lunedì 2 marzo 2015

Birdman

Birdman come il nome dice è l'uomo uccello.
Suo anelito quello di volare, vincere la gravità.
Per tomshon l'aver interpretato il ruolo di super eroe a hollywood non basta più. Là si gioca ancora con la finzione, si fa cinema d'intrattenimento.
A teatro invece tutta un'altra musica.
In attesa della prima.
Il punto di collasso dove la vita reale coincide con il copione trasfigurandosi.
Teatro di vita dove si mette in scena la verità, se stessi a nudo.
E non si gioca più.
All in.
Tutta la personale reputazione, il prestigio, per non parlare del denaro, ma ancor più la propria vita sul piatto.
Si può vincere o perdere tutto.
La sfida è comunque di superare il limite.
Quel confine tra la dura verità quotidiana e i propri sogni.
Il premio il salto.
Per sanare quella schizofrenia delirante tra desiderio e realtà.
Con essa bisogna fare i conti.
Per ottenere tale risultato bisogna riuscire a far andare ogni cosa a tempo debito, controllare le proprie emozioni, gli imprevisti, le idiosincrasie degli attori presenti. La macchina teatrale come una macchina alchemica per funzionare a puntino deve essere perfetta. Ogni tassello da tutto il suo contributo fondamentale. Spendendosi fino all'ultima goccia. Una gara di resistenza a oltranza. Uno sforzo immane. Basta un comportamento automatico agito all'improvviso per far saltare tutto. Ecco allora uno scatto d'ira, di gelosia sottolineati dal rullo dei tamburi. Per evidenziare la deriva macchinica involontaria di ogni personaggio. La catena di risposte automatiche incontrollabili. Un niente per far saltare tutto. Via allora dentro il camerino o qualsiasi altro posto intimo solitario come la ringhiera di un terrazzo a un passo dal vuoto. Il luogo purificatore dove ci si ricostruisce, si trova un equilibrio precario, si mette limiti per ripartire, per superare le crisi d'identità.
In ogni caso dopo lo spettacolo niente sarà come prima.
Perché ogni volta si muore per rinascere ancora.
La speranza quella di spiccare il volo per sempre, non cadere giù di nuovo.
Si vorrebbe essere solo l'eroe invincibile con tanto di poteri.
Triste il risveglio.
Dopo aver toccato il cielo con un dito ci si sveglia nel letto di un ospedale.
Con una nuova maschera, un nuovo volto.
Un attimo per riconoscersi davanti allo specchio per una ulteriore identificazione narcisistica. Il passo necessario per ricominciare un nuovo copione, un'ulteriore storia.
L'alchimia di saltare nella nuova dimensione non ha funzionato.
Il ciclo delle incarnazioni fa il suo giro.
Basta solo averne la coscienza per spezzarlo.
Non giocare più.
Prendere il volo dalla finestra.
L'ultimo atto liberatorio.
Comunque niente di nuovo.
Già edipo, la tragedia greca avevano detto tutto al riguardo.

lunedì 23 febbraio 2015

L'ultimo volo

Una grossa cavalletta comune.
In silenzio.
Per una settimana.
Attaccata a un infisso.
Alla vita.
Inutile il tentativo di spostarsi lentamente in alto.
Poi un giorno qualunque è caduta giù.
Per terra.
Vinta dalla gravità
Gli ultimi istanti sul pavimento.
Immobile.
Poi piegata di fianco.
Di colpo.
Senza dire nulla.
Un altro passo verso il baratro.
Ma non ancora.
Una lunga matita scesa dal cielo.
La forza ancora di aggrapparsi con tutta se stessa.
Per stramazzare ancora.
Rigida per sempre.
Senza vibrare più.
Solo riflessi automatici delle miofibrille.
Per confermare la sua natura macchinica.
Poi neanche più quello.

