Madido di sangue caldo, un feto appena nato insorge urlando.
Ancora legato al cordone ombelicale prova a risalire.
Attaccato come a una corda viscida sospesa...
Con i piedi serrati...
Si solleva a ritmo per tornare da dove è venuto.
Ma non è più possibile.
La fessura si è chiusa per sempre.
Dopo aver provato a bussare, a sfondare l'entrata umida e appiccicosa, si lega il cordone al piede, si getta nel vuoto a occhi chiusi.
Senza respirare precipita giù a capofitto.
Sale l'adrenalina, l'apprensione per il probabile schianto.
Pochi centimetri ancora.
Una frazione di secondo.
Poi l'arresto violento.
Il contraccolpo.
Con la stessa forza risale su per precipitare ancora.
Ormai è andata.
Appeso al cordone, in bilico come un pendolo, mira estraneo il nuovo mondo a testa in giù. Ancora memore del claustro tutt'avvolgente in cui era immerso fino a pochi secondi prima.
Tanta la vertigine e la nausea per la sbronza d'aria.
Troverà un abbraccio caloroso capace di contenere l'abisso spalancatosi davanti ai suoi occhi increduli?
mercoledì 23 febbraio 2011
Alla fine fu solo...
Era diventata puro spirito.
Quando si specchiava vedeva un'ombra trasparente.
Da tempo stava male.
Non di un male generico.
Ogni volta si localizzava da qualche parte fino a paralizzarla per il dolore.
Non se ne capacitava.
Nemmeno sapeva prendersi cura del proprio corpo martoriato.
Magari per limitare i danni e poter continuare a svolgere quelle poche cose quotidiane da massaia in pensione.
Cercava una soluzione.
La più veloce possibile.
Una volta si sperava nel miracolo, in San Gennaro o in qualche misterioso guaritore.
Altri tempi.
Oggi la speranza batte altre strade.
Senza smettere di essere altrettanto radicale e innovativa.
Quando il dolore diventava insopportabile voleva solo eliminarlo alla radice, senza ulteriori compromessi possibili.
Come con un automa meccanico pensava di sostituire quelle parti difettose, consumate dal tempo, dalla vecchiaia, per tornare a una nuova efficace funzionalità.
Aveva cominciato dai denti.
Non si era limitata a togliere quelli rovinati per conservare gli altri con cura.
No... li aveva levati tutti sostituendoli con una comoda dentiera.
Lei non l'avrebbe tradita.
Non l'avrebbe offerto nulla di più della possibilità di masticare ancora.
Una dentiera e basta.
Senza eccedenze residuali.
Sebbene meno pratica e nonostante tutto non eterna.
Infatti quando portata al limite dalle robuste mascelle era soggetta a rompersi in due.
Ma bastava sostituirla per risolvere il problema in poco tempo.
Dopo c'era stato il problema al nervo sciatico.
Anche lì era intervenuta drasticamente.
Operazione!
Per non zoppicare più...
Tuttavia non aveva funzionato come sperato.
Infatti il problema sembrava derivare ancor prima da una certa artrosi ileo-sacrale o forse da un problema di vene varicose. Un po' come scoprire se viene prima l'uovo o la gallina.
In quest'ultimo caso aveva progettato di farsi asportare le vene difettose una ad una. Fino a quando il problema non fosse scomparso del tutto.
Che vuoi che sia.
Un piccolo intervento e via.
Per tornare a vivere meglio.
Per non dover pensare più alla vita...
Come un tempo.
Seguendo scrupolosamente questa logica alla fine si era fatta togliere tutto.
A partire dall'utero.
Tanto non le sarebbe servito più a nulla.
Un peso inutile.
Anzi un pericolo costante come una bomba a orologeria pronta a esplodere.
Poi aveva smaltito tutto il resto.
Da allora non provava più dolore.
Aveva potuto riprendere la sua semplice esistenza per certi versi simile a quella di un fantasma.
Sebbene quasi trasparente le era rimasta solo la voce.
Così non la smetteva più di parlare.
Anche per sentirsi viva.
Per attestare agli altri e ancor prima a se stessa di esserci ancora.
Una pena infinita.
Quando si specchiava vedeva un'ombra trasparente.
Da tempo stava male.
Non di un male generico.
Ogni volta si localizzava da qualche parte fino a paralizzarla per il dolore.
Non se ne capacitava.
Nemmeno sapeva prendersi cura del proprio corpo martoriato.
Magari per limitare i danni e poter continuare a svolgere quelle poche cose quotidiane da massaia in pensione.
Cercava una soluzione.
La più veloce possibile.
Una volta si sperava nel miracolo, in San Gennaro o in qualche misterioso guaritore.
Altri tempi.
Oggi la speranza batte altre strade.
Senza smettere di essere altrettanto radicale e innovativa.
Quando il dolore diventava insopportabile voleva solo eliminarlo alla radice, senza ulteriori compromessi possibili.
Come con un automa meccanico pensava di sostituire quelle parti difettose, consumate dal tempo, dalla vecchiaia, per tornare a una nuova efficace funzionalità.
Aveva cominciato dai denti.
Non si era limitata a togliere quelli rovinati per conservare gli altri con cura.
No... li aveva levati tutti sostituendoli con una comoda dentiera.
Lei non l'avrebbe tradita.
Non l'avrebbe offerto nulla di più della possibilità di masticare ancora.
