Oggi giovedì santo il computer non vuole saperne di avviarsi.
È imballato.
Secondo il monitor non c'è nulla a non andare.
Basta ripartire dall'ultima configurazione efficace.
Ma non va.
Gira a vuoto per tornare sui propri passi.
La pagina nera è un muro inaggirabile.
Oltre si nasconde la memoria salvata.
C'è ma non si conosce più la via per arrivarci.
Come fosse tumulata in uno spazio trascendentale è diventata qualcosa di insalvabile.
Non perdo tempo.
Inutile cercare di riparare il danno.
Si riparte da zero.
Via deciso con il programma di formattazione e di reimpianto degli organi vitali.
Non vale la pena piangerci sopra.
Saturo di memoria al punto di non essere più amministrabile dalle normali risorse del computer, meglio l'azzeramento e la ripartenza da quanto rimane.
Pena la paralisi cronica.
Sacrificare tutto nella speranza di averlo salvato comunque.
Così da non averne più bisogno.
Al punto di dimenticarsene
Un lasciare andare sereno.
Senza rimpianti.
Anche per aprirsi a qualcosa di nuovo.
Via verso chissà quale nuovo step.
Oggi è giorno di pulizia.
Di vuoto si spera non a perdere.
Un vuoto operativo capace di svelarti un nuovo mondo lì davanti.
Non tutto è andato alla malora.
L'essenziale è rimasto.
Sparso qua e là nei frammenti di memoria profonda sopravvissuti.
La sintesi della sintesi di un anno.
Il suo algoritmo estremo.
Pochi byte sufficienti a rammemorarlo all'occorrenza.
A indirizzare l'azione come con una mano invisibile.
Solo a questo prezzo ci si libera del peso di essere già stati qualcosa.
Nuova vita al nuovo hard disk.
Non prima di aver seguito la via mistica della deframmentazione come auspicio per una spoliazione chenotica indispensabile.
Finita la passione. Schiodati i byte dalla loro croce fissante.
Ora si è pronti per affrontare il nuovo anno a venire.
Leggeri, dinamici, senza pesi sullo stomaco.
Una sorta di verginità ritrovata.
Almeno in attesa di un ulteriore corruzione.
Quando il ciclo compirà ancora il suo giro.
Fino a quando troverà le forze di rigenerarsi a partire da quanto rimane.
Un quasi nulla significativo.
Poi il nulla e niente più.
sabato 7 aprile 2012
martedì 3 aprile 2012
Wilhelm's scream
Era alta.
Più delle altre ragazze a yoga.
Aveva la carnagione chiara.
Un corpo longilineo perfetto.
I capelli ricci crespo biondo rossastri.
Una fisionomia nordica.
Di un'eleganza british.
Non a caso seguiva le tendenze provenienti da quelle parti.
Sabato prima c'era stato James Blake al Tpo.
15 sacchi.
Troppi per lui.
Meglio investirli in un libro.
Però quello era l'evento della stagione.
Ci sarebbe voluto essere.
Per questo ci teneva a sapere come era andata, cosa si era perso.
James Blake conosciuto in rete per caso in una delle tante classifiche di fine anno era stato un incontro importante.
Dopo tanto tempo di routine musicale finalmente qualcosa di nuovo. Un punto di non ritorno rispetto al passato.
Grazie a lui si era aperto un pertugio in un mondo sconosciuto.
L'ultimo sviluppo musicale post tutto. Post-dubstep, a sua volta post electronic, post new wave, new darkstep post noise... Il tutto farcito di una ricercatezza sopraffine come non si sentiva da molto senza per questo rinunciare a una certa attitudine pop.
Una musica epocale.
Primi vagiti di un tempo nuovo in piena fibrillazione.
Per forza di cose post apocalittica.
Meglio after time.
Dopo la storia.
Emersa dal calore della brace viva sotto le macerie ancora fumanti.
Ritmi lentissimi.
Fino a 65 bpm.
Impensabili fino a poco prima.
Quando ancora imperava la tecno portata al limite estremo dell'hardcore. Giusto per arrivare alla velocità critica necessaria per trovarsi all'improvviso sdoppiati come sopra tanti rulli mobili l'uno di fianco a l'altro. In totale sospensione iperdinamica. Oltre il tempo. Da quel momento ogni istante andava a implodere in un eterno presente di simultaneità. Lo sguardo di dio. Immersi nel rumore puro a partire dal vuoto spinto. Fino a toccare i vertici dei 4' e 33'' di un Cage redivivo. Risorto in mille nuove varietà come un virus contagioso. Lì in quegli interstizi di assenza i presenti venivano risucchiati dentro fino a diventare involontariamente protagonisti. Musica democratica dal basso a partire dal caos. Dal rumore di una cerniera allacciata di colpo, da un ghigno sibilato, dal rumore del ghiaccio in un bicchiere. Il tutto ricomposto a caso in un mega pathwork schizofrenico.
