In piena emergenza.
Ho proclamato il mio amore ai miei amici, amiche, vicini.
Con eccesso.
Con disperazione.
una questione di vita o di morte.
in molti sono rimasti perplessi.
Colpiti.
La maggior parte si è ritratta.
Non abituata a tanto.
Alla fine sono più solo di prima.
sebbene frequenti ogni giorno una marea di persone.
Abbandonato all'occasio.
Alla manna quotidiana.
Palliativo solo per la sopravvivenza.
Dopo avr toccato per un istante il cielo con un dito.
Aver provato a rimanerci tutti insieme.
Il più a lungo possibile.
Sono sprofondato peggio di prima.
Un mondo va ricostruito.
Con calma.
Pazienza.
Trasformando l'incolore manna in qualcos'altro.
Di più appetibile.
Di più elevato.
Intanto indosso la maschera.
Mi nutro di microbico plancton.
Giusto per non morire.
Lo chiamano destino.
I più audaci provvidenza.
Fanculo.
È naturale.
Fanculo.
Dov'eri quando ho creato il mondo...
Fanculo.
venerdì 19 novembre 2010
venerdì 22 ottobre 2010
Bora lacrime
Hanno al massimo ventitre anni.
In superficie sono delicati.
Visi puliti, sbarbati.
Corpi non ancora sfondati dalla vita.
Stropicciati dalle rughe.
Però sono già vecchi.
Reduci anticipati.
Ben prima di diventare adulti.
Provo pena per loro.
Accumunati dallo stesso destino.
Almeno per ora.
Riusciranno a sopportarlo?
Sono cresciuti a pane e grunge.
Lo hanno incarnato fino in fondo.
Musicisti provetti.
Sono senza pubblico.
Oggi suonano al Gaudio.
Un locale arci lungo il viale della vittoria.
In uno stabile nuovo.
Anch'esso invecchiato precocemente.
Nel volgere di pochi mesi.
Sulla facciata ancora fresca di vernice si spalancano vetrine trasparenti dentro stanze vuote.
Gaudio, vittoria nomi senza senso.
Paradossali.
Inverosimili.
Non sono in molti.
Si contano già i dispersi.
Serrate le fila rimane un piccolo manipolo di disperarati.
Tommy, dei .cora., di fronte all'ennesimo schiaffo della vita ha provato a dissolversi fino all'osso.
Stava già in apnea.
Non poteva respirare l'aria che soffocava.
Il giro di vite successivo è stato rifiutare cibo avvelenato.
Al punto di scomparire quasi del tutto.
Sul volto risaltano solo gli occhi strabuzzati.
Comunicano incredulità, spiazzamento per la disumanità sperimentata.
La salute ne è stata danneggiata non poco.
La voce residuale fuoriuscita da polmoni non più abituati a accogliere l'aria non riesce a urlare come un tempo.
Dopo poco prevale la tosse per anossia.
Il suo corpo inconsistente è fragile.
Nonostante tutto ha mantenuto l'ironia.
La voglia di prendersi in giro.
Di scerzare con i suoi amici.
Prima di loro c'era Checco.
Un debutto da solista.
Dopo l'esperienza dei Solindo.
Il suo gruppo da sempre.
Incapaci di riflettere ancora i raggi del sole.
Comincia a cantare accompagnato dalla chitarra acustica.
Strofe cantautoriali grunge si intrecciano profondamente.
La tecnica è sopraffine.
La voce ispirata oltre la battuta.
Come di copione.
Lo aiuta Sté.
Il batterista dei .cora.
Da naufrago accudisce l'ennesimo sopravvissuto.
Seduto al suo fianco gli sorregge i testi.
Volta le pagine al momento giusto.
Segue con il dito le parole.
Come una mamma affettuosa con il pargolo.
Dopo tanto olocausto ci si può solo sostenere a vicenda.
Esibendo un amore profondo.
Sovversivo.
Irriducibile.
L'unico modo per ribellarsi alla vita.
Continuare a amarsi.
Disarmati.
Senza identificarsi con il carnefice.
Per non accettare regole spietate, assurde.
Provare invece a giocare a altro.
Interferendo.
Per dissimulare, sospendere, eludere qualsiasi logica perversa.
Hanno capito l'essenziale.
Non ho nulla da insegnare loro.
Una lezione di vita imprescindibile.
Checco finisce il primo pezzo.
Si presenta agli amici.
Gioca con l'identità dei suoi vecchi compagni sottrattisi per inseguire sirene.
Al secondo pezzo si rompe la corda.
Senza scomporsi, suona fino alla fine armonie infrante.
Tommy gli passa la chitarra elettrica.
Il suono è pulito, senza distorsioni.
Sa bene come tararla.
Si conoscono da una vita.
Da quando bambini avevano cominciato a suonare.
Non riproducevano le solite canzoncine spensierate.
Avevano fatto la gavetta con Twist.
Dei Korn.
Quaranta secondi di bava alla bocca di un animale ferito a morte, smarrito.
Si trovano al Ventaglio.
La notte.
Per suonare insieme gli Alice in Chains, i Pearl Jam, i Nirvana e quant'altro.
Con le loro ragazze.
Imbottiti di vodka.
Nascosti dietro le quinte del parco naturale a forma di teatro greco.
C'era pure una lapide dedicata al più metafisico degli scrittori italiani del novecento.
Calvino.
Li avevo conosciuti lì.
Una sera d'estate solitaria.
In quello spazio limite.
Dopo aver inseguito i loro echi sonori.
Intanto Checco sostituita la chitarra con quella elettrica di Tommy si ferma.
Sembra voler abbandonare.
No ragazzi.
Basta occupare altro tempo.
Suonate voi.
Lasciamo spazio ai .cora.
Va bene così.
Sostenuto dall'affetto dei suoi amici porta a termine altri due pezzi.
Poi si sospende definitivamente.
Fa spazio agli altri.
Sottraendosi.
Sottovoce.
In tutto il locale il tono è sommesso.
Nessuno si lascia contagiare dall'eccesso.
Sebbene sia sabato.
Ci si consola al massimo bevendo insieme il vino della casa.
Del buon verdicchio.
Offerto a soli sessanta centesimi al bicchiere.
Una piccola manna dal ciel...
No...
Semmai da chi già esangue non smette di accudire il proprio prossimo.
In questi tempi bui.
In superficie sono delicati.
Visi puliti, sbarbati.
Corpi non ancora sfondati dalla vita.
Stropicciati dalle rughe.
Però sono già vecchi.
Reduci anticipati.
Ben prima di diventare adulti.
Provo pena per loro.
Accumunati dallo stesso destino.
Almeno per ora.
Riusciranno a sopportarlo?
Sono cresciuti a pane e grunge.
Lo hanno incarnato fino in fondo.
Musicisti provetti.
Sono senza pubblico.
Oggi suonano al Gaudio.
Un locale arci lungo il viale della vittoria.
In uno stabile nuovo.
Anch'esso invecchiato precocemente.
Nel volgere di pochi mesi.
Sulla facciata ancora fresca di vernice si spalancano vetrine trasparenti dentro stanze vuote.
Gaudio, vittoria nomi senza senso.
Paradossali.
Inverosimili.
Non sono in molti.
Si contano già i dispersi.
Serrate le fila rimane un piccolo manipolo di disperarati.
Tommy, dei .cora., di fronte all'ennesimo schiaffo della vita ha provato a dissolversi fino all'osso.
Stava già in apnea.
Non poteva respirare l'aria che soffocava.
Il giro di vite successivo è stato rifiutare cibo avvelenato.
Al punto di scomparire quasi del tutto.