martedì 20 gennaio 2015

Una questione di ritmo

Da qualche parte si era deciso il loro incontro.
Anche se non c'era la certezza.
Tante cose dovevano concatenarsi insieme perché succedesse.
Anche quel giorno il sole si era alzato presto.
L'aria era calda.
Quanto bastava per sgranchire le miofibrille.
Fatto capolino dal solito rifugio aveva ripreso a volare ronzando. Un suono così familiare da non sentirlo più. A colpirla invece una strana melodia lontana, una vibrazione bassa ripetuta come un mantra.
Lo stesso giorno rintanato nel solito buco aspettava. Con la luce o con il buio non faceva molta differenza. Da mesi era in attesa. Nel frattempo con tanta pazienza aveva tessuto quel tappeto delicato illuminato la mattina dalle gocce della rugiada attraversate dai primi raggi di sole. Non era molto grande. Quanto bastava per accogliere gli ospiti. Come ogni giorno immobile da un lato pizzicava le corde con sapienza per produrre una vibrazione armonica la più ammaliante. In molti si erano avvicinati per ascoltarla. Qualcuno ogni tanto si faceva avanti. Allora era festa grande.
Mentre volava spensierata quel suono si faceva sempre più presente. Al punto da catturare tutta la sua attenzione. Come attirata da un magnete non riusciva più a filare diritta. Quasi dimentica della meta aveva cominciato a disegnare traiettorie ondivaghe. Come fosse ubriaca. Più si avvicinava più quella musica la conquistava. Da lontano sembrava stesse danzando. Le veniva naturale di muovere il corpo sinuosamente chiudendo gli ocelli. Un giro, un altro ancora. Una picchiata verso terra. Poi a tutta birra verso il cielo. Passo dopo passo stava per arrivare alla fonte di quel suono meraviglioso. Tanto più si avvicinava tanto più le note venivano naturali al suo partner. Entrambi in trance, l'una per il suono, l'altro per la visione di quella danza erano alla ricerca del ritmo perfetto. Quello in grado di accordare pienamente i loro mondi fino al punto di farli coincidere.
Poi di colpo la danza si fermò.
Impossibile muovere le ali.
Come si fossero appiccicate a qualcosa di vischioso.
Ancora in preda a quella frenesia non capiva cosa stava succedendo. Tanta la voglia di ballare ancora.
A un certo punto la musica si arrestò.
Al suo posto solo battiti frenetici di passi in avvicinamento.
Il tappeto sottile dove si era fermata cominciò a ondeggiare paurosamente. Alla fine come previsto si incontrarono.

domenica 18 gennaio 2015

Congedo où les enfants du paradis

Le parole e le cose.
Parole, note, immagini, luoghi svuotati di senso.
Senza più cercare un mondo.
Pensare di averlo sopportato fino a allora la grande sfida, illusione.
Manierismo puro.
L'unica seria possibilità ancora.
Uscire dalla storia.
Senza negarla.
Solo svuotandola da dentro per pienezza.
Lasciandola essere.
La scrittura, la canzone perfette.
Perfettamente inutili.
Inconsistenti.
Con i segni evidenti delle microcrepe sparse dappertutto.
Oltre ogni scrittura del senso.
Autodisgregazione della pagina bianca.
Come don chichotte fa con lo schermo del cinema brandendo la spada nella rievocazione di welles.
Rimane un misto tra ilarità spiazzante e l'ennesima possibilità.
Sapendo questa volta di stare giocando solo col niente, il vuoto da sempre sullo sfondo.
Resta solo la contemplazione pura di una potenza (in questo caso romantica) agita senza altri fini.
Una rievocazione con letizia, con il sorriso sulle labbra.
Come se si stesse rivedendo tutta la vita passata oramai abbandonata però senza formulare giudizi. Osservandola da un altro livello. Nuove vie di fuga vissute, tracciate, create.
In ogni caso niente a che vedere con la nostalgia.
Solo un guardare bonario, pacificato quel passato lasciato essere senza più interrogarlo, indagarlo.
La stessa visione di chi dal paradiso gettasse per un attimo lo sguardo giù nella creazione.
Operazione questa nettamente distinta dalla rievocazione trash.
In quanto libera dalla pulsione di trasgressione, dalla legge del piacere, dal desiderio orgiastico affaccendato a triturare, profanare, desadizzare ogni cosa secondo i propri fini edonistici di transvalutazione. Niente letizia, al massimo un agire consapevole, condiviso, democratico nello scambio dei ruoli quando va bene.
Anche nel congedo si tratta di profanare, liberare tale livello dalla dimensione sacra trascendente per lasciarlo essere pacificamente, rispettosamente. Senza interrogarlo, agirlo ancora secondo una logica economica del valore transvalutato, ricodificato. Tutto è compiuto, realizzato, perfetto senza bisogno di replica. Certo sempre possibile la ricaduta, il rimescolare le carte, la riterritorializzazione. Ma questa è un'altra storia.