Incerto il risultato.
Ma non era importante.
Quando tutto si accordava, il miracolo.
Spesso irripetibile.
Un unicum live.
La vita nuda smascherata in quel momento.
L'istantanea improvvisa.
Come voltarsi di scatto e guardarsi allo specchio.
Dopo rimaneva solo il tempo della melanconia.
Dell'elaborazione del lutto di ciò che era stato.
Appena prima.
Ma già non più.
In questo modo anche la musica elettronica aveva provato a divenire performativa, partecipativa. Per infondere nuova vita a quelle strutture altrimenti meccaniche. Le linee armonico-melodiche di sempre per assecondare un antico sentimento di liberazione si rifiutavano di seguire la parte prestabilita deragliando senza preavviso. Magari pischiftando le voci, oppure saltando da uno strumento all'altro o su di un rumore di fondo emerso di colpo da tutto il resto per un frangente. Per essere nervosamente rimpiazzato da qualche altro frammento sonoro. Poi uno stop improvviso. Mozzafiato. Una cesura degna del miglior Fontana capace di scaraventarti giù in un abisso senza fondo sovrastato da un silenzio rumoroso inquietante. Un istante lunghissimo destrutturante. Prima di venire affossati dal fragore del crollo delle pareti avvolgenti come le spire di un serpente al collo. Ecco allora partire impazzita una cassa sincopata carica di tensione. Lentissima e velocissima allo stesso tempo. In bilico tra estasi e ripartenze convulse. In tale dinamicità impazzita non c'era più tempo, né la possibilità di articolare le parole in frasi di senso compiuto. Rimanevano solo balbettii frammentari assemblati insieme a mattoncini di rumore tenuti su da potenti pulsazioni basse penetranti al punto da sgretolare i muri per le vibrazioni. Eppure non era un abbandonarsi al caos, ma un nuovo grado di organizzazione dello stesso a partire da un livello di complessità più elevato. La sfida dei nostri giorni. In fondo quella di sempre. Solo uno step più oltre.
Di certo fossero nati ora i Joy Division sarebbero stati tra di loro.
Sei andata al concerto?
Si.
Già questo bastava per farla emergere da tutto.
Come in un film di Fellini. Quando uno spot illuminava il personaggio di turno tirandolo in disparte.
All'improvviso si era aperto un canale di comunicazione.
Anch'io mi interesso di post dubstep.
Ah... Si chiama così?
Si.
Ma si ballava?
Certo!
Tutti insieme.
Da tempo immemore non si gettava nella mischia. Piuttosto preferiva stare dietro la consolle o meglio affidarsi al proprio scassato pc. Sotto sotto il vero dj di turno grazie alla funzione shaffle. Che so in ciclofficina con gli amici o ancor più a casa. Di sicuro non la si poteva più definire musica da ballo. Piuttosto era uno sprofondare nelle proprie macerie. Spesso da solo. Per testimoniare a non so bene chi di essere ancora sopravvissuto. Non senza epicità.
Finito yoga si separarono.
Fuori della sala si sedettero distanti l'uno di fronte a l'altra immersi nella penombra del corridoio antistante.
Mentre si cambiavano alzò lo sguardo verso di lei.
Lo stava osservando incuriosita.
Non senza essere sorpresa.
Il volto spiazzato brillava di silenzio.
Un fascio di luce li tenne uniti per un po'.
Un tempo lunghissimo come le pause di James Blake.
Prima di sprofondare secco nel buio rumoroso, indifferente di tutti i giorni.
Più delle altre ragazze a yoga.
Aveva la carnagione chiara.
Un corpo longilineo perfetto.
I capelli ricci crespo biondo rossastri.
Una fisionomia nordica.
Di un'eleganza british.
Non a caso seguiva le tendenze provenienti da quelle parti.
Sabato prima c'era stato James Blake al Tpo.
15 sacchi.
Troppi per lui.
Meglio investirli in un libro.
Però quello era l'evento della stagione.
Ci sarebbe voluto essere.
Per questo ci teneva a sapere come era andata, cosa si era perso.
James Blake conosciuto in rete per caso in una delle tante classifiche di fine anno era stato un incontro importante.
Dopo tanto tempo di routine musicale finalmente qualcosa di nuovo. Un punto di non ritorno rispetto al passato.
Grazie a lui si era aperto un pertugio in un mondo sconosciuto.
L'ultimo sviluppo musicale post tutto. Post-dubstep, a sua volta post electronic, post new wave, new darkstep post noise... Il tutto farcito di una ricercatezza sopraffine come non si sentiva da molto senza per questo rinunciare a una certa attitudine pop.
Una musica epocale.
Primi vagiti di un tempo nuovo in piena fibrillazione.
Per forza di cose post apocalittica.
Meglio after time.
Dopo la storia.
Emersa dal calore della brace viva sotto le macerie ancora fumanti.