Sul volto risaltano solo gli occhi strabuzzati.
Comunicano incredulità, spiazzamento per la disumanità sperimentata.
La salute ne è stata danneggiata non poco.
La voce residuale fuoriuscita da polmoni non più abituati a accogliere l'aria non riesce a urlare come un tempo.
Dopo poco prevale la tosse per anossia.
Il suo corpo inconsistente è fragile.
Nonostante tutto ha mantenuto l'ironia.
La voglia di prendersi in giro.
Di scerzare con i suoi amici.
Prima di loro c'era Checco.
Un debutto da solista.
Dopo l'esperienza dei Solindo.
Il suo gruppo da sempre.
Incapaci di riflettere ancora i raggi del sole.
Comincia a cantare accompagnato dalla chitarra acustica.
Strofe cantautoriali grunge si intrecciano profondamente.
La tecnica è sopraffine.
La voce ispirata oltre la battuta.
Come di copione.
Lo aiuta Sté.
Il batterista dei .cora.
Da naufrago accudisce l'ennesimo sopravvissuto.
Seduto al suo fianco gli sorregge i testi.
Volta le pagine al momento giusto.
Segue con il dito le parole.
Come una mamma affettuosa con il pargolo.
Dopo tanto olocausto ci si può solo sostenere a vicenda.
Esibendo un amore profondo.
Sovversivo.
Irriducibile.
L'unico modo per ribellarsi alla vita.
Continuare a amarsi.
Disarmati.
Senza identificarsi con il carnefice.
Per non accettare regole spietate, assurde.
Provare invece a giocare a altro.
Interferendo.
Per dissimulare, sospendere, eludere qualsiasi logica perversa.
Hanno capito l'essenziale.
Non ho nulla da insegnare loro.
Una lezione di vita imprescindibile.
Checco finisce il primo pezzo.
Si presenta agli amici.
Gioca con l'identità dei suoi vecchi compagni sottrattisi per inseguire sirene.
Al secondo pezzo si rompe la corda.
Senza scomporsi, suona fino alla fine armonie infrante.
Tommy gli passa la chitarra elettrica.
Il suono è pulito, senza distorsioni.
Sa bene come tararla.
Si conoscono da una vita.
Da quando bambini avevano cominciato a suonare.
Non riproducevano le solite canzoncine spensierate.
Avevano fatto la gavetta con Twist.
Dei Korn.
Quaranta secondi di bava alla bocca di un animale ferito a morte, smarrito.
Si trovano al Ventaglio.
La notte.
Per suonare insieme gli Alice in Chains, i Pearl Jam, i Nirvana e quant'altro.
Con le loro ragazze.
Imbottiti di vodka.
Nascosti dietro le quinte del parco naturale a forma di teatro greco.
C'era pure una lapide dedicata al più metafisico degli scrittori italiani del novecento.
Calvino.
Li avevo conosciuti lì.
Una sera d'estate solitaria.
In quello spazio limite.
Dopo aver inseguito i loro echi sonori.
Intanto Checco sostituita la chitarra con quella elettrica di Tommy si ferma.
Sembra voler abbandonare.
No ragazzi.
Basta occupare altro tempo.
Suonate voi.
Lasciamo spazio ai .cora.
Va bene così.
Sostenuto dall'affetto dei suoi amici porta a termine altri due pezzi.
Poi si sospende definitivamente.
Fa spazio agli altri.
Sottraendosi.
Sottovoce.
In tutto il locale il tono è sommesso.
Nessuno si lascia contagiare dall'eccesso.
Sebbene sia sabato.
Ci si consola al massimo bevendo insieme il vino della casa.
Del buon verdicchio.
Offerto a soli sessanta centesimi al bicchiere.
Una piccola manna dal ciel...
No...
Semmai da chi già esangue non smette di accudire il proprio prossimo.
In questi tempi bui.
mercoledì 6 ottobre 2010
Acufeni grunge
Ci sono giorni in cui l'aria è più nitida del solito.
Accade soprattutto nei cambi di stagione.
Quando il tempo si fa variabile.
Mosse dal vento d'alta quota le nuvole si spostano repentine.
A volte può piovere.
Non dura molto.
Il sole va e viene.
I raggi hanno ancora la forza di scaldare la terra.
Non si sta male.
La luce ha una tonalità insolita.
Non c'è più l'afa, la calura, l'umidità estiva.
I contorni sono netti.
I colori accesi.
Gli spazi si dilatano a dismisura.
Per un attimo può capitare di vacillare.
Il vuoto non resiste.
Viene saturato dai suoni.
Tutto diventa udibile.
Il rumore d'acqua di una fontana lontana.
L'abbajare di un cane.
Le voci riverberate delle persone.
Da tutte le direzioni si accavallano frenetiche.
Senza soprapporsi.
Le distingui chiaramente.
Una a una.
Le più distanti arrivano basse con un eco.
Non sembrano umane.
Evocano qualcosa di spettrale, d'inquietante.
Un urlo si prolunga all'infinito.
Si stira a dismisura.
Per decadere imploso in se stesso.
Lentamente consuma tutte le tonalità discendenti.
Fino alla soglia dell'udibile.
Per la densità si appiccica addosso.
Non si scrolla più.
Anche stando lontani dal traffico, si riconosce il sibilo sordo delle auto.
Il vibrato basso, penetrante degli autobus arriva fin dentro la pancia.
Se si cammina per strada le cose non cambiano.
Si distinguono le voci dei passanti.
I sorrisi.
Le battute.
Il suono metallico delle suonerie.
I tacchi rimbombanti sull'asfalto.
Se ne vieni avvolti.
Non c'è spazio, luogo dove si è al riparo.
Dentro ci si smarrisce.
Una legione caotica, frammentaria prende il sopravvento.
Si vorrebbe trovare un po' di tranquillità.
Ci si sposta in una piazza, in un giardinetto.
Ma è inutile.
Non si può sfuggire.
Conviene fermarsi.
Braccati come una preda.
Alla mercè del colpitore di turno.
Resistere non serve.
Viene spontaneo chiudere gli occhi, le orecchie.
I suoni si amplificano.
Fino a penetrare dentro come il fischio di un trapano.
Paralizzati, si aspetta la fine.
In attesa di un mondo meno invadente.
Accade soprattutto nei cambi di stagione.
Quando il tempo si fa variabile.
Mosse dal vento d'alta quota le nuvole si spostano repentine.
A volte può piovere.
Non dura molto.
Il sole va e viene.
I raggi hanno ancora la forza di scaldare la terra.
Non si sta male.
La luce ha una tonalità insolita.
Non c'è più l'afa, la calura, l'umidità estiva.
I contorni sono netti.
I colori accesi.
Gli spazi si dilatano a dismisura.
Per un attimo può capitare di vacillare.
Il vuoto non resiste.
Viene saturato dai suoni.
Tutto diventa udibile.
Il rumore d'acqua di una fontana lontana.
L'abbajare di un cane.
Le voci riverberate delle persone.
Da tutte le direzioni si accavallano frenetiche.
Senza soprapporsi.
Le distingui chiaramente.
Una a una.
Le più distanti arrivano basse con un eco.
Non sembrano umane.
Evocano qualcosa di spettrale, d'inquietante.
Un urlo si prolunga all'infinito.
Si stira a dismisura.
Per decadere imploso in se stesso.
Lentamente consuma tutte le tonalità discendenti.
Fino alla soglia dell'udibile.
Per la densità si appiccica addosso.
Non si scrolla più.
Anche stando lontani dal traffico, si riconosce il sibilo sordo delle auto.
