domenica 29 giugno 2014

venerdì 27 giugno 2014

Certi giorni

Lo vedi la mattina presta.
Basta uno sguardo alla mail.
Per capire l'andazzo.
Esci.
Fuori piove di brutto.
L'ombrello aiuta.
Ma a forza di surfare sulle strade allagate le scarpe sono zuppe.
In stazione la macchinetta automatica non vuole saperne dei tuoi spicci.
Due minuti alla partenza.
Si sale senza biglietto.
Questa volta va bene.
Al casello un passaggio dopo appena cinque minuti.
Nonostante l'aspetto di un pulcino bagnato.
A ospitarti due signori distinti.
Parlano di leggi, di dover essere cosi, di cosa si può e non si può fare seguendo le regole.
Ti viene spontaneo.
Ma siete due sindacalisti?
Non proprio.
Stiamo dalla parte degli imprenditori.
A un certo punto sui monitor lungo la strada preannunciano temporali da lì a poco.
Ci prendono.
Pochi minuti e viene giù il mondo.
Ma l'asfalto drenante aiuta.
Non sembrano esserci problemi.
Di colpo l'acceleratore si fissa sugli ottanta.
Anche i camion ci superano.
Di fianco a noi si vedono delle macchine ferme.
Senza pensarci troppo seguono l'esempio.
Moh che si fa.
Libri alla mano si ammazza il tempo leggendo.
Provi pure a essere positivo.
Anche se da un pezzo non dici più nulla.
Cara non uscire di casa sta arrivando una precipitazione.
Richiama pure i bambini.
Dopo un po' si riparte.
Dura poco.
Ci si ferma ancora.
Non li ascolto più.
Aspetto con pazienza di uscire da quel labirinto di insicurezze.
Come nulla fosse continuo la lettura.
Nonostante quel muro di parole incomprensibili.
Dette in modo monocorde.
Quasi si fosse sotto assedio.
Non si sa bene però di cosa.
Ecco se oggi pasolini avesse voluto girare le 120 giornate di sodoma le avrebbe ambientate dentro quella macchina. Con quei due personaggi anonimi, così normali nella loro mediocrità. Vittime dei loro castelli di paure. Alla fine un parlare di niente. Parola dopo parola. Pur di tumulare quella banalità quotidiana.
A rimini sud scendo.
Li ringrazio del passaggio mentre la bufera è al suo apice.
Piove a vento che dio la manda.
Riparato dietro la cabina del pedaggio riesco a non bagnarmi.
Ma basta tirare fuori il naso per essere investiti dalla pioggia battente.
Impossibile chiedere passaggi.
Aspetto un po'.
Comincio a prenderci gusto.
Troppo assurda la situazione.
A un certo punto esce pure la bigliettaia.
Impietosita mi chiede se voglio entrare dentro.
Non c'è problema.
In fondo la situazione mi diverte assai.
E poi dio cristo sta solo piovendo un po'.
Alla fine trovo pure il passaggio giusto.
Salgo al volo.
Per trovarmi seduto sopra uno skate posto di traverso nel sedile posteriore.
Guardo i conducenti, due simpatici pensionati.
É vostro?
Oramai c'è da aspettarsi di tutto.
Ridono.
Beh non proprio.
Veniamo da una visita ortopedica.
E che il clima è parossisticamente surreale lo tocchi con mano nella presentazione.
Marco.
Ilaria.
Riri.
Scusa come?
Riri, da enrico.
Tutti mi chiamano così.
Ma è un nome più da bambino...
La moglie lo squadra.
Beh non lo vedi?
Vabbè.
Almeno riri in barba alla pioggia viaggia spensierato come un bambino sulla macchinina a pedali.
In barba a tutti e a tutto.
A un certo punto scopri pure dietro di te, nel bagagliaio, la presenza di un barboncino bianco sporco. È cieco e sordo. L'hanno preso al canile nove anni prima. Era stato gettato nel cassonetto. Ha il tiroidismo e altre tre o quattro malattie gravi. L'anno scorso stava per morire. Ma è sopravvissuto ancora. Senza le quattro pillole giornaliere morirebbe dopo pochi giorni.
Come noi anche lui ha le sue pasticchine quotidiane.
Lui prova a sputarle vie.
Ma basta metterle nel gelato.
E non c'è storia.
Si pappa tutto in pochi secondi.
Faccio fatica a trattenere il riso.
Messe tutte insieme mi restituiscono un giorno di ordinaria follia. Più ci penso, più rido dentro. Inarrestabile. Oramai sono di buon umore. Di più.
La situazione va avanti fino a sera.
Senza più resistere provo a vivere tutto con la massima ilarità.
Facendo finta sia tutto normale.