Ritmi lentissimi.
Fino a 65 bpm.
Impensabili fino a poco prima.
Quando ancora imperava la tecno portata al limite estremo dell'hardcore. Giusto per arrivare alla velocità critica necessaria per trovarsi all'improvviso sdoppiati come sopra tanti rulli mobili l'uno di fianco a l'altro. In totale sospensione iperdinamica. Oltre il tempo. Da quel momento ogni istante andava a implodere in un eterno presente di simultaneità. Lo sguardo di dio. Immersi nel rumore puro a partire dal vuoto spinto. Fino a toccare i vertici dei 4' e 33'' di un Cage redivivo. Risorto in mille nuove varietà come un virus contagioso. Lì in quegli interstizi di assenza i presenti venivano risucchiati dentro fino a diventare involontariamente protagonisti. Musica democratica dal basso a partire dal caos. Dal rumore di una cerniera allacciata di colpo, da un ghigno sibilato, dal rumore del ghiaccio in un bicchiere. Il tutto ricomposto a caso in un mega pathwork schizofrenico.
Incerto il risultato.
Ma non era importante.
Quando tutto si accordava, il miracolo.
Spesso irripetibile.
Un unicum live.
La vita nuda smascherata in quel momento.
L'istantanea improvvisa.
Come voltarsi di scatto e guardarsi allo specchio.
Dopo rimaneva solo il tempo della melanconia.
Dell'elaborazione del lutto di ciò che era stato.
Appena prima.
Ma già non più.
In questo modo anche la musica elettronica aveva provato a divenire performativa, partecipativa. Per infondere nuova vita a quelle strutture altrimenti meccaniche. Le linee armonico-melodiche di sempre per assecondare un antico sentimento di liberazione si rifiutavano di seguire la parte prestabilita deragliando senza preavviso. Magari pischiftando le voci, oppure saltando da uno strumento all'altro o su di un rumore di fondo emerso di colpo da tutto il resto per un frangente. Per essere nervosamente rimpiazzato da qualche altro frammento sonoro. Poi uno stop improvviso. Mozzafiato. Una cesura degna del miglior Fontana capace di scaraventarti giù in un abisso senza fondo sovrastato da un silenzio rumoroso inquietante. Un istante lunghissimo destrutturante. Prima di venire affossati dal fragore del crollo delle pareti avvolgenti come le spire di un serpente al collo. Ecco allora partire impazzita una cassa sincopata carica di tensione. Lentissima e velocissima allo stesso tempo. In bilico tra estasi e ripartenze convulse. In tale dinamicità impazzita non c'era più tempo, né la possibilità di articolare le parole in frasi di senso compiuto. Rimanevano solo balbettii frammentari assemblati insieme a mattoncini di rumore tenuti su da potenti pulsazioni basse penetranti al punto da sgretolare i muri per le vibrazioni. Eppure non era un abbandonarsi al caos, ma un nuovo grado di organizzazione dello stesso a partire da un livello di complessità più elevato. La sfida dei nostri giorni. In fondo quella di sempre. Solo uno step più oltre.
Di certo fossero nati ora i Joy Division sarebbero stati tra di loro.
Sei andata al concerto?
Si.
Già questo bastava per farla emergere da tutto.
Come in un film di Fellini. Quando uno spot illuminava il personaggio di turno tirandolo in disparte.
All'improvviso si era aperto un canale di comunicazione.
Anch'io mi interesso di post dubstep.
Ah... Si chiama così?
Si.
Ma si ballava?
Certo!
Tutti insieme.
Da tempo immemore non si gettava nella mischia. Piuttosto preferiva stare dietro la consolle o meglio affidarsi al proprio scassato pc. Sotto sotto il vero dj di turno grazie alla funzione shaffle. Che so in ciclofficina con gli amici o ancor più a casa. Di sicuro non la si poteva più definire musica da ballo. Piuttosto era uno sprofondare nelle proprie macerie. Spesso da solo. Per testimoniare a non so bene chi di essere ancora sopravvissuto. Non senza epicità.
Finito yoga si separarono.
Fuori della sala si sedettero distanti l'uno di fronte a l'altra immersi nella penombra del corridoio antistante.
Mentre si cambiavano alzò lo sguardo verso di lei.
Lo stava osservando incuriosita.
Non senza essere sorpresa.
Il volto spiazzato brillava di silenzio.
Un fascio di luce li tenne uniti per un po'.
Un tempo lunghissimo come le pause di James Blake.
Prima di sprofondare secco nel buio rumoroso, indifferente di tutti i giorni.
lunedì 2 aprile 2012
Una domenica da leoni
Da molto non succedeva.
Destrutturato a oltranza al massimo biascicava qualcosa a fatica.
Il parlare era diventato un compito noioso.
Non portava da nessuna parte.
Senza più navigatore serviva solo per farsi capire basilarmente. Il minimo necessario per la sopravvivenza sociale.
