mercoledì 17 dicembre 2014

Radice di due

Sempre di corsa.
Andare avanti per fare vuoto.
Liberarsi di zavorre secolari.
Annullare dispositivi.
Senza un attimo di tregua.
Un fare senza più meta.
Per non lasciare residui.
Resti vivi capaci di risorgere dalle ceneri come fantasmi.
Sospendere tutto.
Accelerando.
Per arrivare a essere potenza pura seppur dinamicamente.
Un operare, un muoversi nella speranza di trovarsi prima o poi.
O perdersi del tutto.
Alla fuine la stessa cosa.
Un giorno, si fermoò per un attimo.
Si volto indietro.
Non c'era nessuno.
Solo silenzio, vuoto cosmico.
Da solo.
Tra sé e sé.
Ancora un eco, una duplicazione, una dispersione, una disseminazione.
Senza perdere altro tempo si alzò.
Senza indugiare oltre si gettò nel vuoto.
Senza voltarsi più.

martedì 9 dicembre 2014

Anima

Che cos'è l'anima?
Per qualcuno è la vita stessa. Ciò che anima il corpo da dentro, quanto ci fa essere vivi. Il soffio vitale.
Se le cose stanno così il problema diventa come definire la vita.
Per i greci antichi la vita si dice in due modi.
Da un lato c'è la zoè. La vita tout court. Ovvero la vita biologica, corporea a tutti universale. Il substratum da cui si innestano poi tutti gli altri livelli. È a partire da questo livello che può esistere l'anima di marco e via dicendo. Ovvero quella parte di vita riconducibile a dei caratteri specifici. Quel livello di vita in grado di rispondere, ovvero di essere responsabile, per questo, secondo alcuni schemi di giudizio, di giustizia, imputabile. E grazie a essa se ci si identifica in qualcosa, qualcuno, a un fare.
Eppure l'anima di marco non è affatto riconducibile né a un'idea astratta di anima, né al solo corpo. Perché questo cambia nel tempo. Allo stesso tempo però qualcosa di invariante rimane. Un modo di essere, una forma di vita riconoscibile a prescindere, riconducibile all'anima di marco. Qualcosa di caratteristico in qualche modo, di unico, immutabile.
Allo stesso tempo se partiamo dal bios, l'ultimo livello, quello della vita qualificata, ovvero la vita politico-etica il problema non si risolve. Non basta definire il bios, cioè attualizzare un poter essere qualcosa, qualcuno per descrivere l'anima di marco. È qualcosa di più. In questo senso essa non può essere assimilata al ruolo, al compito che andrà ad assumere destinalmente nella vita. Come non la si può dedurre dalle sole opere, dal fare specifico, dai suoi prodotti (pro odos).
Insomma l'anima individuale non la si può ridurre a uno dei due poli, alla vita tout court in senso fisiologico, né a quella qualificata. Piuttosto sta lì in mezzo. Li tieni uniti senza articolarli.
Infatti a un altro livello l'anima è quanto permette all'interno di una vita di poter contemplare la propria potenza specifica all'interno di una operatività, di un'opera. Insomma è quanto all'interno di una vita porta a sospendere l'operatività rivolta a un fine, a un uso prefissato esponendola. Dandosi così a conoscere. Ovvero rendendo intellegibile un modo di essere per una coscienza. Solo a questo punto si riesce a scoprire il gioco del mondo. A smascherarlo. A non identificarsi più personalmente uscendo dallo stordimento, dall'abbaglio. A questo punto la potenza liberata si rende disponibile a un altro uso. Senza però ricadere più nel gioco delle identificazioni, cioè uscendo dal gioco dei ruoli, dal dover articolare nuove forme di vita in cui ricadere assorbiti completamente. Solo a partire dalla contemplazione della propria vita si riuscirà a trovare la forma di vita migliore. In questo caso a contare sarà piuttosto la ricerca dell'armonia, del giusto mezzo, il mesos bios all'interno della propria esistenza. Ovvero un modo di essere equilibrato, in sintonia a partire proprio da quei ruoli assegnati dal destino una volta smascherati, cioè dopo l'acquisizione di una nuova coscienza per viverli con un certo distacco.
L'anima è questo filtro, la resistenza che fa si di non essere più solo uno strumento banale di quanto ci precede, ci costituisce nelle fondamenta. In questo senso è anche il punto di contatto tra individuo finito e spirito infinito. É quanto fa da medium. Nè l'uno né l'altro. Ma quanto li fa coincidere insieme, coincidere ovvero cum cedere, ovvero cadere insieme. Lasciandoli sussistere entrambi senza articolarli, cioè senza appiattirli l'uno su l'altro. Così l'anima è quel rumore di fondo che lascia esprimere il tutto in una forma singolare. Dando luogo a una delle tante manifestazioni dello spirito. Senza poterlo identificare in nessuna in particolare. Se non nella moltitudine indefinita di queste, manifeste tutte insieme allo stesso tempo.