Una dentiera e basta.
Senza eccedenze residuali.
Sebbene meno pratica e nonostante tutto non eterna.
Infatti quando portata al limite dalle robuste mascelle era soggetta a rompersi in due.
Ma bastava sostituirla per risolvere il problema in poco tempo.
Dopo c'era stato il problema al nervo sciatico.
Anche lì era intervenuta drasticamente.
Operazione!
Per non zoppicare più...
Tuttavia non aveva funzionato come sperato.
Infatti il problema sembrava derivare ancor prima da una certa artrosi ileo-sacrale o forse da un problema di vene varicose. Un po' come scoprire se viene prima l'uovo o la gallina.
In quest'ultimo caso aveva progettato di farsi asportare le vene difettose una ad una. Fino a quando il problema non fosse scomparso del tutto.
Che vuoi che sia.
Un piccolo intervento e via.
Per tornare a vivere meglio.
Per non dover pensare più alla vita...
Come un tempo.
Seguendo scrupolosamente questa logica alla fine si era fatta togliere tutto.
A partire dall'utero.
Tanto non le sarebbe servito più a nulla.
Un peso inutile.
Anzi un pericolo costante come una bomba a orologeria pronta a esplodere.
Poi aveva smaltito tutto il resto.
Da allora non provava più dolore.
Aveva potuto riprendere la sua semplice esistenza per certi versi simile a quella di un fantasma.
Sebbene quasi trasparente le era rimasta solo la voce.
Così non la smetteva più di parlare.
Anche per sentirsi viva.
Per attestare agli altri e ancor prima a se stessa di esserci ancora.
Una pena infinita.
martedì 1 febbraio 2011
Traversata polare
Anche oggi sono tolti gli ormeggi.
Notte fonda.
La luce non filtra ancora.
L'importante è partire.
Ancora più stare in viaggio.
Togliersi dalle secche stagnanti dove ci si perde di noia.
Dove ogni meccanismo si arrugginisce fino alla paralisi.
Un brivido percorre la schiena.
Paura di perdersi ancora.
Di girare a vuoto.
Troppa vasta la distesa per pensare di arrivare.
Un passo ancora per capire di stare solcando sempre gli stessi luoghi.
Uguali eppure ogni volta differenti.
Apro il libro.
Comincio a leggere frasi una dietro l'altra.
Man mano la trama si fa lassa.
Comincio a vacillare.
In ogni parola si apre l'abisso.
Il senso sprofonda.
Relazioni infinite si intrecciano a perdersi.
Percorsi possibili si rivelano senza sosta.
Ogni inizio è solo un rinviare a altro.
Uno spostamento continuo dopo un collasso puntuale di significati.
Fino al punto sogliare di esplosione.
Il momento del trascendimento, della disseminazione centrifuga, tritatutto.
Come uscito dalla tenda rossa dopo il precipizio.
Muovo i primi passi sul pack gelido.
Tutto appare immobile, cristallizzato.
Passo dopo passo il ghiaccio comincia a scricchiolare sotto i piedi.
Iniziano a comparire i primi solchi accompagnati da rumori secchi poco rassicuranti.
La distesa senza orizzonte, né alto ne basso, destra o sinistra è in procinto di infrangersi.
Le crepe si stagliano profonde.
Passo dopo passo il ghiaccio comincia a sciogliersi, a frammentarsi in blocchi via via più piccoli.
La coltre ghiacciata si svela sospesa sull'oceano.
Circondata da tutte le parti da acqua gelida.
I frammenti di crosta diventano sempre più piccoli, sottili.
Il cammino non è più agevole.
Il suolo comincia a traballare.
In alcuni punti si inabissa.
L'equilibrio si fa precario.
Si aprono fessure preoccupanti.
Le zolle bianche sono sempre più fluide, dinamiche.
Come attirate da una forza irresistibile si perdono alla deriva.
Passo dopo passo salto da uno scoglio a l'altro.
Per non cadere dentro un mare scuro vischioso come la melassa.
Il percorso è sempre più irto e difficoltoso.
Tutto è diventato instabile, precario.
Come stare sopra le sabbie mobili.
In ogni istante si può affondare.
Man mano diventa difficoltoso anche saltare.
Aumenta il rischio di cadere in acqua e rimanere intrappolati in un gelo paralizzante come la morte.
Anche oggi si farà naufragio.
Senza scialuppa.
Per quanto si potrà resistere in apnea.
Quale nuovo limite di profondità sarà raggiunto?
Si riuscirà a emergere ancora?
Notte fonda.
La luce non filtra ancora.
L'importante è partire.
Ancora più stare in viaggio.
Togliersi dalle secche stagnanti dove ci si perde di noia.
Dove ogni meccanismo si arrugginisce fino alla paralisi.
Un brivido percorre la schiena.
Paura di perdersi ancora.
Di girare a vuoto.
Troppa vasta la distesa per pensare di arrivare.
Un passo ancora per capire di stare solcando sempre gli stessi luoghi.
Uguali eppure ogni volta differenti.
Apro il libro.
Comincio a leggere frasi una dietro l'altra.
Man mano la trama si fa lassa.
Comincio a vacillare.
In ogni parola si apre l'abisso.
Il senso sprofonda.
Relazioni infinite si intrecciano a perdersi.
Percorsi possibili si rivelano senza sosta.