Anche perché quando provava a agire diversamente per attivare comportamenti più complessi non c'era nessuno a rispondere.
Certo, si trattava di gestire l'ennesimo trapianto nei luoghi di sempre divenuti nel frattempo sconosciuti, ameni a causa dei pochi mesi di lontananza.
Tutto da ricostruire anche questa volta.
Nella speranza di gettare le basi per spiccare un nuovo volo.
Nonostante il vento gelido degli ultimi giorni l'inverno era oramai alle porte.
Accerchiato dalla primavera si apprestava all'ultima resistenza prima del tracollo definitivo.
Era tempo di semina e la natura reclamava il suo spazio con una vitalità inaudita. Anche questa volta il miracolo della rigenerazione seguiva il suo corso nonostante l'abbondante nevicata invernale come da tempo immemore non accadeva.
Bastava gettare i semi nella terra umida per assistere alla potenza della vita. Dopo poco facevano capolino dei puntini verdi appena visibili. I nuovi germogli a caccia di luce intenzionati a ridurre la distanza dal sole quanto più possibile.
Quel giorno con gli amici vecchi e nuovi della ciclofficina si mangiava pizza insieme.
A lui erano spettati due ottavi di un paio di pizze farcite.
Alla fine un quarto abbondante.
Sufficienti a neutralizzare la fame.
Stava bene.
Si sentiva a casa all'Xm
Tutti insieme seduti su di un tavolo imbrattato di scritte nere contro dio.
Lo stupore il vedere ancora qualcuno perderci tempo.
Anche solo per smascherarlo.
O al limite ingiuriarlo.
Duro a morire nonostante tutto.
O meglio difficile per qualcuno digerirne la morte.
Quel giorno il parlare fluiva naturale.
Le parole si assemblavano l'una dietro l'altra da sole come per incanto. Trovando intrecci impossibili.
Tutto per gioco.
Così si poteva passare dallo shabbat a una ciabatta come fosse la cosa più normale di questo mondo. Non c'era nulla a ostacolare il flusso creativo intento a tracciare piacevolmente strade inaudite.
Non si fermavano più.
Una battuta dietro l'altra.
A ripetizione.
Una più effimera e impalpabile dell'altra.
Un parlare a vuoto.
L'inconsistenza fattasi carne.
Parole fatte a pezzettini giusto il tempo di pronunciarle.
Un sacrificio perfetto.
In piena libertà.
Oltre qualsiasi uso, dispositivo se non quello del piacere puro dello stare insieme.
Un lusso raramente concesso.
L'effetto palpabile lo stesso delle fuse di un gatto con gli occhi socchiusi di piacere, di un cane scodinzolante con la bocca semiaperta quanto basta per far ciondolare la lingua ansimante.
Quella sera veniva naturale sparare a raffica battute.
Mascherati di sorriso.
Alle categorie di uomo finora classificate si sarebbe dovuto aggiungere quella dell'homo ridens, una declinazione particolare dell'homo ludens, a ben pensare ancor prima sacer.
Destrutturato a oltranza al massimo biascicava qualcosa a fatica.
Il parlare era diventato un compito noioso.
Non portava da nessuna parte.
Senza più navigatore serviva solo per farsi capire basilarmente. Il minimo necessario per la sopravvivenza sociale.
Anche perché quando provava a agire diversamente per attivare comportamenti più complessi non c'era nessuno a rispondere.
Certo, si trattava di gestire l'ennesimo trapianto nei luoghi di sempre divenuti nel frattempo sconosciuti, ameni a causa dei pochi mesi di lontananza.
Tutto da ricostruire anche questa volta.
Nella speranza di gettare le basi per spiccare un nuovo volo.
Nonostante il vento gelido degli ultimi giorni l'inverno era oramai alle porte.
Accerchiato dalla primavera si apprestava all'ultima resistenza prima del tracollo definitivo.
Era tempo di semina e la natura reclamava il suo spazio con una vitalità inaudita. Anche questa volta il miracolo della rigenerazione seguiva il suo corso nonostante l'abbondante nevicata invernale come da tempo immemore non accadeva.
Bastava gettare i semi nella terra umida per assistere alla potenza della vita. Dopo poco facevano capolino dei puntini verdi appena visibili. I nuovi germogli a caccia di luce intenzionati a ridurre la distanza dal sole quanto più possibile.
Quel giorno con gli amici vecchi e nuovi della ciclofficina si mangiava pizza insieme.
A lui erano spettati due ottavi di un paio di pizze farcite.
Alla fine un quarto abbondante.
Sufficienti a neutralizzare la fame.
Stava bene.
Si sentiva a casa all'Xm
Tutti insieme seduti su di un tavolo imbrattato di scritte nere contro dio.
Lo stupore il vedere ancora qualcuno perderci tempo.
Anche solo per smascherarlo.