Il vibrato basso, penetrante degli autobus arriva fin dentro la pancia.
Se si cammina per strada le cose non cambiano.
Si distinguono le voci dei passanti.
I sorrisi.
Le battute.
Il suono metallico delle suonerie.
I tacchi rimbombanti sull'asfalto.
Se ne vieni avvolti.
Non c'è spazio, luogo dove si è al riparo.
Dentro ci si smarrisce.
Una legione caotica, frammentaria prende il sopravvento.
Si vorrebbe trovare un po' di tranquillità.
Ci si sposta in una piazza, in un giardinetto.
Ma è inutile.
Non si può sfuggire.
Conviene fermarsi.
Braccati come una preda.
Alla mercè del colpitore di turno.
Resistere non serve.
Viene spontaneo chiudere gli occhi, le orecchie.
I suoni si amplificano.
Fino a penetrare dentro come il fischio di un trapano.
Paralizzati, si aspetta la fine.
In attesa di un mondo meno invadente.
Castagne sul fuoco
Rimaneva ancora molto per l'alba.
I presenti stavano immobili davanti al fuoco.
Un legno grosso piantato nel bidone lottava per non essere consumato.
Resisteva da più di un'ora.
Il suo destino era segnato.
Il fuoco lo aveva avvolto.
La stretta si faceva sempre più forte.
La base si stava annerendo.
Era cominciata lenta la trasformazione irreversibile verso il niente.
Insieme al fumo, alle particelle di cenere volatili si alzava lento l'ultimo grido.
Dopo l'iniziale scoppiettio, l'esplosione di frammenti impazziti, il processo aveva assunto ora un ritmo regolare.
I lamenti si erano tramutati in borbottii rassegnati.
Quella sera si era in allerta.
Lo spazio occupato, divenuto il luogo di riparo di tanti naufraghi senza più meta, era in pericolo.
Per l'ennesimo assedio strisciante di un sistema ferito perennemente in stato d'allarme.
Pronto a colpire alla cieca.
Di preferenza i più deboli.
Si trattava di superare anche questa situazione.
Tragica e imprevista.
Questioni di sopravvivenza.
Ma anche di salvaguardare con tutte le forze quel microcosmo sociale fuori da tutti gli schemi vigenti.
Lì non valeva la legge del più forte, del più seducente.
A contare era il consenso di tutti.
Quando non c'era, giù a discutere.
Piuttosto girando a vuoto.
Nell'attesa di una soluzione giusta.
In grado di superare le divergenze.
Roba da fantascienza sociale.
Certo non mancavano le incongruenze.
Non tutte le ciambelle riuscivano con il buco.
Si provava a apprendere dagli errori.
Per migliorare la volta successiva.
In tale diversità era venuto fuori il meglio.
Molti avevano conosciuto l'abisso.
Ma erano sopravvissuti.
La vita li aveva temperati a saper resistere alle condizioni peggiori.
Oltre agli autoctoni puri, il luogo era frequentato da occasionali visitatori.
Anche loro vi avevano trovato posto.
Molti venivano da scienze politiche.
C'era pure un professore di sociologia.
Altri erano mossi da intenti creativi.
C'era la scuola migranti.
La palestra con i corsi di yoga, box, tessuto.
Il gruppo del mercoledì.
Quelli del mercatino biologico.
I dj tecno.
E anche la ciclofficina.
In tale situazione d'emergenza era stata rischiesta pure la loro presenza.
Avevano accettato di buon grado.
Non si trattava di solidarietà.
Quanto di proteggere i propri spazi contro una normalizzazione tutto avvolgente, stritolante.
Si era diventati un'unica famiglia.
La più variegata, eterogenea possibile.
Si stava bene insieme.
Certo quel luogo non pretendeva di essere un paradiso.
Nessuno lo considerava tale.
Era casomai il migliore degli inferni possibili.
Tutti avrebbero venduto cara la pelle per quello spazio.
I raga della ciclo si erano dati appuntamento per mezzanotte di fronte all'alto cancello sbarrato.
La porta normale d'ingresso.
Volevano partecipare anche loro.
Non erano in tanti.
Non importava.
Valeva solo esserci.
Dentro il castello assediato bisognava tenere a bada i punti critici.
L'entrata principale, il cancello posteriore.
Quello aperto verso la distesa deserta abbandonata.
Luogo di confine non ancora addomesticato.
Un micromondo selvaggio.
Terra di nessuno, di sbando.
Dove la natura conta ancora.
Detta legge tra le rovine del vecchio mercato.
Nonostante la presenza di una gru alta venti metri, rivolta verso il cielo come un'antenna traballante in balia del vento.
Il nuovo avamposto della futura colonizzazione.
Avevano scelto di piazzarsi lì.
In quello spazio invaso da decine e decine di bici rottamate.
Alcune degne di tale nome.
La maggior parte oramai solo scheletri arrugginiti.
Se si fosse deciso di girare Terminator in Italia, quello era il posto giusto.
Il connubio fuoco più biciclette aveva convinto tutti.
Senza nemmeno il bisogno di uno sguardo si erano tuffati sulle sedie intorno al fuoco.
Dal cielo scendeva ogni tanto qualche gocciolina di pioggia mescolata con le numerose particelle di cenere sollevate dal calore.
Sembrava nevicare.
Non faceva freddo.
Il bidone infuocato riscaldava a sufficienza.
Qualcuno aveva portato le castagne.
Ottobre aveva fatto capolino da alcuni minuti.
Poggiate sopra una ruota di bicicletta storta usata a mo' di grata, le castagne prendevano il colorito giusto.
Nonostante il tentativo di sgambetto del fuoco per mandare tutto all'aria.
Una volta dorate furono portate sotto l'ombrellone blu.
L'ultimo avamposto prima della distesa deserta sommersa nel buio della notte.
Furono mangiate in un baleno.
Tra il silenzio rotto da battute sussurrate.
Per non compromettere l'atmosfera.
Poco lontano si stava girando un film.
A testimoniarlo c'era la gru di un dolly, alcuni riflettori accesi, il vociare degli attori.
Grazie all'evocatività surreale del luogo si aveva la sensazione di essere all'interno di un unico immenso set cinematografico. Ognuno con la propria parte da recitare in attesa del fatidico:
Azione!
Si gira...
Sullo sfondo il rumore sordo della città, una sinfonia dissonante di echi meccanici, un concerto di auto in movimento interrotto ogni tanto dall'assolo in battere di qualche argano al lavoro.
Anche di notte la metropoli del futuro non dorme.
È impaziente di trasformare ogni cosa senza remore.
Giusto per ricordare ai presenti il destino già scritto di quei luoghi.
Prossimi alla fine.
Eppure in tale sospensione la natura, gli esseri animali, gli uomini erano riusciti a dare forma a un ambiente indefinito, misterioso.
Luogo di possibilità arcane, magiche.
Sarebbe potuto accadere di tutto.
L'incontro di una giovane devota con uno squatter.
Offrire castagne a un puffo blu emerso da una botola nascosta lì vicino.
Giocare a briscola con uno di quei grossi cani sempre a zonzo, mentre mastica mentine.
Il tutto con la spontaneità di un bambino sorridente.
Nonostante il tentativo da parte del buio di nascondere ogni espressione, provando a sovrastare la debole luce radente del fuoco.
Durante la battaglia i volti erano scolpiti in bianco e nero.
Dalle tenebre emergevano i lineamenti duri di teschi in lotta per incarnare ancora vita.
Per aspirare a identità più definite.
Prima di soccombere come tutto lì attorno.
Nella notte pesta, qualcosa di bello, di indicibile riusciva a far vibrare i cuori.
