venerdì 3 giugno 2011

Festa della res publica

La stazione di Bologna è stracolma di gente ansiosa di bagnarsi nell'acqua opaca della riviera. Sono gli stessi pendolari di tutti i giorni. Hanno cambiato un po' il look oggi più turistico. Comunque sommesso e triste nonostante i colori primari esibiti, il rosso, il giallo, il blu. Non è facile coprire il solito grigiore quotidiano. È una questione endemica non risolvibile lavorando solo sulla superficie. Basta grattare un po' per fare emergere quel colore indelebile.
In ogni caso oggi è giorno di festa. La massa ordinata prova a sorridere, a essere più disponibile. C'è spazio solo per il divertimento, per la vacanza. Poi domani si cambierà regime. Si riprenderanno i più usuali panni.
Il treno arriva sul binario.
La gente comincia a salire uno alla volta come una mandria di buoi prima di essere marcata.
È una questione di numeri.
Fin quando una somma illimitata di persone può riempire uno spazio finito?
Con il passare del tempo si arriva alla soglia limite, ogni spazio viene riempito. Eppure non tutti riuscono a prendere posto. Occorre un ulteriore sforzo.
Espirare tutti insieme!
Ora!
Interstizi minimi si aprono.
È il momento di salire, di infiltrarsi tra un viaggiatore con gli occhiali da sole, una valigia cubica immensa.
Fiuh...
Alla fine salgono tutti.
In silenzio, senza protestare.
In attesa della destinazione finale.
Solo qualche pensionato memore di tante battaglie collettive non riesce a trattenere la rabbia.
Tanti sforzi per arrivare a questo punto morto.
Una sconfitta destrutturante, non ricomponibile.
Per avere più spazio e magari trovare un angolo dove sedermi vado in prima classe. Non prima di essermi aperto il cammino con il machete attraverso una selva impenetrabile di corpi, borse.
I buoi ammassati nei corridoi non osano oltrepassare tale soglia limite.
E se poi mi fanno la multa?
Nonostante l'assurdità della situazione a prevale è ancora il senso di colpa. Alla fine sembra più importante assecondare fino in fondo regole inutili per applicarle alla lettera contro ogni evidenza. Il popolo esecutore ha appreso bene la lezione. Solo così si può entrare a far parte del meccanismo amministrativo burocratico della res publica. Basta agire conformemente, senza fare mai domande. Soprattutto non ribellarsi mai.
Trovo “posto” per terra. Tra le due file di poltrone del vagone di prima classe.
Incurante di tutto mi seggo.
Grave errore...
Bisognava essere più previdenti. Dare prima uno sguardo attorno, asccoltare le sensazioni sottili.
Appena poggiato con le spalle sulla poltrona di plastica morbida vengo investito da un fiume lagnoso di parole.
Due vecchiette di Sassuolo votate al culto mariano della grande madre parlano a ruota libera. Davanti mi scorre tutta la loro vita.
In ordine di apparizione si materializza la storia dettagliata della vita dei nipotini, poi la madonna, il culto del rosario. Scopro così l'esistenza di un bambino operato ai testicoli. Nessuno lo deve sapere. Soprattutto i compagni di classe. Per loro è frattura di un arto! Poi vengono citate in ordine alfabetico uno stuolo di suore clarisse, tutti i luoghi di culto tra Fatima e Majugorje.
Ma la cosa più sorprendente è il look pitonato chiaro di una delle due vecchiette. Stride con l'immagine usuale della fedele praticante. Che sia l'ultima frontiera per avvicinare la fede alla vita di tutti i giorni?
Con il passare del tempo la gente comincia a scendere.
Qua e là si liberano qualche posto.
Una signora al mio fianco con una valigia nera scivola silenziosa verso la poltrona. Ne prende possesso. Poi avvicina piano piano la borsa senza fare rumore. Una volta seduta rimane lì tutto il tempo senza battere ciglia con la mano protesa sopra provando a scomparire tra il blu plastificato della tappezzeria.
In tutto questo miscuglio grigio tristezza a non tacere, oltre le due inarrestabili vecchiette, è l'altoparlante del vagone.
Attenzione!
Ci scusiamo con i viaggiatori per il ritardo di quindici minuti.
Amen!

martedì 31 maggio 2011

mamma mia!

