martedì 20 gennaio 2015

Una questione di ritmo

Da qualche parte si era deciso il loro incontro.
Anche se non c'era la certezza.
Tante cose dovevano concatenarsi insieme perché succedesse.
Anche quel giorno il sole si era alzato presto.
L'aria era calda.
Quanto bastava per sgranchire le miofibrille.
Fatto capolino dal solito rifugio aveva ripreso a volare ronzando. Un suono così familiare da non sentirlo più. A colpirla invece una strana melodia lontana, una vibrazione bassa ripetuta come un mantra.
Lo stesso giorno rintanato nel solito buco aspettava. Con la luce o con il buio non faceva molta differenza. Da mesi era in attesa. Nel frattempo con tanta pazienza aveva tessuto quel tappeto delicato illuminato la mattina dalle gocce della rugiada attraversate dai primi raggi di sole. Non era molto grande. Quanto bastava per accogliere gli ospiti. Come ogni giorno immobile da un lato pizzicava le corde con sapienza per produrre una vibrazione armonica la più ammaliante. In molti si erano avvicinati per ascoltarla. Qualcuno ogni tanto si faceva avanti. Allora era festa grande.
Mentre volava spensierata quel suono si faceva sempre più presente. Al punto da catturare tutta la sua attenzione. Come attirata da un magnete non riusciva più a filare diritta. Quasi dimentica della meta aveva cominciato a disegnare traiettorie ondivaghe. Come fosse ubriaca. Più si avvicinava più quella musica la conquistava. Da lontano sembrava stesse danzando. Le veniva naturale di muovere il corpo sinuosamente chiudendo gli ocelli. Un giro, un altro ancora. Una picchiata verso terra. Poi a tutta birra verso il cielo. Passo dopo passo stava per arrivare alla fonte di quel suono meraviglioso. Tanto più si avvicinava tanto più le note venivano naturali al suo partner. Entrambi in trance, l'una per il suono, l'altro per la visione di quella danza erano alla ricerca del ritmo perfetto. Quello in grado di accordare pienamente i loro mondi fino al punto di farli coincidere.
Poi di colpo la danza si fermò.
Impossibile muovere le ali.
Come si fossero appiccicate a qualcosa di vischioso.
Ancora in preda a quella frenesia non capiva cosa stava succedendo. Tanta la voglia di ballare ancora.
A un certo punto la musica si arrestò.
Al suo posto solo battiti frenetici di passi in avvicinamento.
Il tappeto sottile dove si era fermata cominciò a ondeggiare paurosamente. Alla fine come previsto si incontrarono.

domenica 18 gennaio 2015

Congedo où les enfants du paradis

Le parole e le cose.
Parole, note, immagini, luoghi svuotati di senso.
Senza più cercare un mondo.
Pensare di averlo sopportato fino a allora la grande sfida, illusione.
Manierismo puro.
L'unica seria possibilità ancora.
Uscire dalla storia.
Senza negarla.
Solo svuotandola da dentro per pienezza.
Lasciandola essere.
La scrittura, la canzone perfette.
Perfettamente inutili.
Inconsistenti.
Con i segni evidenti delle microcrepe sparse dappertutto.
Oltre ogni scrittura del senso.
Autodisgregazione della pagina bianca.
Come don chichotte fa con lo schermo del cinema brandendo la spada nella rievocazione di welles.
Rimane un misto tra ilarità spiazzante e l'ennesima possibilità.
Sapendo questa volta di stare giocando solo col niente, il vuoto da sempre sullo sfondo.
Resta solo la contemplazione pura di una potenza (in questo caso romantica) agita senza altri fini.
Una rievocazione con letizia, con il sorriso sulle labbra.
Come se si stesse rivedendo tutta la vita passata oramai abbandonata però senza formulare giudizi. Osservandola da un altro livello. Nuove vie di fuga vissute, tracciate, create.
In ogni caso niente a che vedere con la nostalgia.
Solo un guardare bonario, pacificato quel passato lasciato essere senza più interrogarlo, indagarlo.
La stessa visione di chi dal paradiso gettasse per un attimo lo sguardo giù nella creazione.
Operazione questa nettamente distinta dalla rievocazione trash.
In quanto libera dalla pulsione di trasgressione, dalla legge del piacere, dal desiderio orgiastico affaccendato a triturare, profanare, desadizzare ogni cosa secondo i propri fini edonistici di transvalutazione. Niente letizia, al massimo un agire consapevole, condiviso, democratico nello scambio dei ruoli quando va bene.
Anche nel congedo si tratta di profanare, liberare tale livello dalla dimensione sacra trascendente per lasciarlo essere pacificamente, rispettosamente. Senza interrogarlo, agirlo ancora secondo una logica economica del valore transvalutato, ricodificato. Tutto è compiuto, realizzato, perfetto senza bisogno di replica. Certo sempre possibile la ricaduta, il rimescolare le carte, la riterritorializzazione. Ma questa è un'altra storia.