Allora il silenzio prendeva il sopravvento.
Lo sguardo si abbassava lentamente fissando il nulla davanti.
I rumori di fondo si amalgamavano trovando pace.
Si era fatta una certa ora.
A parlare erano rimasti solo gli schiamazzi striduli di animali battaglieri.
Presi dalla stanchezza i ragazzi della ciclo decisero di andare.
Per Nilo e Mimmo si trattava di affrontare il momento più duro.
Il resto della notte.
Quello più nero.
Da soli.
Come tante altre volte.
Stringendo i denti senza fiatare.
Sapendo di poter contare solo sulle proprie forze.
Aspettando un'altra alba, un nuovo giorno forse possibile.
Mauss
Viveva all'Xm.
Era magro.
Non troppo alto.
Capelli lunghi neri.
Raccolti in una coda.
Un po' di barba.
Vestiti scuri.
Poteva ricordare un moschettiere decaduto.
Lo si vedeva dallo sguardo fiero.
Era un patito di teatro, di letteratura.
Retaggio di un percorso esistenziale passato.
Aveva la battuta facile.
Spesso era tagliente.
Il punto giusto.
Era sensibilissimo.
La vita lo aveva portato a conoscere bene le passioni umane, la sincerità degli sguardi.
Era un fine interprete delle espressioni altrui.
Da tempo era relegato lì.
Insieme agli altri.
Forse desiderava altri sentieri.
Per rompere l'isolamento.
Lo reclamava a gran voce pur stando in silenzio.
A volte lo manifestava con ironia velata di cinismo.
Aveva imparato a trattenere le proprie emozioni.
A saper tenere a bada il proprio pensiero.
Piuttosto si sospendeva, rimaneva immobile con lo sguardo fisso.
Dentro invece era un franare rovinoso di desideri, sentimenti infranti, traditi.
Un terremoto devastante.
Allora tirava il diaframma.
Chiudeva la bocca facendola piccola piccola.
Ritraendosi in se stesso risucchiava le guance come un topo in trappola ricacciato a forza nel suo abisso.
Abituato a ben altro, soffriva nel vedere il mondo fuori insensibile ai suoi appelli.
Ostile nonostante le apparenze gentili.
I presenti stavano immobili davanti al fuoco.
Un legno grosso piantato nel bidone lottava per non essere consumato.
Resisteva da più di un'ora.
Il suo destino era segnato.
Il fuoco lo aveva avvolto.
La stretta si faceva sempre più forte.
La base si stava annerendo.
Era cominciata lenta la trasformazione irreversibile verso il niente.
Insieme al fumo, alle particelle di cenere volatili si alzava lento l'ultimo grido.
Dopo l'iniziale scoppiettio, l'esplosione di frammenti impazziti, il processo aveva assunto ora un ritmo regolare.
I lamenti si erano tramutati in borbottii rassegnati.
Quella sera si era in allerta.
Lo spazio occupato, divenuto il luogo di riparo di tanti naufraghi senza più meta, era in pericolo.
Per l'ennesimo assedio strisciante di un sistema ferito perennemente in stato d'allarme.
Pronto a colpire alla cieca.
Di preferenza i più deboli.
Si trattava di superare anche questa situazione.
Tragica e imprevista.
Questioni di sopravvivenza.
Ma anche di salvaguardare con tutte le forze quel microcosmo sociale fuori da tutti gli schemi vigenti.
Lì non valeva la legge del più forte, del più seducente.
A contare era il consenso di tutti.
Quando non c'era, giù a discutere.
Piuttosto girando a vuoto.
Nell'attesa di una soluzione giusta.
In grado di superare le divergenze.
Roba da fantascienza sociale.
Certo non mancavano le incongruenze.
Non tutte le ciambelle riuscivano con il buco.
Si provava a apprendere dagli errori.
Per migliorare la volta successiva.
In tale diversità era venuto fuori il meglio.
Molti avevano conosciuto l'abisso.
Ma erano sopravvissuti.
La vita li aveva temperati a saper resistere alle condizioni peggiori.
Oltre agli autoctoni puri, il luogo era frequentato da occasionali visitatori.
Anche loro vi avevano trovato posto.
Molti venivano da scienze politiche.
C'era pure un professore di sociologia.
Altri erano mossi da intenti creativi.
C'era la scuola migranti.
La palestra con i corsi di yoga, box, tessuto.
Il gruppo del mercoledì.
Quelli del mercatino biologico.
I dj tecno.
E anche la ciclofficina.
In tale situazione d'emergenza era stata rischiesta pure la loro presenza.
Avevano accettato di buon grado.
Non si trattava di solidarietà.
Quanto di proteggere i propri spazi contro una normalizzazione tutto avvolgente, stritolante.
Si era diventati un'unica famiglia.
La più variegata, eterogenea possibile.
Si stava bene insieme.
Certo quel luogo non pretendeva di essere un paradiso.
Nessuno lo considerava tale.
Era casomai il migliore degli inferni possibili.
Tutti avrebbero venduto cara la pelle per quello spazio.
I raga della ciclo si erano dati appuntamento per mezzanotte di fronte all'alto cancello sbarrato.
La porta normale d'ingresso.
Volevano partecipare anche loro.
Non erano in tanti.
Non importava.
Valeva solo esserci.
Dentro il castello assediato bisognava tenere a bada i punti critici.
L'entrata principale, il cancello posteriore.
Quello aperto verso la distesa deserta abbandonata.
Luogo di confine non ancora addomesticato.
Un micromondo selvaggio.
Terra di nessuno, di sbando.
Dove la natura conta ancora.
Detta legge tra le rovine del vecchio mercato.
Nonostante la presenza di una gru alta venti metri, rivolta verso il cielo come un'antenna traballante in balia del vento.
Il nuovo avamposto della futura colonizzazione.
Avevano scelto di piazzarsi lì.
In quello spazio invaso da decine e decine di bici rottamate.
Alcune degne di tale nome.
La maggior parte oramai solo scheletri arrugginiti.
Se si fosse deciso di girare Terminator in Italia, quello era il posto giusto.
Il connubio fuoco più biciclette aveva convinto tutti.
Senza nemmeno il bisogno di uno sguardo si erano tuffati sulle sedie intorno al fuoco.
Dal cielo scendeva ogni tanto qualche gocciolina di pioggia mescolata con le numerose particelle di cenere sollevate dal calore.
Sembrava nevicare.
Non faceva freddo.
Il bidone infuocato riscaldava a sufficienza.
Qualcuno aveva portato le castagne.
Ottobre aveva fatto capolino da alcuni minuti.
Poggiate sopra una ruota di bicicletta storta usata a mo' di grata, le castagne prendevano il colorito giusto.
Nonostante il tentativo di sgambetto del fuoco per mandare tutto all'aria.
Una volta dorate furono portate sotto l'ombrellone blu.
L'ultimo avamposto prima della distesa deserta sommersa nel buio della notte.
Furono mangiate in un baleno.
Tra il silenzio rotto da battute sussurrate.
Per non compromettere l'atmosfera.
Poco lontano si stava girando un film.
A testimoniarlo c'era la gru di un dolly, alcuni riflettori accesi, il vociare degli attori.
Grazie all'evocatività surreale del luogo si aveva la sensazione di essere all'interno di un unico immenso set cinematografico. Ognuno con la propria parte da recitare in attesa del fatidico:
Azione!
Si gira...
Sullo sfondo il rumore sordo della città, una sinfonia dissonante di echi meccanici, un concerto di auto in movimento interrotto ogni tanto dall'assolo in battere di qualche argano al lavoro.