Tu sei la luce

mercoledì 7 gennaio 2015

Margini

Da un po' di giorni andava alla ferrovia.
Anche perché c'era un sole insolito per la stagione.
Nel corso degli anni i confini della no man's land si erano fatti ancora più stretti. La città continuava a inglobare nuove fasce di terra prima abitate solo da ratti, senzatetto, clandestini.
Pure le nutrie del canale avevano dovuto fare i bagagli per spostarsi un po' più a valle.
Restava solo quella fascia desolata percorsa da linee ferrate arrugginite raramente in uso.
Altri prima di lui avevano scavalcato la rete, percorso quei sentieri di mattoni in cemento. A testimoniarlo bottiglie vuote, scarpe rotte, vestiti abbandonati.
Da un lato la città, meglio i confini abitati. Dall'altro il CNR, il nuovo polo scientifico in procinto di essere ultimato. Due grossi edifici in muratura rossa ai lati del canale dalle linee possenti. Non senza il vezzo di qualche fuga spiraliforme giusto per ostentare qualcosa.
Lungo il camminamento in cemento tante mattonelle fuori posto. Dentro le canaline i fili elettrici a nudo.
Un saltello e via per continuare il viaggio lungo i binari.
A un certo punto una pietra sistemata al contrario.
Un segno?
La sollevò.
Sotto solo la pelle secca di una biscia.
La tana di muta di una nuova rinascita.
Da alcuni giorni era solito fermarsi a prendere il sole in una di quelle case di manovra a fianco della ferrovia nei posti di snodo.
Per arrivarci bisognava superare il ponte.
Il punto più stretto, il più alto.
Da li sopra si poteva vedere un insolito panorama.
Sotto il canale ridotto a una strisciolina scura ondulata.
Sullo sfondo la città con i suoi palazzi disordinati.
Dall'altro lato la periferia.
Scampoli di campi coltivati a tappezzare gli spazi vuoti tra centri commerciali, capannoni industriali fatiscenti. Un miscuglio confuso di realtà poco conciliabili.
Anche quel giorno prima di passare si assicurò di non vedere nessun treno merci all'orizzonte. Gli unici a solcare ancora quella tratta. Si buttò sul fianco destro del ponte, poi superatolo riprese il sentiero in cemento tracciato a fianco dei binari fino a arrivare a destinazione.
I mattoni rossi della parete erano già caldi.
Il posto ideale per attutire la temperatura nonostante tutto invernale.
Quel giorno si fermò più del solito.
Fino a allora non aveva mai visto nessuno.
Solo tracce di vita randagia qua e là.
Un suono improvviso di frasche mosse lungo il greppo.
Il fumo da una capanna improvvisata in legno e lamiera nascosta tra la vegetazione.
Le voci riverberate dal campo rom non troppo distante.
L'accelerazione di una macchina nella strada secondaria sottostante.
Su tutto il rumore di fondo della città.
A un certo punto la sua attenzione fu catturata dal movimento rapido di un'ombra nera all'orizzonte. Pochi passi veloci per attraversare i binari prima di scomparire nella casa di manovra lì poco lontano.
Dopo un po' dei rumori di sassi calpestati dalla parte opposta.
Un signore con una giacca a vento verde militare.
Ha appena superato il ponte.
Lentamente va dalla sua parte.
Lo vede.
Rallenta vistosamente.
Attraversa indeciso la ferrovia.
Per scomparire da dov'era venuto.
Forse si dirigeva proprio là.
Per sedersi su quella pietra fatta a posta per prendere il sole.
Difficile saperlo.
Con sua sorpresa quei posti all'apparenza deserti erano invece abitati da un'umanità schiva poco incline a lasciarsi inquadrare. Abituata a vivere nell'ombra, lontano più possibile da un certo uomo “civilizzato”.

