nella sua conservazione smisurata, eccessiva.

giovedì 28 luglio 2011

Biodiversità

Sarà per aumentare le varietà. Comunque da sempre vengo tenuto in vita da nemici prossimi, i genitori, la zia. Per anni ho combattuto il loro mondo, la loro visione della vita. Però, allo stesso tempo provvedo alla loro conservazione. Una sorta di paradossale parassitismo simbiotico. Fuori dalle solite regole dello scambio mutualistico. Tutto nei limiti della sopportazione reciproca. Mossi dall'odio più che dall'amore. In equilibrio precario. Come con un cancro. C'è, te lo tieni, ci convivi.
Però la troppa vicinanza fa male.
Dopo un breve contatto urge la distanza, la più profonda possibile. Senza allontanarsi troppo. Stando lì nei paraggi. Il tempo di perderli di vista, di non sentirli più.
Alla faccia del buon samaritano.
Mossi dallo stesso entusiasmo impiegabile per conservare un panda o uno squalo. La cura minima necessaria. Con una garza sulla sinistra e il coltello pronto a essere brandito sulla destra. E non si tratta di vincere l'uno sull'altro. Si sa già di aver tutti perduto a prescindere.