Ogni inizio è solo un rinviare a altro.
Uno spostamento continuo dopo un collasso puntuale di significati.
Fino al punto sogliare di esplosione.
Il momento del trascendimento, della disseminazione centrifuga, tritatutto.
Come uscito dalla tenda rossa dopo il precipizio.
Muovo i primi passi sul pack gelido.
Tutto appare immobile, cristallizzato.
Passo dopo passo il ghiaccio comincia a scricchiolare sotto i piedi.
Iniziano a comparire i primi solchi accompagnati da rumori secchi poco rassicuranti.
La distesa senza orizzonte, né alto ne basso, destra o sinistra è in procinto di infrangersi.
Le crepe si stagliano profonde.
Passo dopo passo il ghiaccio comincia a sciogliersi, a frammentarsi in blocchi via via più piccoli.
La coltre ghiacciata si svela sospesa sull'oceano.
Circondata da tutte le parti da acqua gelida.
I frammenti di crosta diventano sempre più piccoli, sottili.
Il cammino non è più agevole.
Il suolo comincia a traballare.
In alcuni punti si inabissa.
L'equilibrio si fa precario.
Si aprono fessure preoccupanti.
Le zolle bianche sono sempre più fluide, dinamiche.
Come attirate da una forza irresistibile si perdono alla deriva.
Passo dopo passo salto da uno scoglio a l'altro.
Per non cadere dentro un mare scuro vischioso come la melassa.
Il percorso è sempre più irto e difficoltoso.
Tutto è diventato instabile, precario.
Come stare sopra le sabbie mobili.
In ogni istante si può affondare.
Man mano diventa difficoltoso anche saltare.
Aumenta il rischio di cadere in acqua e rimanere intrappolati in un gelo paralizzante come la morte.
Anche oggi si farà naufragio.
Senza scialuppa.
Per quanto si potrà resistere in apnea.
Quale nuovo limite di profondità sarà raggiunto?
Si riuscirà a emergere ancora?
lunedì 10 gennaio 2011
Una rotonda sul mare...
Ro-to-nda!!!
Ro-to-nda!!!
È
lo slogan più ammaliante urlato in critical
mass.
Di
certo il più seguito.
Catturati
da tale richiamo, un manipolo di ciclisti variopinti con un sorriso
infantile scolpito si lancia a tutta birra intorno a una rotonda.
Non
vorrebbero smetterla più.
Unooo...
Duuuuue...
Tre
passaggi inebrianti.
Fino
al capogiro.
Una
volta ubriachi d'estasi...
Via
verso altre mete impreviste.
A
ruota...
Dietro
l'occasionale condottiero come uno sciame d'api a ritmo di trance.
Morire
di rotonda per una ciclofficina è un drammatico paradosso.
Una
beffa bella e buona.
Settembre
la data fissata.
Il
tempo della vendemmia e della spremitura.
L'ultimatum
è già in atto.
Rimane
da contare i giorni sul calendario.
La
città del futuro ha deciso.
Ha
fretta di conformare il territorio a sua immagine.
Vuole
veicolare la circolazione a suo piacimento secondo ritmi ordinati.
Alla
bici si è preferita ancora la macchina.
Un
nuovo asse di scorrimento veloce per una società sempre più
frenetica.
Una
grande rotonda in piena bolognina.
Il
cuore pulsante di Bologna.
Alla
confusione di un tessuto urbano brulicante di vita, di piccole realtà
locali multietniche, frammentarie, lente, si appone tramite un enorme
sigillo circolare la certificazione dell'ordine, della forma perfetta
del potere.
Il
cerchio.
La
figura più emblematica e affascinante di tutte.
La
linea piegata su se stessa.
Dove
ogni punto è equidistante dal centro.
Così
ogni inizio coincide con la fine.
Per
un'armonia prestabilita fuori dal tempo, dalla storia.
La
rotonda come “non luogo” per eccellenza.
Crea
distanze incolmabili.
Ci
si può solo rincorrere intorno.
Senza
prendersi mai.
Come
in tanti scatch comici.
Un
girare continuo a perdersi.
Per
trovarsi alla fine al punto di partenza.
Niente
più incontri occasionali.
Scontri
fortuiti dove ci si possa guardare negli occhi.
Salutarsi.
Il
nuovo corpo sociale si è dotato di un ulteriore by-pass per
aumentare l'efficienza della circolazione intasata.
Vuole
scongiurare l'infarto preannunciato.
Non
sa vedersi in altro modo.
Né
trovare soluzioni alternative.
Intanto,
con la stessa efficacia di una lama circolare sulla sfoglia appena
stesa per i tortellini, sferra un fendente sul territorio capace di
squarciare in due l'Xm, mutilandolo della palestra e delle cucine.
Cioè
delle sue funzioni viscerali vitali.
Una
ferita mortale difficilmente suturabile.
Come
tagliare un corpo a metà.
Dopo
sarà solo un'agonia veloce.
L'apocalisse
alle porte.
Ben
prima di quella astronomica dei Maja.
Non
senza fragore una nuova armonia sta per essere affermata.
Per
le realtà autoctone emerse nel frattempo rimarrà la via dell'esodo
o dell'estinzione nell'indifferenza.
Poi
solo il silenzio.
Perduti
nei lager della memoria, dimenticati dai più, verranno rimpiazzati
da nuove presenze all'apparenza pacificate, di bell'aspetto.