lunedì 1 dicembre 2014

Un sabato qualunque

Mestre è vicina.
Nel vagone poca gente.
Appena più avanti tre giovani si stanno preparando.
Un ragazzo, due ragazze.
Al massimo venti, ventidue anni l'età.
Per tutti la stessa meta.
Almeno così sembra.
Le serate del sabato lagunare da un po' divenuta la notte di tanti tiratardi da tutta italia.
Non mi sbaglio.
Scendiamo insieme.
Andate al pop corn?
No. In un locale lì da quelle parti.
Stasera arriva...
Non lo conosci?
Ma daj è famosissimo.
Risponde un po' sorpreso.
Se vuoi puoi unirti a noi.
Poi ti accompagniamo là.
Tanto è lungo la strada.
Fai il buttafuori?
Sul treno mi sembravi uno sbirro.
Proprio no.
La giovane ragazza al suo fianco mi squadra per qualche istante.
Sei un dj.
Già.
Sono da queste parti per una serata.
Sai anch'io sono un noto dj.
Risponde il ragazzo di prima.
Sono famoso anche all'estero.
Sono stato sotto la monoculare di Parigi.
Ora sono con la stessa etichetta degli aucan.
Tira fuori l'mp3.
Seduti sul marciapiede mi fa ascoltare il suo ultimo ep.
Niente male.
Monoloke il punto di riferimento.
Suoni pulitissimi, ricercatissimi.
Ritmiche complesse.
Forse lo stile compositivo è un po' superato.
Ma nell'insieme direi un ottimo prodotto.
Te lo spedisco. Dammi la mail.
Fuori della stazioni altri ragazzi hanno cominciato a invadere mestre.
I tanti capannoni industriali abbandonati sono stati riconvertiti a un nuovo inaspettato uso.
Sono diventati i nuovi templi della musica elettronica.
Dentro le loro stive enormi riescono a fagocitare fino a cinque seimila persone a serata. Importante per attirarle l'esca giusta. Il nome famoso.
Per tanti lo scopo principale al di là della buona musica è distruggersi.
Al bar il ragazzo tira fuori dal portafoglio più di 150 euro. Il medium per raggiungere tale scopo.
Vero potlach dei nostri tempi. Consumare tutto quanto accumulato nei riti di oggi. Quelli orchestrati da sapienti dj, manager in erba capaci di far funzionare la macchina secondo ferrei oleati dispositivi economici.
Non è facile.
Tanto lo sbatti.
Anche perché il sistema fa di tutto per renderti la vita difficile con cavilli legali fuori di testa, controlli a tappeto, multe quando possibile.
Ma è solo apparenza.
Tutto è funzionale al suo funzionamento.
Sono solo le facce della stessa medaglia.
L'uno specchio dell'altra.
Dopo una birra in un bar di fronte la stazione si fa un po' di strada insieme.
Poi mi indirizzano.
Vedi quel cartello luminoso laggiù?
C'è una scala.
Prendila.
Poi sotto vai a sinistra.
Completando l'informazione con un gesto della mano.
Ci sei?
Si tutto chiaro.
Trovare il locale non è difficile.
Dopo aver attraversato il lungo viadotto, la strada per collegare venezia con la terraferma, prendo le scale poi volto a sinistra. Scalino dopo scalino mi si mostra un livello assai fatiscente da periferia urbana. La stessa di tanti film americani.