Anche di notte la metropoli del futuro non dorme.
È impaziente di trasformare ogni cosa senza remore.
Giusto per ricordare ai presenti il destino già scritto di quei luoghi.
Prossimi alla fine.
Eppure in tale sospensione la natura, gli esseri animali, gli uomini erano riusciti a dare forma a un ambiente indefinito, misterioso.
Luogo di possibilità arcane, magiche.
Sarebbe potuto accadere di tutto.
L'incontro di una giovane devota con uno squatter.
Offrire castagne a un puffo blu emerso da una botola nascosta lì vicino.
Giocare a briscola con uno di quei grossi cani sempre a zonzo, mentre mastica mentine.
Il tutto con la spontaneità di un bambino sorridente.
Nonostante il tentativo da parte del buio di nascondere ogni espressione, provando a sovrastare la debole luce radente del fuoco.
Durante la battaglia i volti erano scolpiti in bianco e nero.
Dalle tenebre emergevano i lineamenti duri di teschi in lotta per incarnare ancora vita.
Per aspirare a identità più definite.
Prima di soccombere come tutto lì attorno.
Nella notte pesta, qualcosa di bello, di indicibile riusciva a far vibrare i cuori.
Allora il silenzio prendeva il sopravvento.
Lo sguardo si abbassava lentamente fissando il nulla davanti.
I rumori di fondo si amalgamavano trovando pace.
Si era fatta una certa ora.
A parlare erano rimasti solo gli schiamazzi striduli di animali battaglieri.
Presi dalla stanchezza i ragazzi della ciclo decisero di andare.
Per Nilo e Mimmo si trattava di affrontare il momento più duro.
Il resto della notte.
Quello più nero.
Da soli.
Come tante altre volte.
Stringendo i denti senza fiatare.
Sapendo di poter contare solo sulle proprie forze.
Aspettando un'altra alba, un nuovo giorno forse possibile.
Mauss
Viveva all'Xm.
Era magro.
Non troppo alto.
Capelli lunghi neri.
Raccolti in una coda.
Un po' di barba.
Vestiti scuri.
Poteva ricordare un moschettiere decaduto.
Lo si vedeva dallo sguardo fiero.
Era un patito di teatro, di letteratura.
Retaggio di un percorso esistenziale passato.
Aveva la battuta facile.
Spesso era tagliente.
Il punto giusto.
Era sensibilissimo.
La vita lo aveva portato a conoscere bene le passioni umane, la sincerità degli sguardi.
Era un fine interprete delle espressioni altrui.
Da tempo era relegato lì.
Insieme agli altri.
Forse desiderava altri sentieri.
Per rompere l'isolamento.
Lo reclamava a gran voce pur stando in silenzio.
A volte lo manifestava con ironia velata di cinismo.
Aveva imparato a trattenere le proprie emozioni.
A saper tenere a bada il proprio pensiero.
Piuttosto si sospendeva, rimaneva immobile con lo sguardo fisso.
Dentro invece era un franare rovinoso di desideri, sentimenti infranti, traditi.
Un terremoto devastante.
Allora tirava il diaframma.
Chiudeva la bocca facendola piccola piccola.
Ritraendosi in se stesso risucchiava le guance come un topo in trappola ricacciato a forza nel suo abisso.
Abituato a ben altro, soffriva nel vedere il mondo fuori insensibile ai suoi appelli.
Ostile nonostante le apparenze gentili.
giovedì 30 settembre 2010
Ecce homo
Oltre ogni melanconia.
Al di là della speranza.
Provo a giocare con il potenziale.
In qualsiasi forma si presenti.
Nei modi, nei luoghi piu impensati.
Stando ai margini.
L'unica chance concessami per trascendere questa attualità.
Anche solo per un istante.
Sperimento una “debole forza messianica”.
Sottosogliare.
Non critica, apocalittica.
O comunque rivoluzionaria.
Roba da armata Brancaleone.
Alla Don Chichotte.
A conti fatti la rivoluzione non so nemmeno cosa sia.
Si tratta piuttosto di resistere.
Nonostante tutto.
Contro tutti.
Quando possibile.
Al di là della speranza.
Provo a giocare con il potenziale.
In qualsiasi forma si presenti.
Nei modi, nei luoghi piu impensati.
Stando ai margini.
L'unica chance concessami per trascendere questa attualità.
Anche solo per un istante.
Sperimento una “debole forza messianica”.
Sottosogliare.
Non critica, apocalittica.
O comunque rivoluzionaria.
Roba da armata Brancaleone.
Alla Don Chichotte.
A conti fatti la rivoluzione non so nemmeno cosa sia.
Si tratta piuttosto di resistere.
Nonostante tutto.
Contro tutti.
Quando possibile.
venerdì 24 settembre 2010
Destino e rivoluzioni lunari
Destino
Non so cosa c'era prima.
Quali tavolette abbiamo scelto in sorte.
O quale bottone abbiamo pigiato senza saperlo.
Ma lo scenario apertosi è stato sublime.
Spiazzante.
Ammutolente.
Un'annunciazione nel deserto.
Un'epifania sottile.
Un chiamare e un rispondere reciproco.
Sento ancora viva la tua voce tremante.
Tanta la sorpresa di trovarmi li.
Quanto durerà?
Chi lo sa.
Magari è stata solo casualità.
Però la più improbabile.
Quante volte infinite si è ripetuta la scena senza successo?
Io in bici e tu a piedi.
Quante volte ci siamo cimentati a vuoto su quella salita amena senza incontrarci.
Immersi nei propri pensieri.
Nei propri silenzi.
Aspettando chissà cosa.
Quale incastro cosmico ha permesso ieri quella svolta?
Quale rivoluzione.
Non so rispondere.
Rimango ancora stupito.
All'ombra di una luna crescente spaccata nettamente in due.
Sullo sfondo di un cielo limpido di fine estate.
Rivoluzioni lunari
Anche oggi tramonterai dall'orizzonte.
Dopo esserti mostrata totalmente.
Scomparirai.
Per apparire in nuove forme.
Intanto assisto alla tua dissoluzione.
Differenze insanabili emergeranno.
Fino all'ecatombe.
Quando la luce del tuo volto si spegnerà del tutto.
Allora nuova vita sgorgherà ancora.
Inaspettata.
Si sarà ancora pronti?
Disposti a risuonare armonicamente insieme?
Però non passivamente.
Continuando a resistere a oltranza.
Per partecipare a qualcosa di entusiasmante.
Da definire.
Oltre eros.
Oltre agape.
Al di là di un divenire indifferente, spietato.
Al di là di una staticità paralizzante, anestetizzante.
Non so cosa c'era prima.
Quali tavolette abbiamo scelto in sorte.
O quale bottone abbiamo pigiato senza saperlo.
Ma lo scenario apertosi è stato sublime.
Spiazzante.
Ammutolente.
Un'annunciazione nel deserto.
Un'epifania sottile.
Un chiamare e un rispondere reciproco.
Sento ancora viva la tua voce tremante.
Tanta la sorpresa di trovarmi li.
Quanto durerà?
Chi lo sa.
Magari è stata solo casualità.
Però la più improbabile.
Quante volte infinite si è ripetuta la scena senza successo?
Io in bici e tu a piedi.
Quante volte ci siamo cimentati a vuoto su quella salita amena senza incontrarci.
Immersi nei propri pensieri.
Nei propri silenzi.
Aspettando chissà cosa.
Quale incastro cosmico ha permesso ieri quella svolta?
Quale rivoluzione.
Non so rispondere.
Rimango ancora stupito.