Resterà
solo il nome vuoto.
Dopo
l'Xmercato.
L'XXmercato.
Secondo
la dura legge del divenire.
Del
superamento infinito in altro.
E
amen e così sia.
E
mó che si fa?
Si
continua a ballare come sul Titanic?
Tre...
due... uno... zero...
E
se invece di resistere si accelerassero i tempi?
Se
apocalisse deve essere...
Allora
prima possibile.
Anzi
subito.
Per
non cedere alle imposizioni di questo sistema esponendosi alla
contrattazione, allo scambio.
Via,
andare via!
Abbandonare
tutto così com'è.
Disperdendosi.
Suicidandosi
in un improbabile esodo.
Scomparendo
silenziosamente.
Come
fosse scoppiata di botto una bomba termonucleare.
Quegli
ambienti degradati, eppure ancora carichi di senso, di orari fissati,
di codici, di scadenze temporali, di routine, verrebbero riconsegnati
di nuovo al caos, alla disorganizzazione assoluta. In opposizione
totale a tutto quanto lì intorno reclama invece a gran voce cultura,
progettualità, ordine, funzionalità, partecipazione.
Di
punto in bianco quegli edifici vuoti, aperti a chiunque
indiscriminatamente tornerebbero a far parlare.
Innanzitutto
i frequentatori del mercatino biologico posti di fronte all'assenza
delle bancarelle di frutta e verdure. Poi i ciclisti con i loro
rottami in cerca di uno spazio d'accoglienza. Sino al popolo della
notte trovatosi di colpo al buio, costretto a dribblare alla cieca i
corpi stanchi di barboni nascosti sotto i cartoni.
Alla
fine quell'assenza satura di significati, non traducibile
simbolicamente, inscambiabile, risulterebbe insopportabile per tutti.
Come
un cancro a ciel sereno.
Spiazzante
e imprevisto.
Cosa
fare ora?
Come
impiegare tutto quello spazio vuoto?
In
che modo ricambiare quel dono inatteso, quell'obbligazione
inaggirabile capace di tenere sotto scacco il sistema, costretto a
trasformare il niente in qualcosa, il non senso in un valore
ulteriore.
All'inizio
da convento a caserma fascista.
Poi
da luogo di smistamento per i campi di prigionia a mercato
ortofrutticolo.
Infine
centro sociale.
E
poi...
Dopo
l'ennesimo sterminio di senso...
Cos'altro
ancora?
Come
convertire quel cumulo di rovine stratificate, ancora vive e urlanti?
mercoledì 5 gennaio 2011
A che gioco si gioca oggi...
Frapporre fra sé e i propri desideri una parte, un compito, una prestazione, un fare.
Per attivare dinamiche sotterranee sottaciute.
Per mettere in atto il copione di sempre.
Cercare lo sguardo dell'altro, venire riconosciuti.
Dietro si cela il voler essere amati in modo assoluto.
Senza condizioni.
A prescindere.
Invece tocca atteggiarsi, assumere un ruolo, una pratica.
Mettersi a disposizione.
Facendo finta che...
Come bambini immersi in spazi transizionali intenti a giocare al dottore, alla guerra, con le costruzioni.
Solo a queste condizioni accade qualcosa.
Si genera una storia.
Si immagina un mondo circoscritto condiviso.
Lavorando su tali piani paralleli si prova a smuovere le acque, a cambiare indirettamente il presente, la realtà.
Questioni di tecnica...
Tutto per colmare quel bisogno ancestrale d'affetto.
Eppure anche questo desiderio profondo potrebbe rivelarsi una fra le tante maschere possibili.
Quella indossata pensandola più autentica delle altre.
Magari, dopo averla realizzata, rimarrà solo la noia.
Poi il trascendimento verso qualcos'altro.
Agiti da quella potenza originaria capace di travolgere spasmodicamente ogni valore senza remore.
E cosi via...
Un altro giochetto ancora.
Quale questa volta?
Osservo stupito gli amici della ciclofficina sistemare pedantemente gli strumenti.
Al freddo.
Da soli.
Anche durante le vacanze natalizie.
Quando i normali utenti sono a casa a mangiare dolci, a giocare a carte.
Loro invece pensano già alla riapertura.
Sistemano gli attrezzi.
Fanno l'inventario.
Verificano quelli persi, rubati.
Per sostituirli con altri nuovi.
Si compila la lista della spesa.
- 3 tubetti di mastice
- 1 scatola formato famiglia di toppe per camere d'aria
- 50 metri di guaina per freni
- 20 cavi freno posteriore testa cilindrica
- 10 cavi freno posteriore testa sferica
- 1 smagliacatena
- 1 estrattore per pedivelle a perno quadro
Una voce dopo l'altra.
Rigorosamente in fila.
Per accogliere al meglio in quella piccola oasi propizia la massa di gente con la bici incidentata.
In attesa di un nuovo possibile miracolo.
Per me invece, in questo momento, si tratta di redarre il catalogo del nulla puro.
Parole vuote senza rimando.
Segni privi di mondo.
Indifferenza totale.
Per loro non è così.
Lo si vede dallo sguardo, dal sorriso.
Sembrano manipolare qualcosa di prezioso, di imprescindibile.
Come l'acqua nel deserto.
Quasi si trovassero di fronte allo shangri-là.