Luci fioche, muri sporchi. Mattoni nudi di argilla anneriti dallo smog. Sotto le arcate del viadotto ci sono capannelli di persone fuori e dentro le macchine. Hanno la musica accesa a palla. Qualcuno si dimena, urla. Qui si prepara la serata. Imbottendosi di ogni ben di dio per accedere alla strada verso il paradiso o l'inferno. Fa lo stesso.
Al pop corn oggi a fare da padrona c'è la goa.
È stato chiamato un famosissimo dj.
Per lui si sono mossi da tutta italia.
Da perugia, bologna.
Tanti sono scesi dalle montagne.
Il tam tam mediatico ha funzionato.
In moltissimi hanno risposto.
Per entrare una lunga strettoia come per le bestie prima della tosa.
Ad attenderli al varco dei buttafuori di professione alti quasi due metri. Vestiti di nero come swarzenegger in terminator.
Entriamo.
E uso il plurale perché intanto ho conosciuto dei ragazzi umbri. Gli amici dei dj prima di me.
Sei della mattina.
La serata è finita.
Almeno per il sottoscritto.
Per molti deve ancora cominciare.
Ammassati all'entrata fanno pazientemente la fila per accedere dentro. Per loro la musica girerà fino alle dodici. Poi se non bastasse c'è l'after. A tirare dritto fino a sera.
È ora di fare i conti.
A aspettarmi fuori dalla sala c'è francesco.
È lui il cassiere.
Veramente ottima musica.
Ma ora a noi.
Allora?
Non so bene cosa dire.
Occhei quanto hai speso per il viaggio?
11 e 50.
Dalle tasche tira fuori un mazzo cospicuo di denaro. Con la stessa abilità di un banchiere estrae dieci euro.
Ej aspetta.
C'è pure il ritorno.
Un respiro.
Poi tira fuori altri dieci euro.
Mancano ancora tre euro.
Fa lo stesso.
Prendo lo zainetto, la borsa con tutto l'occorrente e alzo i tacchi.
Prima però faccio un salto nella sala principale.
È stata allestita secondo tradizione. Una grossa struttura tribale a moh di capanna bianca, nera e verde stile elfi. Da li una serie di tentacoli, ramificazioni organiche a avvolgere tutto. A progettarla un noto design venuto dal nord. In sala la solita musica goa di oggi. La si può apprezzare solo se si è su di giri. Se no fa abbastanza cagare. A quanto pare è stata studiata apposta per quelli già approdati in altre dimensioni. Per questo tutti si sono aiutati. Li vedi dagli occhi sfocati, il sorriso ebete, i ritmi lenti. Chissà in quale universo sono. Mi sento un alieno. Come se avessi di fronte dei corpi vuoti in attesa del loro spirito in trip. Beh rimane la curiosità di provare una volta sto viaggio.
Mi incammino verso la stazione sotto una leggera pioggerellina fine fine.
Con me una pletora di giovani allo sbando.
Tutti insieme a caccia del carro ferroviario giusto per fare ritorno a casa. In molti a consumare qualcosa al mcdonald della stazione. L'unico posto ancora aperto.
Dentro tra i tanti giovani c'è pure una signora in jeans coi capelle bianchi.
Come un pesce fuor d'acqua sta sul tavolo da sola.
Nell'attesa legge un libro dalle pagine ingiallite.
Il suo modo di evadere da lì.
6 e 54.
Il treno puntuale arriva sul binario.
Fine della storia.