Mamma mia!
Mamma mia!
Oh mamma mia!
In camera di zia ora sono in quattro.
Quella di fianco ha appena subito un clistere e si lamenta in continuazione.
Le dico qualcosa per farla calmare.
Mi risponde puntuale:
Se fossi al mio posto diresti lo stesso.
Si... te vojo proprio vede...
Pure se ciò novantanni non so scema.
Uaoh...
Colpito e affondato.
La signora davanti è stizzita perché è stata cazziata dalla novantenne.
Dice di vedere cani.
Guarda là non li vedi?
No... Non li vedo.
La signora di fianco, quella senza una gamba, vorrebbe andarsene da lì per non sentire più i continui lamenti. Ma non può.
Non vedi non ciò la gamba.
Vai in sedia a rotelle...
Eh no.... vengo alzata dal letto una sola volta al giorno, la mattina quando c'è il fisioterapista.
Beh comprati dei tappi per le orecchie.
Cavolo non ci avevo pensato.
Rivolta alla badante...
Me li porti domani?
Anche il sottoscritto è arrivato al limite.
Ho appena comunicato tutta la rabbia alla zia senza filtri. L'unica in grado di ascoltare, non certo di capire.
Mi risponde.
Lo sai oggi è morta una signora di cento anni.
Ah sì?
Vado a prendere da bere... così si festeggia!

lunedì 16 maggio 2011

Masse critiche

Era il secondo sabato del mese.
Il giorno della critical mass.
Come solito alle quattro mai puntuali si cominciavano a radunare il popolo variopinto in bici.
Quel giorno era speciale più di tanti altri.
Alessandro e la sua sposa avevano deciso di festeggiare la loro unione partecipando al corteo a due ruote. In risciò trainato da un valente pedalatore, seguiti dagli invitati, compresi i parenti più stretti.
Come d'abitudine scoccate le quattro e mezzo abbondanti la massa radunata nella piazza tenuta a freno con impazienza si mobilitava. In un baleno tutti girarono le loro bici poggiate al suolo a testa in giù. E via uno dietro l'altro in fila per trovare una via di fuga dalla piazza verso chissà quale direzione. Anche oggi a caso, secondo il capriccio del condottiero di turno. Tutti gli altri a seguire fiduciosi suonavano i campanelli, urlavano slogan, ridevano di gioia.
Compatti sulla strada si era creato un muro mobile, meglio un'onda capace di dilagare sulla strada occupandola tutta.
Una volta tanto le macchine dovevano accodarsi e seguire a ritmo di pedalata. Certo non senza imprecazioni, suonando nervosamente il clacson. Non tutti la prendevano male. C'era pure chi diviso tra auto e bici solidarizzava simpaticamente e incitava a continuare la protesta pacifica.
La processione durò per tutto il pomeriggio in una città caotica e variegata. Quel giorno c'era pure la millemiglia. Tanta gente stava assiepata lungo la strada per vedere i bolidi a quattroruote reduci di tanti successi oramai lontani. Alla fine a prevalere era la confusione. Tutto si mescolava al punto di non riuscire a capire più niente. Le urla della massa critica, il clacson delle auto, il rombo dei motori a dodici cilindri, il tifo degli spettatori lungo la strada. Un'immensa folla aveva invaso ogni angolo del centro. Tutto era diventato indistinto, caotico. Roba da far girare la testa.
Allo stesso tempo un sentimento di ebbrezza misto a smarrimento aveva contagiato i partecipanti. Come si fosse stati tante pedine di un gioco più grande sparpagliate a caso lungo le vie della città. Un movimento di troppo e tutto sarebbe crollato per contagio.
Non successe nulla di strano.
Anche quel pomeriggio il giro fini in piazza s. Francesco.
Ancora presto, la piazza semivuota venne invasa dalle biciclette.
Il carretto degli sposi al centro e tutti gli altri intorno a girare a vuoto. Come in un accerchiamento di indiani urlanti di gioia e frenesia.
Dopo uno, due, più giri con il mal di testa si lasciarono cadere a terra le bici. A caso, dove capitava, per costituire capannelli separati di amici. Per bere, chiacchierare, confrontarsi, mangiare. Con lo scendere della sera i gruppi seduti aumentarono. Alla fine la piazza si riempì. Non c'erano più spiazzi vuoti. Si era diventata una massa eterogenea unica. Non so quanto critica. Comunque anche grazie alle luci giallastre della piazza, alla facciata scura della chiesa gotico-circestense, al vociare continuo come un mantra, sembrava di partecipare a un grande rito pagano. Tanta l'eccitazione,la frenesia nel perdersi in quella folla mormorante.
Verso mezzanotte arrivò pure la banda, un gruppo di olandesi venuti così, senza preavviso. Facendosi spazio tra la gente conquistò il centro della piazza per intonare canti di guerra. Delle musiche balcaniche capaci di accendere gli animi ebbri prima di buttarsi a capofitto nel buio profondo della notte. A caccia di chissà quale avventura inattesa.

lunedì 9 maggio 2011

Nun se butta niente!