Tu sei la luce

mercoledì 7 gennaio 2015

Margini

Da un po' di giorni andava alla ferrovia.
Anche perché c'era un sole insolito per la stagione.
Nel corso degli anni i confini della no man's land si erano fatti ancora più stretti. La città continuava a inglobare nuove fasce di terra prima abitate solo da ratti, senzatetto, clandestini.
Pure le nutrie del canale avevano dovuto fare i bagagli per spostarsi un po' più a valle.
Restava solo quella fascia desolata percorsa da linee ferrate arrugginite raramente in uso.
Altri prima di lui avevano scavalcato la rete, percorso quei sentieri di mattoni in cemento. A testimoniarlo bottiglie vuote, scarpe rotte, vestiti abbandonati.
Da un lato la città, meglio i confini abitati. Dall'altro il CNR, il nuovo polo scientifico in procinto di essere ultimato. Due grossi edifici in muratura rossa ai lati del canale dalle linee possenti. Non senza il vezzo di qualche fuga spiraliforme giusto per ostentare qualcosa.
Lungo il camminamento in cemento tante mattonelle fuori posto. Dentro le canaline i fili elettrici a nudo.
Un saltello e via per continuare il viaggio lungo i binari.
A un certo punto una pietra sistemata al contrario.
Un segno?
La sollevò.
Sotto solo la pelle secca di una biscia.
La tana di muta di una nuova rinascita.
Da alcuni giorni era solito fermarsi a prendere il sole in una di quelle case di manovra a fianco della ferrovia nei posti di snodo.
Per arrivarci bisognava superare il ponte.
Il punto più stretto, il più alto.
Da li sopra si poteva vedere un insolito panorama.
Sotto il canale ridotto a una strisciolina scura ondulata.
Sullo sfondo la città con i suoi palazzi disordinati.
Dall'altro lato la periferia.
Scampoli di campi coltivati a tappezzare gli spazi vuoti tra centri commerciali, capannoni industriali fatiscenti. Un miscuglio confuso di realtà poco conciliabili.
Anche quel giorno prima di passare si assicurò di non vedere nessun treno merci all'orizzonte. Gli unici a solcare ancora quella tratta. Si buttò sul fianco destro del ponte, poi superatolo riprese il sentiero in cemento tracciato a fianco dei binari fino a arrivare a destinazione.
I mattoni rossi della parete erano già caldi.
Il posto ideale per attutire la temperatura nonostante tutto invernale.
Quel giorno si fermò più del solito.
Fino a allora non aveva mai visto nessuno.
Solo tracce di vita randagia qua e là.
Un suono improvviso di frasche mosse lungo il greppo.
Il fumo da una capanna improvvisata in legno e lamiera nascosta tra la vegetazione.
Le voci riverberate dal campo rom non troppo distante.
L'accelerazione di una macchina nella strada secondaria sottostante.
Su tutto il rumore di fondo della città.
A un certo punto la sua attenzione fu catturata dal movimento rapido di un'ombra nera all'orizzonte. Pochi passi veloci per attraversare i binari prima di scomparire nella casa di manovra lì poco lontano.
Dopo un po' dei rumori di sassi calpestati dalla parte opposta.
Un signore con una giacca a vento verde militare.
Ha appena superato il ponte.
Lentamente va dalla sua parte.
Lo vede.
Rallenta vistosamente.
Attraversa indeciso la ferrovia.
Per scomparire da dov'era venuto.
Forse si dirigeva proprio là.
Per sedersi su quella pietra fatta a posta per prendere il sole.
Difficile saperlo.
Con sua sorpresa quei posti all'apparenza deserti erano invece abitati da un'umanità schiva poco incline a lasciarsi inquadrare. Abituata a vivere nell'ombra, lontano più possibile da un certo uomo “civilizzato”.