mercoledì 5 novembre 2014

Spirito critico

Essere dotati, posseduti, affetti da uno spirito critico cosa significa?
Secondo il Devolo Oli l'aggettivo critico deriva dal greco krinos. Krinos indica il saper distinguere, giudicare. Tale aggettivo evoca anche una crisi, un punto di rottura. Punto critico, fase critica, temperatura critica, massa critica, indicano un punto sogliare dove le cose precipitano all'improvviso, cambiano di fase, si trasformano, si attivano.
Saper criticare richiede una particolare attenzione, una presenza non banale. Tale attenzione critica la si produce tramite una sconnessione, uno sfasamento da quanto si afferisce. Senza esagerare però. Altrimenti la realtà ci sfuggirebbe di mano, non sarebbe più immediatamente presente. Essere sconnessi significa non essere più soggetti, abbagliati, sedotti dal presente così com'è. Non essere affascinati dal presente significa non essere flashati dalla sua luce abbagliante. Riuscire a stare con gli occhi aperti nonostante l'abbaglio. Solo allora si riuscirà a vedere il buio, il vuoto da cui tutto nasce, si genera. Come quando mettendo gli occhiali scuri si riesce a vedere le macchie solari. Sa guardare il presente in modo critico chi è investito oltre dalla luce anche dal fascio di tenebre, dalle ombre del proprio tempo. Questo vuol dire non identificarsi. Solo chi ha uno spirito critico sa prendere le distanze dal flusso anonimo della vita. Ovvero sa vedere qualcosa di inattuale nell'istante presente, qualcosa che non coincide con se stesso, una frattura, un non risolto. Saper leggere il presente significa innanzitutto portare alla luce le distinzioni, gli schemi di pensiero, le figure storiche, i compiti ai quali siamo stati consegnati. Siano essi culturali, storico-politici, o naturali biologici. Vedere cosa ci muove, come funzioniamo, a quali fini, scopi siamo strumentalmente orientati. In quale modo le nostre potenzialità sono delimitate, usate, vincolate, contenute. Riuscire a liberare tali potenzialità non vuol dire destituire tali figure per opporvene altre alternative. È sufficiente riuscire a arrestarle, sospenderle deponendole. Ovvero significa saper rimanere sospesi nel negativo, nell'inoperosità per rompere la relazione, il rapporto a cui si era in precedenza legati. La parola legati deriva da legein, da cui logos. Uno dei significati di logos è anche rapporto. Insomma bisogna slogarsi, slegarsi. Riuscire a contemplare la propria potenza senza doverla riarticolare in nuove economie, scopi storici. Contemplare deriva da theorein, da thea ovvero vedere, da cui teoria. Tale destituzione libera la potenza in precedenza sottomessa a quelle figure storiche per renderla disponibile per un nuovo uso da armonizzare volta per volta con il flusso vitale, il ritmo del tutto, dello spirito. Senza esserne schiacciati, annullati. Anima è quel medio tra lo spirito e il corpo. Essa non è assimilabile, riducile né allo spirito né al corpo eccedendo entrambi. Una volta emersa nel soggetto assume il ruolo di mediatrice, di mezzo di comunicazione tra il tutto indifferenziato e l'individuo finito armonizzandoli.

martedì 4 novembre 2014

Amore

Amare è stare a contatto intimo con qualcosa, qualcuno di irriducibile senza scopo, senza finalità strumentali. Al di là di ogni rapporto, relazione. Senza cioè legarlo, vincolarlo, trattenerlo. Il noli me tangere insomma... Che è l'antitesi di non mi toccare... quanto piuttosto lo stare a contatto, senza che nulla trattenga, in pienezza, armonia, confidenza. Parousia... para ousia... essere accanto, presente, a portatata di mano, in prossimità ma solo per fede, fiducia, credito disinteressato. Quando si è abbracciati in contatto l'uno con l'altro è come mettere accanto lo jin e lo yang. Quando c'è amore non c'è prova... Esso si nutre di "sola fidei". Chi pensa che l'amore debba essere confermato è sulla strada sbagliata... L'amore è al di là della prova. In questo è oltre l'eros, l'innamoramento che nasce sempre da una mancanza, da una tensione verso.