Con gli occhi lucidi accarezzano ogni singolo arnese.
Ci girano attorno.
Quando non lo trovano stanno male.
Toccano con mano il posto vuoto.
Senza scomporsi.
Se ci sono ancora, prendono i pezzi rimasti.
Con cura provano a compiere il miracolo della restaurazione.
Ci passano ore e ore.
Tentando di razionalizzare, ordinare il resto di nulla.
Tessendo scopi, finalità.
Non riescono a staccarsi da quel compito.
Stanno per andare via...
Tornano indietro.
Riprendono dove avevano lasciato.
Come si fosse dentro una rappresentazione teatrale di Beckett.
Davanti a attori incantati, mossi da scopi, desideri lontani.
Nell'attesa degli eventi distribuiscono amore a tutti quegli oggetti.
Per predisporli.
Li guardo incredulo.
Oggi non riesco proprio a immedesimarmi.
A mettermi nei loro panni, nei loro riti.
Qualcosa mi sfugge.
Le loro pupille brillano come fossero posseduti.
Allo stesso tempo li percepisco disumani, meccanici.
Simili a quei bambini autistici intenti nei loro rituali ritmati.
Tutto d'accapo all'infinito.
Senza fermarsi mai.
Cosa li muove...
Cosa vedono lì davanti...
Forse è solo questione di prospettiva.
Basterebbe spostarsi di poco per vedere dietro il muro.
Per riuscire a dare un senso.
Non accade.
Alla fine un solco abissale ci divide.
Una distanza incolmabile.
Allora non vedo l'ora di bruciare le tappe.
Di abbattere ponti.
Per andare via prima possibile.
Prima di essere risucchiato dallo sprofondare continuo della terra sotto i piedi.
Il respiro si fa difficile.
Sto in apnea.
Devo emergere da qualche altra parte.
Per non soffocare.
Mi metto i guanti.
Prendo la bici.
La stretta al petto è sempre più forte.
Non resisto.
Salgo.
Comincio a pedalare confuso.
Diretto più lontano possibile.
L'importante è uscire fuori.
Magari per dirigermi verso casa.
A pensare.
Per dare la possibilità a nuovi germogli, a nuove radici di crescere.
In attesa della manifestazione di un nuovo mondo condiviso.
Intanto si è in balia del vento.
Sbattuti in terre aride aliene.
Senza alcuna possibilità di contaminazione.
Si può solo prendere tempo.
Per un po' me ne sto in disparte.
Da solo.
Aspettando un cambiamento.
Proficuo.
Per tutti.
Continuando a resistere.
A lottare insieme.
P.s.
Dopo infinite discussioni è ricomparso nella lista della spesa anche il fatidico centraruote...
A quanto pare uno strumento imprescindibile nell'attuale imprinting genetico della ciclofficina. Pronto a fare capolino quando meno te lo aspetti.
Stando a recenti studi esegetici...
Quando Mosè scese dal monte Sinai con le leggi in mano, trovò gli israeliti in adorazione davanti a un "centraruote d'oro”.
(Grazie Sofista per la citazione dotta).
Non se ne esce...
Per attivare dinamiche sotterranee sottaciute.
Per mettere in atto il copione di sempre.
Cercare lo sguardo dell'altro, venire riconosciuti.
Dietro si cela il voler essere amati in modo assoluto.
Senza condizioni.
A prescindere.
Invece tocca atteggiarsi, assumere un ruolo, una pratica.
Mettersi a disposizione.
Facendo finta che...
Come bambini immersi in spazi transizionali intenti a giocare al dottore, alla guerra, con le costruzioni.
Solo a queste condizioni accade qualcosa.
Si genera una storia.
Si immagina un mondo circoscritto condiviso.
Lavorando su tali piani paralleli si prova a smuovere le acque, a cambiare indirettamente il presente, la realtà.
Questioni di tecnica...
Tutto per colmare quel bisogno ancestrale d'affetto.
Eppure anche questo desiderio profondo potrebbe rivelarsi una fra le tante maschere possibili.
Quella indossata pensandola più autentica delle altre.
Magari, dopo averla realizzata, rimarrà solo la noia.
Poi il trascendimento verso qualcos'altro.
Agiti da quella potenza originaria capace di travolgere spasmodicamente ogni valore senza remore.
E cosi via...
Un altro giochetto ancora.
Quale questa volta?
Osservo stupito gli amici della ciclofficina sistemare pedantemente gli strumenti.
Al freddo.
Da soli.
Anche durante le vacanze natalizie.
Quando i normali utenti sono a casa a mangiare dolci, a giocare a carte.
Loro invece pensano già alla riapertura.
Sistemano gli attrezzi.
Fanno l'inventario.
Verificano quelli persi, rubati.
Per sostituirli con altri nuovi.
Si compila la lista della spesa.
- 3 tubetti di mastice
- 1 scatola formato famiglia di toppe per camere d'aria
- 50 metri di guaina per freni
- 20 cavi freno posteriore testa cilindrica
- 10 cavi freno posteriore testa sferica
- 1 smagliacatena
- 1 estrattore per pedivelle a perno quadro
Una voce dopo l'altra.
Rigorosamente in fila.
Per accogliere al meglio in quella piccola oasi propizia la massa di gente con la bici incidentata.
In attesa di un nuovo possibile miracolo.