O al limite ingiuriarlo.
Duro a morire nonostante tutto.
O meglio difficile per qualcuno digerirne la morte.
Quel giorno il parlare fluiva naturale.
Le parole si assemblavano l'una dietro l'altra da sole come per incanto. Trovando intrecci impossibili.
Tutto per gioco.
Così si poteva passare dallo shabbat a una ciabatta come fosse la cosa più normale di questo mondo. Non c'era nulla a ostacolare il flusso creativo intento a tracciare piacevolmente strade inaudite.
Non si fermavano più.
Una battuta dietro l'altra.
A ripetizione.
Una più effimera e impalpabile dell'altra.
Un parlare a vuoto.
L'inconsistenza fattasi carne.
Parole fatte a pezzettini giusto il tempo di pronunciarle.
Un sacrificio perfetto.
In piena libertà.
Oltre qualsiasi uso, dispositivo se non quello del piacere puro dello stare insieme.
Un lusso raramente concesso.
L'effetto palpabile lo stesso delle fuse di un gatto con gli occhi socchiusi di piacere, di un cane scodinzolante con la bocca semiaperta quanto basta per far ciondolare la lingua ansimante.
Quella sera veniva naturale sparare a raffica battute.
Mascherati di sorriso.
Alle categorie di uomo finora classificate si sarebbe dovuto aggiungere quella dell'homo ridens, una declinazione particolare dell'homo ludens, a ben pensare ancor prima sacer.
lunedì 26 marzo 2012
In attesa.
Stava sull'orlo del baratro.
Ciondolando in avanti.
Senza troppa convinzione.
Un salto carpiato ancora.
Nel vuoto
L'ennesimo.
Alla ricerca dello forma migliore.
Per fendere la superficie e penetrarla dolcemente.
Senza schizzi o tonfi mortali.
Una volta risalito sarebbe stato diverso.
O forse no.
In tal caso tutto daccapo.
Risalire la china fino al punto più alto.
E giù di nuovo.
Nella speranza del miracolo.
Rompere l'accerchiamento del vuoto.
L'isolamento atavico.
Come farsi catturare nella rete virtuosa delle relazioni affettive?
Era appena passata la luna nuova.
La primavera aveva cominciato a farsi sentire.
Il momento giusto per la semina.
Almeno secondo la sapienza antica.
Davanti un anno intero da inventare.
Forse solo il tempo necessario per un aborto ancora.
Ma non si dava per vinto.
Tanto non aveva nulla da perdere.
Meglio giocarsela.
Anche per riempire le giornate.
Così cercava eventi proficui.
Sebbene con più confusione del solito.
Quasi si fosse abbandonato inesorabilmente alla corrente.
Sbattuto qua e là tra un seminario di vetero marxisti, una cena creativa. Tra un mercatino del libro indipendente, negli orti urbani dell'Xm.
Un morire quotidiano.
Senza resti significativi da cui ripartire.
Difficile spiccare il salto solo da lì.
Più naturale la raccolta del nulla.
Forse si sbagliava.
Avrebbe voluto con tutto se stesso essere contraddetto dai fatti.
In attesa di quell'evento nuovo in grado di rimetterlo in carreggiata riattivando energie nascoste per il momento latitanti.
Da solo non sarebbe arrivato da nessuna parte.
Il mantra ripetuto in silenzio.
Non c'era altro da fare.
Se non armarsi di pazienza.
Uno stillicidio lento.
Anche questa volta qualcosa sarebbe successo.
Questa la speranza, la fede riposta in quel muro di silenzio di voci rumorose.
Ciondolando in avanti.
Senza troppa convinzione.
Un salto carpiato ancora.
Nel vuoto
L'ennesimo.
Alla ricerca dello forma migliore.
Per fendere la superficie e penetrarla dolcemente.
Senza schizzi o tonfi mortali.
Una volta risalito sarebbe stato diverso.
O forse no.
In tal caso tutto daccapo.
Risalire la china fino al punto più alto.
E giù di nuovo.
Nella speranza del miracolo.
Rompere l'accerchiamento del vuoto.
L'isolamento atavico.
Come farsi catturare nella rete virtuosa delle relazioni affettive?
Era appena passata la luna nuova.
La primavera aveva cominciato a farsi sentire.
Il momento giusto per la semina.
Almeno secondo la sapienza antica.
Davanti un anno intero da inventare.
Forse solo il tempo necessario per un aborto ancora.
Ma non si dava per vinto.
Tanto non aveva nulla da perdere.
Meglio giocarsela.
Anche per riempire le giornate.
Così cercava eventi proficui.
Sebbene con più confusione del solito.
Quasi si fosse abbandonato inesorabilmente alla corrente.
Sbattuto qua e là tra un seminario di vetero marxisti, una cena creativa. Tra un mercatino del libro indipendente, negli orti urbani dell'Xm.
Un morire quotidiano.