domenica 28 dicembre 2014

Il canto in lingue come anagramma del nome di dio

Secondo gli ebrei le parole derivano dall'anagramma del nome di dio, cioè dalla sua dispersione, disseminazione. A ciò va aggiunto il valore di rappresentazione che esse hanno assunto. Il compito di referenziare un mondo coerente per qualcuno. Ingabbiando in questo modo il potenziale insito nel significante puro. Obbligandolo a essere qualcosa di determinato.
Liberando le parole da tale ruolo si prova a restituire “quel massimo di energia nei segni”. Tale è l'efficacia simbolica dei segni. Cosa significa segno simbolicamente efficace? Quando un segno diventa efficace al di là del suo uso referenziale. Per non accollarsi piú il mondo sulle sue spalle, il suo peso. Per avere la stessa leggerezza del fuoco, del fumo capaci di librarsi verso l'alto nello stesso momento in cui la materia organica si dissolve in cenere. Bruciare, consumare per elevarsi. Lo spirito l'elemento residuale di tale operazione. Quanto si manifesta di concomitante a tale processo di dissoluzione. Per questo il fuoco è divenuto un messaggero tra la terra e il cielo. Anche le parole come il fuoco possono aprire a nuove dimensioni, a nuovi piani di realtà. Quando oltre qualsiasi rapporto logico economico di significazione si aprono a uno scambio simbolico. Libere da tutto quanto le obbligano destinalmente a significare codici significanti presupposti. Syn-balleyn, mettere insieme qualcosa che si è rotto, spezzato. L'unità andata in frantumi. Far coincidere la parte con il tutto. Uno scambio impossibile. Oltre ogni logica economica. E non si tratta di rimettere insieme i cocci per accumulazione tentando di rinsaldarli, articolarli insieme. Questo è quanto prova a fare ogni discorso, ogni narrazione. No qui si tratta piuttosto di un atto di fede cominciando a neutralizzare il senso, i significati. Far coincidere il tutto con la parte, nel senso di farli cadere, accadere insieme. Senza più nessuna logica causale, né rapporto, né vincoli. Per aprirsi in potenza. Stare insieme, mettere insieme senza motivo, senza finalità precostituite. Far accadere neutralizzando e le parti e il tutto, confondendoli insieme. Forse così le parole verranno liberate dal loro significato profano, dal mondo precostituito per aprirle al-(l'im)-possibile, all'altro. Restituendole così al loro fine di medium con l'altro, con gli altri mondi. Per essere solo porta, apertura pura, vibrazione armonica, linea di fuga. Forse così riacquisteranno la loro forza operativa. Non per inseguire nostalgicamente quanto è andato perduto, ma per generare tutto quanto era da sempre in potenza, senza ingabbiarlo in un atto conclusivo. Senza pensare di arrestare le parole, ma farle fluire, sapendole lasciare andare e tornare liberamente, facendole vibrare. Per innalzarsi ancora. Come fa il fuoco. Le parole “sono semplicemente rese allo scambio”, si rendono disponibili. Grado zero di significazione, chenòsi del senso come apertura massima a tutte le significazioni possibili. Allora forse si raggiungerà anche il godimento. Infatti il godimento non si ottiene nell'effettuare strumentalmente una forza, ovvero nel compimento di un atto finalizzato, cioè nella realizzazione, compimento di un opera. Ma si ottiene quando si libera la potenza nell'atto stesso, cioè agendo l'impotenza. Nella contemplazione di tale potenza, di tale tensione insita in ogni opera sta la bellezza. La contemplazione della dynamis, della dinamicità del movimento puro.