Per me invece, in questo momento, si tratta di redarre il catalogo del nulla puro.
Parole vuote senza rimando.
Segni privi di mondo.
Indifferenza totale.
Per loro non è così.
Lo si vede dallo sguardo, dal sorriso.
Sembrano manipolare qualcosa di prezioso, di imprescindibile.
Come l'acqua nel deserto.
Quasi si trovassero di fronte allo shangri-là.
Con gli occhi lucidi accarezzano ogni singolo arnese.
Ci girano attorno.
Quando non lo trovano stanno male.
Toccano con mano il posto vuoto.
Senza scomporsi.
Se ci sono ancora, prendono i pezzi rimasti.
Con cura provano a compiere il miracolo della restaurazione.
Ci passano ore e ore.
Tentando di razionalizzare, ordinare il resto di nulla.
Tessendo scopi, finalità.
Non riescono a staccarsi da quel compito.
Stanno per andare via...
Tornano indietro.
Riprendono dove avevano lasciato.
Come si fosse dentro una rappresentazione teatrale di Beckett.
Davanti a attori incantati, mossi da scopi, desideri lontani.
Nell'attesa degli eventi distribuiscono amore a tutti quegli oggetti.
Per predisporli.
Li guardo incredulo.
Oggi non riesco proprio a immedesimarmi.
A mettermi nei loro panni, nei loro riti.
Qualcosa mi sfugge.
Le loro pupille brillano come fossero posseduti.
Allo stesso tempo li percepisco disumani, meccanici.
Simili a quei bambini autistici intenti nei loro rituali ritmati.
Tutto d'accapo all'infinito.
Senza fermarsi mai.
Cosa li muove...
Cosa vedono lì davanti...
Forse è solo questione di prospettiva.
Basterebbe spostarsi di poco per vedere dietro il muro.
Per riuscire a dare un senso.
Non accade.
Alla fine un solco abissale ci divide.
Una distanza incolmabile.
Allora non vedo l'ora di bruciare le tappe.
Di abbattere ponti.
Per andare via prima possibile.
Prima di essere risucchiato dallo sprofondare continuo della terra sotto i piedi.
Il respiro si fa difficile.
Sto in apnea.
Devo emergere da qualche altra parte.
Per non soffocare.
Mi metto i guanti.
Prendo la bici.
La stretta al petto è sempre più forte.
Non resisto.
Salgo.
Comincio a pedalare confuso.
Diretto più lontano possibile.
L'importante è uscire fuori.
Magari per dirigermi verso casa.
A pensare.
Per dare la possibilità a nuovi germogli, a nuove radici di crescere.
In attesa della manifestazione di un nuovo mondo condiviso.
Intanto si è in balia del vento.
Sbattuti in terre aride aliene.
Senza alcuna possibilità di contaminazione.
Si può solo prendere tempo.
Per un po' me ne sto in disparte.
Da solo.
Aspettando un cambiamento.
Proficuo.
Per tutti.
Continuando a resistere.
A lottare insieme.
P.s.
Dopo infinite discussioni è ricomparso nella lista della spesa anche il fatidico centraruote...
A quanto pare uno strumento imprescindibile nell'attuale imprinting genetico della ciclofficina. Pronto a fare capolino quando meno te lo aspetti.
Stando a recenti studi esegetici...
Quando Mosè scese dal monte Sinai con le leggi in mano, trovò gli israeliti in adorazione davanti a un "centraruote d'oro”.
(Grazie Sofista per la citazione dotta).
Non se ne esce...
venerdì 24 dicembre 2010
Galeotto fu...
Cena yoga prima di natale.
In tutto una decina di partecipanti.
Tra di essi Francesca.
Gli era piaciuta sin da subito.
Sebbene il loro rapporto non fosse semplice né lineare.
Francesca era stata toccata dalla vita.
Il suo equilibrio ne aveva risentito.
Da primogenita aveva dovuto sopportare da sola il peso della crisi. La frantumazione del suo mondo “naturale”, la famiglia.
L'umore era soggetto a sbalzi improvvisi.
Da allora i suoi occhi non avevano smesso di urlare in silenzio.
Increduli di fronte a quella realtà disarmante, imprevista.
Impossibile affrancarsene.
Si era dovuta presto abituare a vivere con la terra tremante sotto i piedi.
In attesa del crollo.
Quando capitava di botto, senza preavviso.
Non c'era tempo per la disperazione.
Si doveva ripartire.
Senza fiatare.
Fosse concesso avrebbe preferito affondare indolentemente.
Non senza autocommiserarsi un po'.
Tanto nessuno perde tempo a ascoltarti, a comprenderti.
In questi casi ci si può solo rialzare.
Da soli.
In silenzio.
Per ricominciare a marciare come nulla fosse successo.
Perché il mondo intorno non si ferma a aspettarti, va avanti.
Allora sei costretto a rincorrerlo con affanno.
Non c'è mai tregua.
Né pace, né vacanza.
Il tour de force della vita.
Quel giorno era cambiato qualcosa.
Lo aveva cercato lei con lo sguardo.
Fin da subito.
Da quando si erano incontrati all'appuntamento pattuito.
Mostrando un sorriso delicato, accogliente.
Il suo corpo si avvicinava con naturalezza.
Senza frapporre ostacoli.
Davanti al bicchiere di birra smezzato insieme si era aperta.
Di più...