Senza resti significativi da cui ripartire.
Difficile spiccare il salto solo da lì.
Più naturale la raccolta del nulla.
Forse si sbagliava.
Avrebbe voluto con tutto se stesso essere contraddetto dai fatti.
In attesa di quell'evento nuovo in grado di rimetterlo in carreggiata riattivando energie nascoste per il momento latitanti.
Da solo non sarebbe arrivato da nessuna parte.
Il mantra ripetuto in silenzio.
Non c'era altro da fare.
Se non armarsi di pazienza.
Uno stillicidio lento.
Anche questa volta qualcosa sarebbe successo.
Questa la speranza, la fede riposta in quel muro di silenzio di voci rumorose.
Dura da digerire
Si era offerta di portarlo a casa in macchina.
Da Ancona alla sua città lì nei dintorni.
Di notte, allungando di non poco il tragitto abituale.
In auto avevano conversato amabilmente.
Di antropologia.
Una passione comune.
Alimentata dalla discussione attorno al tavolo con i ragazzi della ciclofficina sempre pronti a nutrirsi fino all'anima.
Il tema quello ancestrale della sacra famiglia.
Dei dispositivi impliciti del potere nel promuoverla come naturale. Della possibilità di nuove forme di vita relazionali una volta riusciti a liberarsi da tali lacci. L'unico modo per resistere al dominio del sistema biopolitico della produzione di individualità assoggettate.
Avevano molte cose in comune.
E gli piaceva nonostante la differenza di età.
Alla fine arrivarono a destinazione.
Fine della piacevole serata.
Scesero entrambi.
Prese le valigie dal cofano, se le strinse addosso come se stesse per partire al fronte.
Si salutarono.
Un bacio alla guancia austero.
Avrebbe voluto un po' più di calore.
Anche perché quelli erano i momenti in cui ricaricava le bombole per scendere di nuovo negli abissi. Come resistere altrimenti?
Senza pensarci le disse:
Un abbraccio.
Avvolgendola leggermente a sé.
Un atto performativo...
Non una semplice comunicazione verbale.
Saltando fossi, ostacoli, resistenze per assecondare una insanabile carenza d'affetto.
Il contatto fu per un istante brevissimo.
Sufficiente per sentire lo stridore del gesto, la violenza celata.
Senza voltarsi si diresse a casa.
Dopo pochi secondi senti il rumore del motore accendersi, lo sfregolamento delle ruote sull'asfalto.
Poi più nulla.
Solo il gelo dentro.
Per giorni portò con sé l'immagine di quel saluto con estrema sofferenza.
Non era andata come avrebbe voluto.
E il rimedio era stato peggiore del male.
Rimase sospeso per più giorni prima di riuscire a elaborare l'accaduto facendosene una ragione.
Indietro non si tornava.
Parlarne non so quanto sarebbe servito.
Preferì la strada del silenzio.
A cocci oramai fatti.
Da Ancona alla sua città lì nei dintorni.
Di notte, allungando di non poco il tragitto abituale.
In auto avevano conversato amabilmente.
Di antropologia.
Una passione comune.
Alimentata dalla discussione attorno al tavolo con i ragazzi della ciclofficina sempre pronti a nutrirsi fino all'anima.
Il tema quello ancestrale della sacra famiglia.
Dei dispositivi impliciti del potere nel promuoverla come naturale. Della possibilità di nuove forme di vita relazionali una volta riusciti a liberarsi da tali lacci. L'unico modo per resistere al dominio del sistema biopolitico della produzione di individualità assoggettate.
Avevano molte cose in comune.
E gli piaceva nonostante la differenza di età.
Alla fine arrivarono a destinazione.
Fine della piacevole serata.
Scesero entrambi.
Prese le valigie dal cofano, se le strinse addosso come se stesse per partire al fronte.
Si salutarono.
Un bacio alla guancia austero.
Avrebbe voluto un po' più di calore.
Anche perché quelli erano i momenti in cui ricaricava le bombole per scendere di nuovo negli abissi. Come resistere altrimenti?
Senza pensarci le disse:
Un abbraccio.
Avvolgendola leggermente a sé.
Un atto performativo...
Non una semplice comunicazione verbale.
Saltando fossi, ostacoli, resistenze per assecondare una insanabile carenza d'affetto.
Il contatto fu per un istante brevissimo.
Sufficiente per sentire lo stridore del gesto, la violenza celata.
Senza voltarsi si diresse a casa.
Dopo pochi secondi senti il rumore del motore accendersi, lo sfregolamento delle ruote sull'asfalto.
Poi più nulla.
Solo il gelo dentro.
Per giorni portò con sé l'immagine di quel saluto con estrema sofferenza.
Non era andata come avrebbe voluto.
E il rimedio era stato peggiore del male.
Rimase sospeso per più giorni prima di riuscire a elaborare l'accaduto facendosene una ragione.
Indietro non si tornava.