All'ombra di una luna crescente spaccata nettamente in due.
Sullo sfondo di un cielo limpido di fine estate.
Rivoluzioni lunari
Anche oggi tramonterai dall'orizzonte.
Dopo esserti mostrata totalmente.
Scomparirai.
Per apparire in nuove forme.
Intanto assisto alla tua dissoluzione.
Differenze insanabili emergeranno.
Fino all'ecatombe.
Quando la luce del tuo volto si spegnerà del tutto.
Allora nuova vita sgorgherà ancora.
Inaspettata.
Si sarà ancora pronti?
Disposti a risuonare armonicamente insieme?
Però non passivamente.
Continuando a resistere a oltranza.
Per partecipare a qualcosa di entusiasmante.
Da definire.
Oltre eros.
Oltre agape.
Al di là di un divenire indifferente, spietato.
Al di là di una staticità paralizzante, anestetizzante.
sabato 11 settembre 2010
Un piccolo paradiso per un giorno
Era arrivato a Stiore da solo.
Con la bici da corsa dopo una pedalata di circa trenta chilometri per la bassa.
Tirando a tutta per essere puntuale.
Quei posti li conosceva bene.
Erano gli itenerari soliti.
Per questo sapeva individuare tutte le scorciatoie e le strade secondarie.
Anche per evitare il traffico.
Ma soprattutto per mirare paesaggi incantevoli lì a portata di mano. In particolare quando il sole tramonta e la luce riverbera in tante sfumature intense.
Lì c'era l'appuntamento con i suoi amici.
Un luogo solitamente ameno ai più.
Di sicuro tagliato fuori da tutte le mappe turistiche di qualsiasi genere.
Un gruppo doveva venire da Savigno reduci da un matrimonio in campagna.
Una sorta di cerimonia pagana propiziatrice della vita.
Con i loro djembé avevano animato la nottata.
Guidati da Bacco avevano tirato l'alba.
Fino a quando una nebbia alcolica aveva preso il sopravvento.
Allora chi nel camper, chi nel sacco a pelo o dove possibile avevano depositato i loro corpi provati.
Dopo tali eccessi, Stiore poteva essere il posto giusto per rifocillarsi e riprendere le forze.
L'altro gruppetto sarebbe arrivato da Bologna.
Michele e la Cami erano da poco tornati da un giro in bici e tenda fino in Calabria.
Più di mille chilometri di avventura.
Abbandonati all'occasione pura e all'ospitalità casuale.
La festa di Stiore era un pretesto per riprendere insieme a pedalare.
Non solo.
Viaggiare in bici è anche un modo per affermare una scelta di vita differente e più sostenibile.
In fondo la macchina crea naturalmente una distanza.
Ti chiude in uno spazio protettivo.
Tu puoi vedere fuori e essere in parte nascosto dallo sguardo altrui.
Un po' come nei safari o al limite al cinema.
Lì è la pellicola a cambiare gli scenari.
Con la macchina sei tu a spostarti dentro.
Alla fine il risultato è lo stesso.
Con la bici invece è differente.
Si è più immersi nel contesto.
Non ci sono barriere di lamiera e di vetro.
Ci si vede negli occhi.
Anche se per un piccolo istante.
Senti i profumi e i rumori.
Inoltre può capitare più di frequente di smarrire la strada e essere costretti a chiedere informazioni.
Così diventa più naturale arrivare alla connoscenza di quelli del posto.
Se poi si è curiosi e desiderosi di sfidare la sorte, e si ha anche la sensibilità di cogliere al volo le situazioni giuste, si possono fare tanti incontri interessanti.
In fondo quando si va in questi posti in culo al mondo il gioco è abbastanza facile.
La domanda e l'offerta si incontrano facilmente.
Tu cerchi calore.
Loro buone nuove.
E tu porti quel tocco colorato all'interno della loro routine quotidiana.
Il tutto senza esagerazioni.
Se no si crea facilmente incomprensione e disturbo.
In questo senso la bici mantiene basso il profilo, esprimendo un certo stato di precarietà e di bisogno.
Per chi ti sta davanti viene naturale accoglierti e accudirti.
Se poi ritorni, sei subito riconosciuto.
Sei quello giunto in bici.
Vestito un po' strano.
Con i capelli lunghi spettinati dal vento.
Una strana borsa davanti al manubrio come la bisaccia dei viaggiatori del passato.
Per quanto puoi portare via, sarà sempre poco.
Perciò non sei temuto.
E poi se si è nella stagione giusta sfrecciare per le strade di campagna è come passeggiare in un piccolo Eden.
Lungo il ciglio della strada trovi di tutto.
Dalle ciliegie alle mele.
Dalle more alle prugne selvatiche, quelle un po' aspre.
Ma anche uva, nocciole, noci e castagne a seconda del periodo.
Così dopo aver pedalato per un po', quando comincia a affiorare la fatica, ti fermi davanti a tali prelibatezze.
Semplicemente allunghi la mano e ti rifocilli.
Quando sei stanco e affamato poi, tutto ti sembra buonissimo e allettante.
In ogni caso i prodotti presi dalla pianta sono più saporiti e genuini di quelli comperati in qualche supermercato.
In questo periodo la natura non è troppo avara e ci si può soddisfare con ciò di cui si ha bisogno.
A volte quando ci si spinge più in là verso la montagna si può arrivare in certi caseifici artigianali.
Allora a prezzi modici si può portare a casa anche del buon formaggio.
Almeno lì hai la possibilità di vedere di fianco le vacche al pascolo e un po' ci si sente garantiti.
Per concludere.
Se si riesce a concepire il giro in bici non solo come una performance atletica o un momento di sfogo, si possono fare tanti piccoli incontri fortuiti.
Un po' come se si fosse in viaggio sebbene a uno sputo da casa.
È vero non ti cambiano la vita.
Però se ci si lascia andare qualcosa di sorprendente accade sempre.
Quel lato epico celato anche in queste piccole esperienze alla fine viene fuori.
E quando meno te lo aspetti.
Basta essere ben disposti.
Cioè disimpegnati da tutto.
Dal lavoro, dagli affetti, dai sensi di fallimento o dal voler arrivare chissà dove a qualunque costo.
In fondo anche questo è un modo piacevole d'oziare.
Ovviamente nella sua accezione alta.
Come quella formulata dagli antichi.
Ma tornando a noi...
Quel giorno c'era anche la festa del vino a Calderino.
Un paese lì vicino.
Era quello l'evento clow del fine settimana.
Lì sarebbe confluita tutta la gente della piana.
Attirata dal nettare degli dei come le api dal miele.
Eppure si era optato per la piccola festa di Stiore, dedicata a sant'Egidio.
Un giusto equilibrio tra il diavolo e l'acqua santa.
Anche per continuare la tradizione dei don Camillo e don Peppone di turno. Sebbene qui più pacificati e spesso a braccetto insieme.
Stando al volantino ciclostilato, alla mattina si comincia con le laudi mattutine.
Poi c'è il torneo di burraco e la messa.
Una dietro l'altra tutto d'un fiato fino al pranzo gestito dall'associazione culturale del luogo.
Dopo il caffé ancora burraco, la tombola e i balli medioevali.
Nient'altro?
A i vespri.
Per chiudere la giornata ringraziando le divinità autoctone qui ancora vive.
Anche perché la vallata sembra un piccolo protettorato del paradiso in terra. Preservata da tutte quelle calamità metropolitane così caotiche e perturbanti.
Per questo non è difficile vedere affiorare il sorriso nel volto di quelli del luogo.
Nella loro semplicità sanno trasmetterti calore e affetto.