Aveva rilanciato.
Quando mi inviti a casa?
Lui era rimasto sorpreso da tale slancio.
Ma anche contento.
Prima possibile...
Magari dopo le feste...
Porta anche i libri.
Così si studia insieme.
Poi dalla borsa tira fuori un fumetto.
Appena letto te lo passo.
Attraverso quella borsa si era spalancato un varco nella sua intimità, nei suoi interessi quotidiani.
Un modo per donarsi all'altro.
Senza barriere.
Con naturalezza.
Aveva fatto centro.
Anche lui era un appassionato di fumetti.
Restava il fatto della novità.
D'incanto le porte del suo intricato labirinto si erano spalancate.
Ora era concesso penetrare nei suoi santa santorum.
Non c'erano più impedimenti.
Quale chiave aveva aperto le serrature.
Cosa era successo?
Quella notte la luna aveva virato prepotentemente verso il rosso per scomparire del tutto dietro uno sfondo nero impenetrabile come non mai da più di quattrocento anni.
Quella notte solstizio d'inverno astronomico, calendariale, luna piena, eclissi totale erano collassati.
La notte più buia di tutte.
Senza l'illuminazione del sole, ora anche della luna.
Rimanevano solo le stelle lontane anni luce.
Quando alla fine della sera si salutarono.
Lo fissò intensamente.
Poi lo accarezzo delicatamente sul volto.
Lui non comprese subito.
Rimase spiazzato.
Sebbene avesse portato con sé quella carezza come un bene prezioso.
Custodendola nei suoi pensieri.
Fino la mattina seguente.
Quando la nebbia si diradò lentamente.
Sensibilizzata a sopravvivere davanti alla vita cieca, ottusa, Francesca aveva risposto.
A modo suo.
Con tutta se stessa.
Nonostante la voragine spalancata da tempo sotto i suoi piedi.
Un doppio salto carpiato nel vuoto.
Lo avrebbe capito?
Sarebbe stato altrettanto sensibile da accoglierla?
In tutto una decina di partecipanti.
Tra di essi Francesca.
Gli era piaciuta sin da subito.
Sebbene il loro rapporto non fosse semplice né lineare.
Francesca era stata toccata dalla vita.
Il suo equilibrio ne aveva risentito.
Da primogenita aveva dovuto sopportare da sola il peso della crisi. La frantumazione del suo mondo “naturale”, la famiglia.
L'umore era soggetto a sbalzi improvvisi.
Da allora i suoi occhi non avevano smesso di urlare in silenzio.
Increduli di fronte a quella realtà disarmante, imprevista.
Impossibile affrancarsene.
Si era dovuta presto abituare a vivere con la terra tremante sotto i piedi.
In attesa del crollo.
Quando capitava di botto, senza preavviso.
Non c'era tempo per la disperazione.
Si doveva ripartire.
Senza fiatare.
Fosse concesso avrebbe preferito affondare indolentemente.
Non senza autocommiserarsi un po'.
Tanto nessuno perde tempo a ascoltarti, a comprenderti.
In questi casi ci si può solo rialzare.
Da soli.
In silenzio.
Per ricominciare a marciare come nulla fosse successo.
Perché il mondo intorno non si ferma a aspettarti, va avanti.
Allora sei costretto a rincorrerlo con affanno.
Non c'è mai tregua.
Né pace, né vacanza.
Il tour de force della vita.
Quel giorno era cambiato qualcosa.
Lo aveva cercato lei con lo sguardo.
Fin da subito.
Da quando si erano incontrati all'appuntamento pattuito.
Mostrando un sorriso delicato, accogliente.
Il suo corpo si avvicinava con naturalezza.
Senza frapporre ostacoli.
Davanti al bicchiere di birra smezzato insieme si era aperta.
Di più...
Aveva rilanciato.
Quando mi inviti a casa?
Lui era rimasto sorpreso da tale slancio.
Ma anche contento.
Prima possibile...
Magari dopo le feste...
Porta anche i libri.
Così si studia insieme.
Poi dalla borsa tira fuori un fumetto.
Appena letto te lo passo.
Attraverso quella borsa si era spalancato un varco nella sua intimità, nei suoi interessi quotidiani.
Un modo per donarsi all'altro.
Senza barriere.
Con naturalezza.
Aveva fatto centro.
Anche lui era un appassionato di fumetti.
Restava il fatto della novità.
D'incanto le porte del suo intricato labirinto si erano spalancate.
Ora era concesso penetrare nei suoi santa santorum.
Non c'erano più impedimenti.
Quale chiave aveva aperto le serrature.
Cosa era successo?
Quella notte la luna aveva virato prepotentemente verso il rosso per scomparire del tutto dietro uno sfondo nero impenetrabile come non mai da più di quattrocento anni.
Quella notte solstizio d'inverno astronomico, calendariale, luna piena, eclissi totale erano collassati.
La notte più buia di tutte.
Senza l'illuminazione del sole, ora anche della luna.
Rimanevano solo le stelle lontane anni luce.
Quando alla fine della sera si salutarono.
Lo fissò intensamente.
Poi lo accarezzo delicatamente sul volto.
Lui non comprese subito.
Rimase spiazzato.
Sebbene avesse portato con sé quella carezza come un bene prezioso.
Custodendola nei suoi pensieri.
Fino la mattina seguente.