Parlarne non so quanto sarebbe servito.
Preferì la strada del silenzio.
A cocci oramai fatti.
lunedì 5 marzo 2012
No... è
Si trovava ancora all'ennesimo bivio.
Quello di sempre.
La tentazione della vita.
Avrebbe resistito questa volta?
Si sarebbe lasciato sedurre?
Forse il trucco stava tutto lì.
Nel sospendersi.
Nel sospenderla.
In eterno.
Smettendo di giocare.
Per non lasciarsi abbindolare dalle sue trame.
Sottili come fili arrugginiti di marionette.
Bastava rompere tale intreccio.
Per sciogliere legami atavici.
Sarebbe riuscito a resistere questa volta?
Quale prova lo attendeva?
Perché la vita rilancia sempre.
Per mettere tutto in discussione.
Al fine di trasformare i valori in azioni proficue.
Come ammaliarlo ancora?
Con quali voci arcane persuaderlo?
Quale nuova luce riflessa negli occhi lucidi di una giovane per riportarlo ai suoi doveri non scritti da sempre.
L'ennesima tentazione per arrestare un istante ancora l'apocalisse. Cioé la conclusione eterna della vita così com'è.
Bastava resistere solo un po' di più dell'ultima volta per arrivare a consumarla del tutto senza resti.
Insomma finirla per sempre.
E amen.
Oltre ogni ulteriore desiderio.
Al di là del volere illusorio di una cieca volontà di potenza.
Per arrivare all'estinzione radicale.
L'ultimo atto per annullare l'abbaglio luciferino iniziale.
Così da compensare la dismisura di tale infausta pretesa originaria.
Una promessa senza fondamento. Contro ogni evidenza. In nome di una fede folle.
Fine di ogni senso.
In assenza di tutto.
Inutile attendere una cometa impazzita, una improbabile tempesta magnetica, una glaciazione paralizzante o un'innalzamento continuo delle acque.
Sarebbe stato sufficiente smettere di costruire arche o navicelle spaziali lanciate nell'ignoto come metastasi impazzite.
Aspettare la fine.
Senza più fuggire.
Consegnandosi consapevolmente al proprio destino.
Chissa se allora...
Quello di sempre.
La tentazione della vita.
Avrebbe resistito questa volta?
Si sarebbe lasciato sedurre?
Forse il trucco stava tutto lì.
Nel sospendersi.
Nel sospenderla.
In eterno.
Smettendo di giocare.
Per non lasciarsi abbindolare dalle sue trame.
Sottili come fili arrugginiti di marionette.
Bastava rompere tale intreccio.
Per sciogliere legami atavici.
Sarebbe riuscito a resistere questa volta?
Quale prova lo attendeva?
Perché la vita rilancia sempre.
Per mettere tutto in discussione.
Al fine di trasformare i valori in azioni proficue.
Come ammaliarlo ancora?
Con quali voci arcane persuaderlo?
Quale nuova luce riflessa negli occhi lucidi di una giovane per riportarlo ai suoi doveri non scritti da sempre.
L'ennesima tentazione per arrestare un istante ancora l'apocalisse. Cioé la conclusione eterna della vita così com'è.
Bastava resistere solo un po' di più dell'ultima volta per arrivare a consumarla del tutto senza resti.
Insomma finirla per sempre.
E amen.
Oltre ogni ulteriore desiderio.
Al di là del volere illusorio di una cieca volontà di potenza.
Per arrivare all'estinzione radicale.
L'ultimo atto per annullare l'abbaglio luciferino iniziale.
Così da compensare la dismisura di tale infausta pretesa originaria.
Una promessa senza fondamento. Contro ogni evidenza. In nome di una fede folle.
Fine di ogni senso.
In assenza di tutto.
Inutile attendere una cometa impazzita, una improbabile tempesta magnetica, una glaciazione paralizzante o un'innalzamento continuo delle acque.
Sarebbe stato sufficiente smettere di costruire arche o navicelle spaziali lanciate nell'ignoto come metastasi impazzite.
Aspettare la fine.
Senza più fuggire.
Consegnandosi consapevolmente al proprio destino.
Chissa se allora...
mercoledì 1 febbraio 2012
Vibes
Percossa da dentro, un sussulto irrefrenabile si dirama ritmico da ogni parte della terra.
Impossibile sfuggirgli.
Ignaro sto sulla sedia immobile.
Fisso sul libro.
Le casse dello stereo vomitano musica new Dark sorta a partire dalle ceneri della Dubstep.
Musica profonda, ripetitiva come un mantra.
Penetrante come una melma oleosa in espansione.
Si viene attraversati dalle vibrazioni.
Si appiccica ai tessuti.
Ogni cellula resta contaminata irreversibilmente fino al nucleo.
Le pareti vibrano.
I vetri tremano.
A seconda della lunghezza d'onda.
Tutto viene scosso fino a implodere.