mercoledì 18 giugno 2014

A nudo

Sarà l'estate.
La luna piena appena passata.
Il ciclo ormonale ramingo.
Ma è quando si avvicina l'estate a sorgere prepotente un vuoto.
Poi un sentimento di solitudine infinito.
Automatica la soluzione.
Cadere a corpo morto tra braccia accoglienti.
Un desiderio martellante.
Quanto l'incedere ossessivo di una goccia d'acqua.
Allora capisci quanto poco ci si appartiene.
Lo vedi a nudo il dispositivo in azione.
Poco vale resistere.
Tutto il resto scade di valore.
Macchine d'amore.
Macchine per la vita.
Niente più.
Solo resistere.
Almeno provarci.
In nome di un desiderio di autonomia.
Per non essere troppo condizionati da quei livelli basilari.
Così profondi da sfiorarli appena con la propria volontà.
Ma va bene così.
Cosi sia.
Fiat.
E amen

In biblio

Le orecchie tappate.
Per arrestare le pale rotanti del ventilatore.
Basta poco per immergersi.
Resta un rumore di fondo monotonale tutto indifferenziante.
Finalmente soli.
In compagnia delle proprie angosce.
Da tenere a bada per non lasciarsi influenzare.
Schermati dal fuori resta da erigere un muro dentro impenetrabile.
Per non ascoltarsi più.
A denti stretti.
Un respiro profondo.
Poi lo sguardo fisso sui libri.
Fino a perdersi del tutto.


martedì 10 giugno 2014

Vita nuda

Essere amati.
Non per una notte.
Così.
Senza motivo.
Avvertire qualcuno accanto.
Senza veli.
Abbracciati.
Senza chiedere nulla.
Un contatto caloroso.
La vita nuda esposta.
Donata.
Desiderosa di arrestarsi per un attimo infinito.
Perdendosi.
Anche questo un retaggio di chi sa quale ancestrale dispositivo amoroso.
Dopo essersi lasciati andare ancora.
Agito per un ulteriore istante.
Aver ceduto al suo eccesso.
Al suo miraggio.
Ora nulla più a fare da specchio.
La vita nuda sottratta.
Per non cadere ostaggio.
Libera di svolazzare a piacimento.
Come un bambino felice di battere i piedi tra le pozze d'acqua. Senza dover pensare a nulla.
Le parole servono a poco.
Conta più il saper lasciare andare.
Lavorare per trasformare quel negativo silente.
Eppure lì presente.
Muro ruvido dove si infrange lo sguardo.
Meglio seguire altre strade.
Riprendere i soliti noiosi percorsi.
Indossare le vecchie maschere.
Buone per tirare a campare.
Per inseguire mete futili.
Caduti ancora in quel tempo cronico capace di costringere quell'eternità entro schemi dinamici.
Movimento a perdere soltanto.
Per spostarsi dappertutto e da nessuna parte.
La follia della vita.
Così semplice.
Mai così imprendibile.
A una spanna eppure così lontana.
Nell'attesa di poterla fissare ancora in un immagine visibile.

A partire da quel contatto vitale con l'altra.
Capace di trasformare la luce trasparente di tutti i giorni nei colori dell'arcobaleno.
Vertice di bellezza inaudita.
Lì davanti riflessa.
Basta solo non pensare di poterla catturare.
Né identificarvisi.
Vivendola solo.
All'istante.
Pienamente.