Di questa parola non resta nulla, ed essa non si accumula da nessuna parte, perchè il potere [in senso negativo] è residuo di parola”. Nel senso che è residuo di valore, di ciò che vale, obbliga di conseguenza. Il nome di dio non va pronunciato, ma solo disperso, disseminandolo senza più resti di valore. Solo morendo, nel sacrificio di se stessi, di dio, del desiderio, di quanto ci si aspetta, di quanto si vorrebbe, solo abbandonando tutto quanto partorito dall'ego che nuovi mondi appariranno. Al di là del soggetto, al di là del bene e del male, al di là del potere inteso come “forza di legge”, ovvero forza obbligante a qualcosa di dato. Il sacrificio al di là di ogni tentativo rituale di contenerlo è invece violenza pura, liberatrice, violenza deponente che non si costituisce più in un nuovo potere. Ė potenza pura all'occorrenza, del qui e ora, per dare forma volta per volta, istante per istante. Come fa iside ricomponendo all'occorrenza il corpo smembrato di osiride.
Tornando alla disseminazione essa non va confusa con la emanazione. Sarebbe ancora una volta pensare a dio come a qualcosa di persistente, che preesiste, che continua a dare forma, a influire. No. Dio quando muore, muore. Poi risorge dal nulla, non dai suoi resti. Emerge dal nulla ogni volta. Dal nulla nel senso anche di vuoto. Dall'assenza. Ogni volta appare, si manifesta nella concertazione di finito e infinito, niente, tutto. Espressione di una coincidenza fortuita. Poteva essere come non essere. Se è, è per piacere, per diletto. Perché a prevalere è la gioia. Si spera di tutti.
A morire in croce è la regalità, la verità, la via, la vita, dio stesso. Non può essere credibile da ciò nessun esoterismo, nessun messaggio nascosto da ricercare tra le righe come un codice segreto informatore, preformatore. “Nessun significato profondo, nessun re-investimento, se prima non si lascia tutto, non lo si lascia morire fino in fondo lasciandolo essere come fantasma”. Lasciare andare corpo e spirito. Essere lo psicopompo di dio per non portarlo da nessuna parte. Dis-perderlo soltanto, neutralizzarlo, volatilizzarlo, senza sacralizzare piú niente. Conta solo il piano d'immanenza, il flusso, il divenire puro. Aspettare nel sepolcro la rinascita possibile. Non prima di essere transitati negli inferi, nei propri incubi, per liberare i fantasmi, lasciandoli andare via per sempre senza legarli a qualcosa, a qualcuno, dio, il valore. Per incontrarlo ancora prima va esorcizzato, anatemizzato, ridotto allo zero assoluto, al vuoto, al nulla, cioè al grado zero di valore, di significazione. Il nichilismo è l'operatore metafisico di tale trasformazione, della transustansazione, del nuovo transito. In fondo per scoprire i buchi neri ci si è dovuti prima svincolare dall'abbaglio della luce delle stelle. Nel fare vuoto il mistico non trova dio ma il vuoto. Chi pensa di trovarvi dio, qualcosa, qualcuno non è sceso abbastanza nella notte dello spirito. Al limite, se gli va bene, può trovare a una spanna da lui la realtà impercettibile, il reale al di là di ogni immaginazione

mercoledì 17 dicembre 2014

Radice di due

Sempre di corsa.
Andare avanti per fare vuoto.
Liberarsi di zavorre secolari.
Annullare dispositivi.
Senza un attimo di tregua.
Un fare senza più meta.
Per non lasciare residui.
Resti vivi capaci di risorgere dalle ceneri come fantasmi.
Sospendere tutto.
Accelerando.
Per arrivare a essere potenza pura seppur dinamicamente.
Un operare, un muoversi nella speranza di trovarsi prima o poi.
O perdersi del tutto.
Alla fine la stessa cosa.
Un giorno, si fermò per un attimo.
Si voltò indietro.
Non c'era nessuno.
Solo silenzio, vuoto cosmico.
Da solo.
Tra sé e sé.
Ancora un eco, una duplicazione, una dispersione, una disseminazione.
Senza perdere altro tempo si alzò.
Senza indugiare oltre si gettò nel vuoto.
Senza voltarsi più