Fuori ha cominciato a nevicare.
Una neve finissima.
Le cose di fronte la finestra stanno per essere inesorabilmente ricoperte.
Pian piano ogni differenza viene meno lasciando il posto a un bianco candido gelido.
Ora è la volta di una tastiera bassa tremolante come il gemito viscerale della terra scossa.
Tutto si contorce e si contrae in attesa di una esplosione liberatrice.
La tensione si accumula.
I picchi diventano sempre più elevati.
Ci si sente confusi, spiazzati.
La sedia comincia pian piano a oscillare.
Non si capisce se è il corpo a trasmettere la vibrazione.
O viene da fuori?
Oramai è un tutt'uno con la musica.
L'oscillazione va avanti per un po'.
Un tempo incalcolabile prima di riassestarsi in un punto di quiete.
Anche il tavolo trema all'unisono.
Sopra la lampada si anima ciondolando su se stessa.
Si riconoscono chiaramente dei picchi in levare sul tappeto ondulatorio.
Da qualche parte qualcuno sta colpendo la terra come un gong.
Si contano i battiti regolari.
Uno, due, tre...
Si viene attraversati.
L'onda sale irrefrenabile.
Quanto si riuscirà a resistere ancora.
Il fiato si arresta.
I muscoli si contraggono.
Quale limite verrà raggiunto?
Il punto di soglia sta per essere toccato.
Ogni cosa potrebbe essere spazzata via in un istante.
Si continua a resistere con tenacia.
La tensione si fa palpabile come una lama affilata in procinto di rompere in due la terra.
C'è da rimanere stritolati per la stretta asfissiante.
Uno due tre secondi interminabili ancora.
L'intero sciame di onde attraversano la stanza, le pareti, il pavimento, i corpi come non ci fossero.
La materia scossa fin nelle fondamenta resiste.
Si piega senza spezzarsi.
Anche l'ultimo colpo passa.
Poi tutto si arresta come non fosse stato nulla.
Rimangono solo le vibrazioni basse della musica.
Appena sufficienti a stimolare il corpo, a attivare un movimento locale non abbastanza potente da stimolare il mondo fin nelle viscere.
Impossibile sfuggirgli.
Ignaro sto sulla sedia immobile.
Fisso sul libro.
Le casse dello stereo vomitano musica new Dark sorta a partire dalle ceneri della Dubstep.
Musica profonda, ripetitiva come un mantra.
Penetrante come una melma oleosa in espansione.
Si viene attraversati dalle vibrazioni.
Si appiccica ai tessuti.
Ogni cellula resta contaminata irreversibilmente fino al nucleo.
Le pareti vibrano.
I vetri tremano.
A seconda della lunghezza d'onda.
Tutto viene scosso fino a implodere.
Fuori ha cominciato a nevicare.
Una neve finissima.
Le cose di fronte la finestra stanno per essere inesorabilmente ricoperte.
Pian piano ogni differenza viene meno lasciando il posto a un bianco candido gelido.
Ora è la volta di una tastiera bassa tremolante come il gemito viscerale della terra scossa.
Tutto si contorce e si contrae in attesa di una esplosione liberatrice.
La tensione si accumula.
I picchi diventano sempre più elevati.
Ci si sente confusi, spiazzati.
La sedia comincia pian piano a oscillare.
Non si capisce se è il corpo a trasmettere la vibrazione.
O viene da fuori?
Oramai è un tutt'uno con la musica.
L'oscillazione va avanti per un po'.
Un tempo incalcolabile prima di riassestarsi in un punto di quiete.
Anche il tavolo trema all'unisono.
Sopra la lampada si anima ciondolando su se stessa.
Si riconoscono chiaramente dei picchi in levare sul tappeto ondulatorio.
Da qualche parte qualcuno sta colpendo la terra come un gong.
Si contano i battiti regolari.
Uno, due, tre...
Si viene attraversati.
L'onda sale irrefrenabile.
Quanto si riuscirà a resistere ancora.
Il fiato si arresta.
I muscoli si contraggono.
Quale limite verrà raggiunto?
Il punto di soglia sta per essere toccato.
Ogni cosa potrebbe essere spazzata via in un istante.
Si continua a resistere con tenacia.
La tensione si fa palpabile come una lama affilata in procinto di rompere in due la terra.
C'è da rimanere stritolati per la stretta asfissiante.
Uno due tre secondi interminabili ancora.
L'intero sciame di onde attraversano la stanza, le pareti, il pavimento, i corpi come non ci fossero.
La materia scossa fin nelle fondamenta resiste.
Si piega senza spezzarsi.
Anche l'ultimo colpo passa.
Poi tutto si arresta come non fosse stato nulla.
Rimangono solo le vibrazioni basse della musica.
Appena sufficienti a stimolare il corpo, a attivare un movimento locale non abbastanza potente da stimolare il mondo fin nelle viscere.
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