Basta uno sguardo, un piccolo gesto e ti senti subito in sintonia con loro.
Qua i ritmi sono differenti dal tram tram quotidiano e la gente non è stressata.
In più il vino è quello buono.
Direttamente prelevato dalle botti del contadino.
Al bar, non ci si arrovella certo a come fare la cresta sul pellegrino di turno.
Un bicchiere di cabernet o di pignoletto costa solo settantacinque centesimi.
Record per ora battuto solo dal mitico ritrovo degli anziani di Castelbellino.
Nelle Marche.
Lì un bicchiere di verdicchio alla “spina”, prelevato ingegnosamente dalla damigiana e refrigerato al momento, lo si prende a quaranta.
Senza parole.
Come si diceva, lo scopo non è arricchirsi.
Piuttosto si prova a vincere la ripetitività della natura.
Allora ci si stringe fianco a fianco tutti insieme.
Magari bevendo un sorso di vino sotto l'ombra del portico antistante il bar del circolo culturale.
Quando si entra dentro si vede subito sulla sinistra un banchetto di libri.
Anche per non tradire una certa vocazione culturale.
I libri sono di seconda mano.
I titoli se ci si avvicina un po' di più possono sorprendere.
Ma sono la fotografia più autentica di un'Italia anfibia.
Quella silenziosa dedita umilmente a portare avanti tutta la baracca.
Di certo non è esposta al vento travolgente dell'ultima novità di mercato.
Oltre a trovare romanzi gialli e d'amore appassionato del tipo nove settimane e mezzo fa bella mostra anche Manzoni con il suo libro più famoso.
I promessi sposi.
Incredibile.
Un libro normalmente dato al macero dopo il filtro scolastico tritatutto.
Oggi la “libreria” è stata spostata fuori sulla piazzetta antistante insieme alle altre bancarelle.
Lì si possono trovare vestiti e bigiotteria di ottima fattura e a prezzi stracciati.
Ripeto lo scopo non è quello di guadagnare.
Ma è solo il pretesto per incontrarsi, parlare insieme, conoscersi, fare battute, spettegolare un po' ma senza malizia.
Anche per rendere un po' più memorabile la giornata.
Il tutto funziona.
E si viene contagiati piacevolmente da questo spirito magico senza troppi effetti speciali.
Qui ci si commuove con poco.
Ma è l'essenziale.
Per questo non c'è bisogno di musica urlata come sfondo.
Al massimo si sente il vociare della chiacchiara paesana, qualche risata, il rumore degli oggetti spostati e dei bicchieri.
A commuovere è lo stringersi insieme come si stesse davanti al focolare del salotto buono del paese.
In effetti ogni cosa è ordinata e pulita.
Il tutto mette di buon umore e predispone all'apertura.
Di fianco alla tavolata del pranzo c'è anche un biliardino.
Ovviamente non occorrono monete per gareggiare.
Chi vuole può cimentarsi.
Ricordandosi che si è in collina.
Così il campo pende un po'.
Però basta farci l'abitudine.
Tutto è fatto per gioco.
Non a caso i giovani del paese si divertono a portare le succulenti pietanze locali, compreso il friggione
Il tutto con delicatezza e leggerezza.
Insomma bravi ragazzi impegnati a svolgere al meglio il loro compito.
Grazie a loro, polenta e stracchino, lasagne al ragù, carne ai ferri giungono a destinazione nei tavoli numerati.
Ce ne sono una quindicina.
Ma tanto basta a soddisfare la richiesta dei commensali.
Alla fine tutti riescono a trovare posto.
E poi per chi volesse strafare...
Crescentine e tigelle dopo le quattro.
Imperdibili!
Nonostante il chilometro di salita ripida lì ad attenderci subito ai piedi di Monte Oliveto.
Vabbè meglio non pensarci.
E farsi un'altro bicchiere di cabernet.
Non prima di aver partecipato all'immancabile tombola e ai balli medioevali francesi.
Un modo per poter mostrare sotto tanta semplicità anche un lato nascosto raffinato.
Spiazzanti!
Tra quei campi di uva e di ciliegie sembra essersi realizzato miracolosamente quel connubio tra cielo e terra all'apparenza impossibile.
Almeno per questa domenica.
Nonostante la pioggia pomeridiana abbia provato a rovinare tutto.
A monito per gli altri giorni a venire...
Con la bici da corsa dopo una pedalata di circa trenta chilometri per la bassa.
Tirando a tutta per essere puntuale.
Quei posti li conosceva bene.
Erano gli itenerari soliti.
Per questo sapeva individuare tutte le scorciatoie e le strade secondarie.
Anche per evitare il traffico.
Ma soprattutto per mirare paesaggi incantevoli lì a portata di mano. In particolare quando il sole tramonta e la luce riverbera in tante sfumature intense.
Lì c'era l'appuntamento con i suoi amici.
Un luogo solitamente ameno ai più.
Di sicuro tagliato fuori da tutte le mappe turistiche di qualsiasi genere.
Un gruppo doveva venire da Savigno reduci da un matrimonio in campagna.
Una sorta di cerimonia pagana propiziatrice della vita.
Con i loro djembé avevano animato la nottata.
Guidati da Bacco avevano tirato l'alba.
Fino a quando una nebbia alcolica aveva preso il sopravvento.
Allora chi nel camper, chi nel sacco a pelo o dove possibile avevano depositato i loro corpi provati.
Dopo tali eccessi, Stiore poteva essere il posto giusto per rifocillarsi e riprendere le forze.
L'altro gruppetto sarebbe arrivato da Bologna.
Michele e la Cami erano da poco tornati da un giro in bici e tenda fino in Calabria.
Più di mille chilometri di avventura.
Abbandonati all'occasione pura e all'ospitalità casuale.
La festa di Stiore era un pretesto per riprendere insieme a pedalare.
Non solo.
Viaggiare in bici è anche un modo per affermare una scelta di vita differente e più sostenibile.
In fondo la macchina crea naturalmente una distanza.
Ti chiude in uno spazio protettivo.
Tu puoi vedere fuori e essere in parte nascosto dallo sguardo altrui.
Un po' come nei safari o al limite al cinema.
Lì è la pellicola a cambiare gli scenari.
Con la macchina sei tu a spostarti dentro.
Alla fine il risultato è lo stesso.
Con la bici invece è differente.
Si è più immersi nel contesto.
Non ci sono barriere di lamiera e di vetro.
Ci si vede negli occhi.
Anche se per un piccolo istante.
Senti i profumi e i rumori.
Inoltre può capitare più di frequente di smarrire la strada e essere costretti a chiedere informazioni.
Così diventa più naturale arrivare alla connoscenza di quelli del posto.
Se poi si è curiosi e desiderosi di sfidare la sorte, e si ha anche la sensibilità di cogliere al volo le situazioni giuste, si possono fare tanti incontri interessanti.
In fondo quando si va in questi posti in culo al mondo il gioco è abbastanza facile.
La domanda e l'offerta si incontrano facilmente.
Tu cerchi calore.
Loro buone nuove.
E tu porti quel tocco colorato all'interno della loro routine quotidiana.
Il tutto senza esagerazioni.
Se no si crea facilmente incomprensione e disturbo.
In questo senso la bici mantiene basso il profilo, esprimendo un certo stato di precarietà e di bisogno.
Per chi ti sta davanti viene naturale accoglierti e accudirti.
Se poi ritorni, sei subito riconosciuto.
Sei quello giunto in bici.
Vestito un po' strano.
Con i capelli lunghi spettinati dal vento.
Una strana borsa davanti al manubrio come la bisaccia dei viaggiatori del passato.