Quando la nebbia si diradò lentamente.
Sensibilizzata a sopravvivere davanti alla vita cieca, ottusa, Francesca aveva risposto.
A modo suo.
Con tutta se stessa.
Nonostante la voragine spalancata da tempo sotto i suoi piedi.
Un doppio salto carpiato nel vuoto.
Lo avrebbe capito?
Sarebbe stato altrettanto sensibile da accoglierla?
domenica 5 dicembre 2010
Mattina presto in stazione
Otto e trenta di mattina.
Stazione di Bologna.
Binario sette.
Tra cinque minuti parte il treno per Ancona.
Oramai sono diventato il pendolare del soccorso.
La mamma chiama...
Mi tocca scendere.
Fuori piove.
Una pioggia finta.
Secondo Vera.
Una giovane amica austriaca.
Ti bagna ma non la vedi.
Il binario è pieno di persone in attesa.
Sono tutte tristi.
Come le passioni dei nostri tempi.
Immobili nella loro routine quotidiana.
Come ogni giorno aspettano il treno per andare a lavoro, a scuola.
Non fa differenza.
I volti non esprimono nulla.
Se non rassegnazione.
Sono tutti vestiti bene.
Senza essere ricercati.
Sobri fino a scomparire nel grigiore della stazione.
Stanno in fila ordinati.
Nessuno fischietta, sorride, dialoga.
Le labbra sono serrate.
Mute.
Gli occhi spenti.
Assenti.
Qualcuno rimbalza lo sguardo sul giornale.
Per circoscrivere recinti.
In tale clima plumbeo a parlare sono i monitor della pubblicità.
Di auto.
Oggetti fashion.
Usano colori accesi.
En pendent con i toni delle superfici da poco rinnovati.
Dovrebbero stimolare.
Provocare sensazioni piacevoli.
Invogliare.
Far agire.
Anche grazie alla musica di sottofondo.
Solitamente motivi esotici, spensierati.
Il tutto stona assai con l'atmosfera presente.
Nessuno ci fa più caso.
Il monitor vicino le scale ha una cassa andata.
Il suono è sparato al massimo.
Va in distorsione battente.
Secondo un ritmo costante.
Sembra un effetto ricercato.
Da fastidio.
Tutti sono irreprensibili.
Come non ci fosse.
Non lo udissero.
Inabissati metri e metri nei loro bunker.
Nessuno si prende la briga di cercare il telecomando per spegnerlo.
Oppure la spina per staccare lo strazio.
Andrebbe bene anche scaraventare con rabbia la propria ventiquattrore di plastica dura contro lo schermo.
Fino a frantumare la superficie.
Per far uscire la materia grigia.
Transistor, fili, schede elettriche.
Come fuochi d'artificio.
Nessuno compie tale gesto caritatevole.
Sono tutti sprofondati nel buio peso.
Con lo spirito vitale lasciato a dormire sotto le lenzuola.
Non è ancora ora di svegliarsi.
Stazione di Bologna.
Binario sette.
Tra cinque minuti parte il treno per Ancona.
Oramai sono diventato il pendolare del soccorso.
La mamma chiama...
Mi tocca scendere.
Fuori piove.
Una pioggia finta.
Secondo Vera.
Una giovane amica austriaca.
Ti bagna ma non la vedi.
Il binario è pieno di persone in attesa.
Sono tutte tristi.
Come le passioni dei nostri tempi.
Immobili nella loro routine quotidiana.
Come ogni giorno aspettano il treno per andare a lavoro, a scuola.
Non fa differenza.
I volti non esprimono nulla.
Se non rassegnazione.
Sono tutti vestiti bene.
Senza essere ricercati.
Sobri fino a scomparire nel grigiore della stazione.
Stanno in fila ordinati.
Nessuno fischietta, sorride, dialoga.
Le labbra sono serrate.
Mute.
Gli occhi spenti.
Assenti.
Qualcuno rimbalza lo sguardo sul giornale.
Per circoscrivere recinti.
In tale clima plumbeo a parlare sono i monitor della pubblicità.
Di auto.
Oggetti fashion.
Usano colori accesi.
En pendent con i toni delle superfici da poco rinnovati.
Dovrebbero stimolare.
Provocare sensazioni piacevoli.
Invogliare.
Far agire.
Anche grazie alla musica di sottofondo.
Solitamente motivi esotici, spensierati.
Il tutto stona assai con l'atmosfera presente.
Nessuno ci fa più caso.
Il monitor vicino le scale ha una cassa andata.
Il suono è sparato al massimo.
Va in distorsione battente.
Secondo un ritmo costante.
Sembra un effetto ricercato.
Da fastidio.
Tutti sono irreprensibili.
Come non ci fosse.
Non lo udissero.
Inabissati metri e metri nei loro bunker.
Nessuno si prende la briga di cercare il telecomando per spegnerlo.
Oppure la spina per staccare lo strazio.
Andrebbe bene anche scaraventare con rabbia la propria ventiquattrore di plastica dura contro lo schermo.
Fino a frantumare la superficie.
Per far uscire la materia grigia.
Transistor, fili, schede elettriche.
Come fuochi d'artificio.
Nessuno compie tale gesto caritatevole.
Sono tutti sprofondati nel buio peso.
Con lo spirito vitale lasciato a dormire sotto le lenzuola.
Non è ancora ora di svegliarsi.
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