Non so per quale strana congiuntura astrale, però in un sol colpo la zia e la mamma si erano trovate a condividere lo stesso letto in ospedale.
Marco Zen in tutta fretta aveva dovuto raccogliere le poche cose necessarie alla sopravvivenza, i vestiti, i libri, la bici, per partire verso sud.
Una rimpatriata come non succedeva da anni.
Nonostante tutto si era accasato bene.
Aveva trovato anche là sacche di resistenza al grigiore quotidiano. Giovani artisti, musicisti, poeti, grafici o semplici fancazzisti posizionati volontariamente ai margini.
Insieme si provava a mettere in comune le forze, a mescolare le differenti esperienze. Così da trovare tutti giovamento.
Quel giorno la ciclofficina di Ancona dava una festa di autofinanziamento. Da poco aveva aperto i battenti. Quella era la prima uscita pubblica. Un appuntamento irrinunciabile.
In tutta fretta si era allestito un gruppetto sparuto di ciclisti per scendere dalle colline al mare. Tante le barriere da superare, innanzitutto dentro se stessi per provare a muoversi in modo nuovo e antico allo stesso tempo.
Alla fine si era in quattro.
Due con la bici da corsa, il resto in citybike, in mountain bike.
Tre ragazzi e una ragazza.
Già questo sarebbe sufficiente per soffermarsi a parlare di questa esperienza.
In più c'era la novità della ciclofficina.
Allestita con il niente, senza strumenti.
Armata solo di entusiasmo, di voglia di fare.
Un avamposto isolato in pieno deserto urbano dove risultano ancora sconosciute parole come critical mass o la bici fissa.
Eppure il meglio doveva ancora capitare.
La lezione del giorno sarebbe venuta dalla strada da chi meno te lo aspetti. Quando pensi sia già tutto finito.
Si era in attesa del treno per tornare a casina.
Per ammazzare quei pochi minuti si era pensato di comprare delle birre al ristorante cinese.
Usciti dal negozio ripongo il resto dentro il portamonete.
Nella foga cade in terra una monetina da un cent.
Come nulla fosse la lascio lì.
Cavolo!
È solo un cent.
Un niente!
Fosse stato un altro momento la avrei raccolta.
Ma in quel frangente non ne volevo sapere.
D'improvviso emerge dallo sfondo amorfo un barbone.
Ha la schiena torta, il volto sporco e la barba.
Si fa strada attraverso un muro di persone poco rassicuranti.
Viene deciso dalla nostra parte.
Penso voglia prendere la monetina per sé.
In effetti si china proprio davanti a me, la raccoglie.
Poi il colpo di scena.
Me la porge.
Guardandomi dal basso, con il volto inclinato di tre quarti sentenzia:
Nun se butta via mai niente!
Ricevo la monetina tra le mani.
L'ennesima lezione di vita dal basso.
Lo ringrazio sorpreso.
Anche oggi si fa i conti con la solita presunzione.
È ora di contaminarsi con la vita.
Alleluja.

venerdì 15 aprile 2011

Suicidio dopo un funerale spettacolare

Il donare pubblicamente i veli poetici agli amici mi ha colpito assai. Paragonabile al sacrificio di un Dioniso Zagreus, sbranato, smembrato pezzo dopo pezzo.
Eppure il volerlo replicare ha messo tutto in discussione.
Come se quel suicidio spettacolare non riuscisse a compiersi se non nell'ordine osceno della fiction.
Perché ripeterlo?
È stato così gustoso...
Al punto da farsi sfuggire la mano?
Alla fine sembra di essere entrati all'interno di un incubo autoreferenziale.
Senza via d'uscita se non di ripartire ogni volta da capo dal medesimo punto d'inizio.
Pensi di esserti spogliato di tutto.
Invece sotto la maschera scopri gli stessi veli all'infinito.
No, non ci si può suicidare mediaticamente davanti a un pubblico, a una telecamera.
Impossibile.
Si rimane incastrati all'interno di un tempo reversibile, ripetibile a oltranza.
Secondo copione.
Come un Lazzaro redivivo costretto all'immortalità.
Eppure ogni volta si perde qualcosa.
Si diventa sempre più eterei, astratti.
Fin quasi, e sottolineo il quasi, a scomparire per eccesso di visione.
È questo l'osceno.
La sua inutilità.
A ben vedere un suicidio anch'esso.
Però più defilato.
Quanto pensare di trovare qualcosa di nuovo cambiando film porno o al limite rivederlo con più attenzione.
Dopo un po' tutto si azzera, si annulla fino a diventare indifferente, noioso.
Cosa pensi di trovare ancora dopo quell'apice già raggiunto?
In cosa rilancerai?
Perché dovrai sorprendere ancora.
Ripetere coattivamente non basta.
Come praticare sesso sempre nella stessa posizione.
Oppure farsi sempre della stessa dose.
Alla fine si rischia di rimanere invischiati nel puro lavoro, nella routine. Se non nella farsa del mestierante.
Quando invece, una volta apparsi sulla scena, il vero capolavoro sarebbe piuttosto di saper ben scomparire.
Innanzitutto a se stessi e poi agli altri.
È questo l'unico suicidio degno di nota.
Mi sbaglio?
A te la mossa.