Per quanto puoi portare via, sarà sempre poco.
Perciò non sei temuto.
E poi se si è nella stagione giusta sfrecciare per le strade di campagna è come passeggiare in un piccolo Eden.
Lungo il ciglio della strada trovi di tutto.
Dalle ciliegie alle mele.
Dalle more alle prugne selvatiche, quelle un po' aspre.
Ma anche uva, nocciole, noci e castagne a seconda del periodo.
Così dopo aver pedalato per un po', quando comincia a affiorare la fatica, ti fermi davanti a tali prelibatezze.
Semplicemente allunghi la mano e ti rifocilli.
Quando sei stanco e affamato poi, tutto ti sembra buonissimo e allettante.
In ogni caso i prodotti presi dalla pianta sono più saporiti e genuini di quelli comperati in qualche supermercato.
In questo periodo la natura non è troppo avara e ci si può soddisfare con ciò di cui si ha bisogno.
A volte quando ci si spinge più in là verso la montagna si può arrivare in certi caseifici artigianali.
Allora a prezzi modici si può portare a casa anche del buon formaggio.
Almeno lì hai la possibilità di vedere di fianco le vacche al pascolo e un po' ci si sente garantiti.
Per concludere.
Se si riesce a concepire il giro in bici non solo come una performance atletica o un momento di sfogo, si possono fare tanti piccoli incontri fortuiti.
Un po' come se si fosse in viaggio sebbene a uno sputo da casa.
È vero non ti cambiano la vita.
Però se ci si lascia andare qualcosa di sorprendente accade sempre.
Quel lato epico celato anche in queste piccole esperienze alla fine viene fuori.
E quando meno te lo aspetti.
Basta essere ben disposti.
Cioè disimpegnati da tutto.
Dal lavoro, dagli affetti, dai sensi di fallimento o dal voler arrivare chissà dove a qualunque costo.
In fondo anche questo è un modo piacevole d'oziare.
Ovviamente nella sua accezione alta.
Come quella formulata dagli antichi.
Ma tornando a noi...
Quel giorno c'era anche la festa del vino a Calderino.
Un paese lì vicino.
Era quello l'evento clow del fine settimana.
Lì sarebbe confluita tutta la gente della piana.
Attirata dal nettare degli dei come le api dal miele.
Eppure si era optato per la piccola festa di Stiore, dedicata a sant'Egidio.
Un giusto equilibrio tra il diavolo e l'acqua santa.
Anche per continuare la tradizione dei don Camillo e don Peppone di turno. Sebbene qui più pacificati e spesso a braccetto insieme.
Stando al volantino ciclostilato, alla mattina si comincia con le laudi mattutine.
Poi c'è il torneo di burraco e la messa.
Una dietro l'altra tutto d'un fiato fino al pranzo gestito dall'associazione culturale del luogo.
Dopo il caffé ancora burraco, la tombola e i balli medioevali.
Nient'altro?
A i vespri.
Per chiudere la giornata ringraziando le divinità autoctone qui ancora vive.
Anche perché la vallata sembra un piccolo protettorato del paradiso in terra. Preservata da tutte quelle calamità metropolitane così caotiche e perturbanti.
Per questo non è difficile vedere affiorare il sorriso nel volto di quelli del luogo.
Nella loro semplicità sanno trasmetterti calore e affetto.
Basta uno sguardo, un piccolo gesto e ti senti subito in sintonia con loro.
Qua i ritmi sono differenti dal tram tram quotidiano e la gente non è stressata.
In più il vino è quello buono.
Direttamente prelevato dalle botti del contadino.
Al bar, non ci si arrovella certo a come fare la cresta sul pellegrino di turno.
Un bicchiere di cabernet o di pignoletto costa solo settantacinque centesimi.
Record per ora battuto solo dal mitico ritrovo degli anziani di Castelbellino.
Nelle Marche.
Lì un bicchiere di verdicchio alla “spina”, prelevato ingegnosamente dalla damigiana e refrigerato al momento, lo si prende a quaranta.
Senza parole.
Come si diceva, lo scopo non è arricchirsi.
Piuttosto si prova a vincere la ripetitività della natura.
Allora ci si stringe fianco a fianco tutti insieme.
Magari bevendo un sorso di vino sotto l'ombra del portico antistante il bar del circolo culturale.
Quando si entra dentro si vede subito sulla sinistra un banchetto di libri.
Anche per non tradire una certa vocazione culturale.
I libri sono di seconda mano.
I titoli se ci si avvicina un po' di più possono sorprendere.
Ma sono la fotografia più autentica di un'Italia anfibia.
Quella silenziosa dedita umilmente a portare avanti tutta la baracca.
Di certo non è esposta al vento travolgente dell'ultima novità di mercato.
Oltre a trovare romanzi gialli e d'amore appassionato del tipo nove settimane e mezzo fa bella mostra anche Manzoni con il suo libro più famoso.
I promessi sposi.
Incredibile.
Un libro normalmente dato al macero dopo il filtro scolastico tritatutto.
Oggi la “libreria” è stata spostata fuori sulla piazzetta antistante insieme alle altre bancarelle.
Lì si possono trovare vestiti e bigiotteria di ottima fattura e a prezzi stracciati.
Ripeto lo scopo non è quello di guadagnare.
Ma è solo il pretesto per incontrarsi, parlare insieme, conoscersi, fare battute, spettegolare un po' ma senza malizia.
Anche per rendere un po' più memorabile la giornata.
Il tutto funziona.
E si viene contagiati piacevolmente da questo spirito magico senza troppi effetti speciali.
Qui ci si commuove con poco.
Ma è l'essenziale.
Per questo non c'è bisogno di musica urlata come sfondo.
Al massimo si sente il vociare della chiacchiara paesana, qualche risata, il rumore degli oggetti spostati e dei bicchieri.
A commuovere è lo stringersi insieme come si stesse davanti al focolare del salotto buono del paese.
In effetti ogni cosa è ordinata e pulita.
Il tutto mette di buon umore e predispone all'apertura.
Di fianco alla tavolata del pranzo c'è anche un biliardino.
Ovviamente non occorrono monete per gareggiare.
Chi vuole può cimentarsi.
Ricordandosi che si è in collina.
Così il campo pende un po'.
Però basta farci l'abitudine.
Tutto è fatto per gioco.
Non a caso i giovani del paese si divertono a portare le succulenti pietanze locali, compreso il friggione
Il tutto con delicatezza e leggerezza.
Insomma bravi ragazzi impegnati a svolgere al meglio il loro compito.
Grazie a loro, polenta e stracchino, lasagne al ragù, carne ai ferri giungono a destinazione nei tavoli numerati.
Ce ne sono una quindicina.
Ma tanto basta a soddisfare la richiesta dei commensali.
Alla fine tutti riescono a trovare posto.
E poi per chi volesse strafare...
Crescentine e tigelle dopo le quattro.
Imperdibili!
Nonostante il chilometro di salita ripida lì ad attenderci subito ai piedi di Monte Oliveto.
Vabbè meglio non pensarci.
E farsi un'altro bicchiere di cabernet.
Non prima di aver partecipato all'immancabile tombola e ai balli medioevali francesi.
Un modo per poter mostrare sotto tanta semplicità anche un lato nascosto raffinato.
Spiazzanti!
Tra quei campi di uva e di ciliegie sembra essersi realizzato miracolosamente quel connubio tra cielo e terra all'apparenza impossibile.
Almeno per questa domenica.
Nonostante la pioggia pomeridiana abbia provato a rovinare tutto.
A monito per gli altri giorni a venire...
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