domenica 28 dicembre 2014

Il canto in lingue come anagramma del nome di dio

Secondo gli ebrei le parole derivano dall'anagramma del nome di dio, cioè dalla sua dispersione, disseminazione. A ciò va aggiunto il valore di rappresentazione che esse hanno assunto. Il compito di referenziare un mondo coerente per qualcuno. Ingabbiando in questo modo il potenziale insito nel significante puro. Obbligandolo a essere qualcosa di determinato.
Liberando le parole da tale ruolo si prova a restituire “quel massimo di energia nei segni”. Tale è l'efficacia simbolica dei segni. Cosa significa segno simbolicamente efficace? Quando un segno diventa efficace al di là del suo uso referenziale. Per non accollarsi piú il mondo sulle sue spalle, il suo peso. Per avere la stessa leggerezza del fuoco, del fumo capaci di librarsi verso l'alto nello stesso momento in cui la materia organica si dissolve in cenere. Bruciare, consumare per elevarsi. Lo spirito l'elemento residuale di tale operazione. Quanto si manifesta di concomitante a tale processo di dissoluzione. Per questo il fuoco è divenuto un messaggero tra la terra e il cielo. Anche le parole come il fuoco possono aprire a nuove dimensioni, a nuovi piani di realtà. Quando oltre qualsiasi rapporto logico economico di significazione si aprono a uno scambio simbolico. Libere da tutto quanto le obbligano destinalmente a significare codici significanti presupposti. Syn-balleyn, mettere insieme qualcosa che si è rotto, spezzato. L'unità andata in frantumi. Far coincidere la parte con il tutto. Uno scambio impossibile. Oltre ogni logica economica. E non si tratta di rimettere insieme i cocci per accumulazione tentando di rinsaldarli, articolarli insieme. Questo è quanto prova a fare ogni discorso, ogni narrazione. No qui si tratta piuttosto di un atto di fede cominciando a neutralizzare il senso, i significati. Far coincidere il tutto con la parte, nel senso di farli cadere, accadere insieme. Senza più nessuna logica causale, né rapporto, né vincoli. Per aprirsi in potenza. Stare insieme, mettere insieme senza motivo, senza finalità precostituite. Far accadere neutralizzando e le parti e il tutto, confondendoli insieme. Forse così le parole verranno liberate dal loro significato profano, dal mondo precostituito per aprirle al-(l'im)-possibile, all'altro. Restituendole così al loro fine di medium con l'altro, con gli altri mondi. Per essere solo porta, apertura pura, vibrazione armonica, linea di fuga. Forse così riacquisteranno la loro forza operativa. Non per inseguire nostalgicamente quanto è andato perduto, ma per generare tutto quanto era da sempre in potenza, senza ingabbiarlo in un atto conclusivo. Senza pensare di arrestare le parole, ma farle fluire, sapendole lasciare andare e tornare liberamente, facendole vibrare. Per innalzarsi ancora. Come fa il fuoco. Le parole “sono semplicemente rese allo scambio”, si rendono disponibili. Grado zero di significazione, chenòsi del senso come apertura massima a tutte le significazioni possibili. Allora forse si raggiungerà anche il godimento. Infatti il godimento non si ottiene nell'effettuare strumentalmente una forza, ovvero nel compimento di un atto finalizzato, cioè nella realizzazione, compimento di un opera. Ma si ottiene quando si libera la potenza nell'atto stesso, cioè agendo l'impotenza. Nella contemplazione di tale potenza, di tale tensione insita in ogni opera sta la bellezza. La contemplazione della dynamis, della dinamicità del movimento puro.