Lili irrefrenabile

Già il “Mharchellaaa” felliniano conclusivo ci aveva conquistato.
Poi c'è stata l'esibizione con BeMyDeelay, alias Marcella.
È ancora eccitante ripensare al gesto reciproco di spoliazione della maschera durante l'esibizione live.
Erotismo allo stato puro.
Trasudante genuinità.
La stessa di bambini immorali.
Capaci di tutto.
Senza vergogna.
Oltre qualsiasi perversione quand'anche polimorfa.
In quanto non c'è più nulla da trasgredire.
Ogni legge ha compiuto il suo destino scomparendo dall'orizzonte del senso.
Rimane solo una sensualità basilare.
Il piacere puro.
Lo scambio di sguardi è memorabile.
Non so se l'avevate programmato.
In tal caso cambierebbe tutto e questa analisi sarebbe da rivedere.
Fino a prova contraria quei gesti hanno incarnato l'inatteso, l'imprevisto all'interno di un rito iniziatico. Al punto di sorprendere le stesse protagoniste.
Mettere una maschera per diventare altro.
Per lasciarsi trasformare.
Una volta posseduti...
Via il mezzo, l'artificio della metamorfosi.
Sia esso maschera o velo.
Come quello usato dall'illusionista.
Compiuta la trasformazione non serve più.
Certo ci vuole anche la parola magica.
In questo caso la musica, il mantra ossessivo, demoniaco.
Per sedurre gli spiriti.
Così da divenire gli attori nella scena dell'Altro.
Secondo il Suo copione.
Fosse anche solo per assecondare il desiderio profondo o la natura misteriosa, arcana.
Vita nuda irripetibile, irrefrenabile.
Impossibile da fermare in un immagine, riprodurre in un filmato.
Nonostante la ripetizione continua.
Al massimo si ottiene solo l'edulcorazione dell'evento.
Fino all'annientamento totale dei suoi significati altri.
Infatti l'imprevisto diventa previsto, atteso.
Niente più souspance, spiazzamento.
L'eccesso di visione conduce solo a una masturbazione oscena.
Anche questa lettera risulterebbe oscena se pensasse di riportare a essere quella situazione.
Forse lo sarebbe comunque.
In ogni caso si prova solo a testimoniare di un'assenza.
Come quando si gioca col morto.
Evitando di usare le parole per coprire, nascondere lo spazio lasciato libero dall'evento sparito per sempre.
Infatti tale evento è sullo stesso piano dell'istante, dell'eros e della morte. Non se ne può parlare senza stravolgerli, misconoscerli, traviarli.
Comunque alla fine è tutto una mistificazione.
A partire dai nomi.
Lili Refrain.
Traducibile con qualche licenza con Lili fermati o anche riprenditi...
Volendo anche nel senso di riprendere, filmare e allo stesso tempo fermare la realtà. Sapendo di perderla conservandola.
Stesso discorso per BeMyDeelay.
Essere il proprio eco, ritardo.
Potrebbe portare a pensare a una riproduzione dell'identico a oltranza. Come un loop minimalista osceno.
Sarete invece capaci di raccogliere la sfida dell'identico del non identico e compiere ancora il miracolo della trasformazione dell'acqua in vino, meglio poi se in spritz o tequila? Visti i tempi...
Un bel paradosso.
Risolvibile solo continuando a mettervi in contatto con i vostri demoni.