domenica 19 ottobre 2014

La vie en rrose

Di notte.
In autostrada.
La performance di rrose è terminata da poco.
Ancora i timpani frastornati da tanto.
Al club adriatico la stagione è aperta.
Senza badare a compromessi si è fatto arrivare quanto di meglio sul mercato.
Direttamente da amsterdam.
Dove ha suonato la sera prima.
Un'ora solo.
Ma da paura.
Al club la serata era cominciata con un dj locale.
Per far capire la direzione una nebbia artificiale a coprire tutto.
Ad avvolgere i corpi come gli schiavi di michelangelo immersi nella pietra o i corpi in movimento di bacon tra il colore fluido.
Solo taglienti fendenti di luce a illuminarli radenti.
A farli emergere per qualche istante come fantasmi.
Poi di nuovo buio pesto.
Come immersi nell'oceano.
Senza punti di riferimento.
Si è da soli.
Consegnati al proprio vuoto interiore.
Mentre il corpo si muove a ritmo di tecno.
La più deep del momento.
Spiazzante, destabilizzante.
Implosiva fino alle viscere.
L'impianto il migliore da sempre.
Suoni bassi profondi ti attraversano come onde di terremoto.
Certo manca lo sporco noise dei tempi migliori.
Ma questo è un club.
Non un posto alternativo d'avanguardia.
Alla fine qualcosa si paga al mercato, al gusto comune.
Alle due rrose attacca.
Meglio stacca.
I ritmi martellanti si arrestano.
Con il fumo i suoni bassi, rarefatti ti avvolgono come in un magma denso. Non so per quanti minuti un urlo straziante monotonale in caduta libera.
Poi arrivano i colpi bassi.
Siamo sui 125 bpm in crescendo.
La tecno di oggi.
I pezzi pregiati da sempre in playlist te li vedi articolare uno dietro l'altro con una potenza inaudita.
Una discesa devastante nei recessi più intimi.
Impossibile contenere le urla.
Qualcosa di imperioso ti fa muovere fino a riempirti.
Un'euforia inspiegabile la risposta.
Con gli occhi chiusi.
Tanto anche aperti sarebbe lo stesso.
A dimenare il corpo senza più pensieri.
Come viene.
Quasi danzando leggeri sui cristalli.
Come tante canne mosse dalle onde basse soffiate con forza dalle casse sul soffitto.
Sulla strada del ritorno.
La stessa nebbia a avvolgere ogni cosa.
I fari tagliano la coltre quanto basta per vedere la linea continua bianca.
Gli occhi fissi sul parabrezza come fosse lo schermo di un videogiochi.
Ogni tanto fari amici a guidarci.
Incollati a distanza non li perdiamo di vista.
A loro ci affidiamo.
Come se al volante ci fosse dio in persona.
A volte invece da tanta caligine emerge la sagoma di auto indecise.
Senza pensarci su si pigia l'acceleratore per superarle prima possibile.
Meglio prevenire.
Non esserne alla mercè.
Ancora a risuonare le parole antiche di viaggiatori andati incontrati tanti autostop fa.
Quando c'è nebbia.
Mai rallentare.
Tirare dritti casomai.
Per stare davanti.
Non restare bloccati.
Ecco allora accelerare a fronte del primo ostacolo.
La lancetta si muove veloce.
Pochi metri.
Un altro veicolo di troppo.
Giù a pigiare sul pedale.
La macchina scivola decisa sulla strada in accelerazione spinta.
La velocità aumenta.
Nessuna paura.
Un altro stop ancora.
Via, andare oltre senza ripensamenti.
Più in fretta possibile.
Divorando l'asfalto.
Il tempo.
Ancora qualcuno a rallentare.
Si è quasi al limite massimo.
Il motore ruggisce.
Si viene appiccicati al sedile.
Accelerazione massima.
L'ultimo ostacolo.
Poi più nessuno.
L'auto in piena corsa lentamente solleva il muso.
Come un aereo stacca le ruote anteriori da terra.
Poi dopo poco anche le posteriori.
Senza più attriti va da sé.
L'ultima macchina è già sotto.
Via così.
Ancora più in alto.
Ora più niente a ostacolare la corsa.
Oltre la coltre la luna.
Lì in posa a mostrare impassibile il suo splendore riflesso.