La ciclofficina rituale. Costruire per dissolvere

Gli schieramenti opposti sono in allerta.
Si avvicina l'ora X.
L'apertura.
Quando la serranda di ferro lentamente si solleverà.
Allora ci si potrà contaminare senza riserva.
Rullano i tamburi.
Gli animi si caricano.
Sale l'adrenalina, la tensione.
Non tutti sopravviveranno.
Il sole sta calando all'orizzonte.
La luce è ottimale.
Non fa caldo.
Muniti di bici, o quanto di più prossimo a tale termine, i ciclisti appiedati si apprestano all'assalto.
Ancora pochi secondi...
Il bottone viene pigiato.
Un rumore sinistro di cigolii stridenti invade la scena.
La barriera si solleva lentamente.
Filtrano fasci di luce.
Pochi centimetri alla volta la serranda sale.
Un'attesa interminabile.
Per i più bassi o quelli con il mezzo più piccolo si intravede una soglia...
Senza aspettare si lanciano sul varco apertosi.
Riuscirà la ciclofficina con i suoi affiliati a sopportare l'urto?
Sarà in grado di contenere l'orda barbarica, di sopravvivere a se stessa?
Quale limite sarà oggi superato?
La linea di confine pian piano scompare assorbita dal soffitto.
Una marea simile a uno tzunami invade tutto lo spazio disponibile ricolmandolo di vita brulicante.
Ogni oggetto viene rianimato, spostato, lanciato, abbandonato dalla fiumana inarrestabile.
È il momento del corpo a corpo.
Nulla rimane escluso.
Tutto viene modificato irreversibilmente.
Per gli autoctoni il miracolo è di resistere.
Ei dove sono i coni?
E le camere d'aria?
Ho i freni andati!
Devo cambiare la gomma...
Come si fa?
L'asse centrale non va più...
Butto tutto?
Sempre le stesse domande.
Ripetute all'infinito come un eco continuo.
Sempre le stesse risposte.
Come un mantra.
Nonostante il tentativo di colorarle ogni volta con sfumature differenti.
Inutile definire i contorni, affibbiare nomi, le referenze giuste sui cassetti, gli oggetti, per indirizzare l'agire nel modo migliore.
Dura poco.
Alla fine ogni segno si contamina.
Perde di senso.
Per tornare indistinzione pura.
Caos da cui strappare ogni volta nuove storie, nuove significazioni funzionali.
Non accettare il gioco lasciandosi andare nella corrente è come votarsi al suicidio.
Vano tentare di resistere a tale dispersione di significati provando a fare di un oggetto un feticcio ossessivo.
Eppure anche in tale orgia alla fine qualcosa emerge, entra in vibrazione armonica.
Non prima di aver sacrificato tutto.
Anche oggi l'agnello sacro verrà immolato sull'altare.
Quel resto non scambiale in termini economici.
Quella parte residuale oscena da cui emergeranno ancora nuove forme di bici, modi di pedalare.
Di più...
Contro l'imposizione di senso, di valore, contro l'idea di uno scambio impari, a perdere, la ciclofficina si ribella.
Non vuole essere solo uno strumento passivo.
Rifiuta la banale logica della produzione mercificata.
Allora si fa oggetto intrascendibile, puro.
Attraverso il caos.
Sia per eccesso che per difetto.
Offrendo troppo o troppo poco.
Alla fine scompagina le scontate economie domestiche di chi pensava di risparmiare e di portare via qualcosa.
A lungo andare è lei a condurre il gioco.
A crocifiggere ogni finalità precostituita.
Ecco la magia della ciclofficina.
Far sparire tutto ciò in un baleno silenzioso.
In un sol colpo...
Voilà...
E non c'è più nulla.
Una volta liberati di tutto si entra nel gran gioco.
Nel non senso.
Nel fare fine a se stesso.
In relazione pura gli uni con gli altri.
Senza più interessi.
Tutti omologati allo stesso livello.
Anche questa volta il rito della ciclofficina ha compiuto il suo giro, il miracolo.
È il momento giusto della condivisione.
Sbuca fuori del pane.
Quello fatto con la pasta madre, farina di grano, di ceci, di farro...
Tagliato a quadretti come tante piccole ostie viene distribuito ai presenti.
Molti hanno le mani sporche o impegnate.
Allora vengono amorevolmente imboccati.
Pian piano si ricostituisce il collant comune.
Si diventa un unico corpo.
Un attimo di distrazione fatale...
Prima di affondare ancora.
Questa volta navigando a vista, secondo il vento.
Spogliati di tutto.
Senza più orpelli frenanti, compiti, orari, appelli, esami, responsabilità.
Il piacere si fa immenso.
Alla fine c'è pure chi arriva al risultato...
Ma che importa.
Anche oggi si chiude...
Rimangono gli occasionali sacerdoti di tale ritualità spontanea.
Anche loro andranno a casa.
Non prima di aver curato le ferite.
Ricomposto le membra disarticolate della ciclofficina.
È il momento della rigenerazione.
Ma non serve a nulla se non si è imparato preventivamente a morire, a dissolversi completamente.