Di questa parola non resta nulla, ed essa non si accumula da nessuna parte, perchè il potere [in senso negativo] è residuo di parola”. Nel senso che è residuo di valore, di ciò che vale, obbliga di conseguenza. Il nome di dio non va pronunciato, ma solo disperso, disseminandolo senza più resti di valore. Solo morendo, nel sacrificio di se stessi, di dio, del desiderio, di quanto ci si aspetta, di quanto si vorrebbe, solo abbandonando tutto quanto partorito dall'ego che nuovi mondi appariranno. Al di là del soggetto, al di là del bene e del male, al di là del potere inteso come “forza di legge”, ovvero forza obbligante a qualcosa di dato. Il sacrificio al di là di ogni tentativo rituale di contenerlo è invece violenza pura, liberatrice, violenza deponente che non si costituisce più in un nuovo potere. Ė potenza pura all'occorrenza, del qui e ora, per dare forma volta per volta, istante per istante. Come fa iside ricomponendo all'occorrenza il corpo smembrato di osiride.
Tornando alla disseminazione essa non va confusa con la emanazione. Sarebbe ancora una volta pensare a dio come a qualcosa di persistente, che preesiste, che continua a dare forma, a influire. No. Dio quando muore, muore. Poi risorge dal nulla, non dai suoi resti. Emerge dal nulla ogni volta. Dal nulla nel senso anche di vuoto. Dall'assenza. Ogni volta appare, si manifesta nella concertazione di finito e infinito, niente, tutto. Espressione di una coincidenza fortuita. Poteva essere come non essere. Se è, è per piacere, per diletto. Perché a prevalere è la gioia. Si spera di tutti.
A morire in croce è la regalità, la verità, la via, la vita, dio stesso. Non può essere credibile da ciò nessun esoterismo, nessun messaggio nascosto da ricercare tra le righe come un codice segreto informatore, preformatore. “Nessun significato profondo, nessun re-investimento, se prima non si lascia tutto, non lo si lascia morire fino in fondo lasciandolo essere come fantasma”. Lasciare andare corpo e spirito. Essere lo psicopompo di dio per non portarlo da nessuna parte. Dis-perderlo soltanto, neutralizzarlo, volatilizzarlo, senza sacralizzare piú niente. Conta solo il piano d'immanenza, il flusso, il divenire puro. Aspettare nel sepolcro la rinascita possibile. Non prima di essere transitati negli inferi, nei propri incubi, per liberare i fantasmi, lasciandoli andare via per sempre senza legarli a qualcosa, a qualcuno, dio, il valore. Per incontrarlo ancora prima va esorcizzato, anatemizzato, ridotto allo zero assoluto, al vuoto, al nulla, cioè al grado zero di valore, di significazione. Il nichilismo è l'operatore metafisico di tale trasformazione, della transustansazione, del nuovo transito. In fondo per scoprire i buchi neri ci si è dovuti prima svincolare dall'abbaglio della luce delle stelle. Nel fare vuoto il mistico non trova dio ma il vuoto. Chi pensa di trovarvi dio, qualcosa, qualcuno non è sceso abbastanza nella notte dello spirito. Al limite, se gli va bene, può trovare a una spanna da lui la realtà impercettibile, il reale al di là di ogni immaginazione

mercoledì 17 dicembre 2014

Radice di due

Sempre di corsa.
Andare avanti per fare vuoto.
Liberarsi di zavorre secolari.
Annullare dispositivi.
Senza un attimo di tregua.
Un fare senza più meta.
Per non lasciare residui.
Resti vivi capaci di risorgere dalle ceneri come fantasmi.
Sospendere tutto.
Accelerando.
Per arrivare a essere potenza pura seppur dinamicamente.
Un operare, un muoversi nella speranza di trovarsi prima o poi.
O perdersi del tutto.
Alla fine la stessa cosa.
Un giorno, si fermò per un attimo.
Si voltò indietro.
Non c'era nessuno.
Solo silenzio, vuoto cosmico.
Da solo.
Tra sé e sé.
Ancora un eco, una duplicazione, una dispersione, una disseminazione.
Senza perdere altro tempo si alzò.
Senza indugiare oltre si gettò nel vuoto.
Senza voltarsi più

martedì 9 dicembre 2014

Anima

Che cos'è l'anima?
Per qualcuno è la vita stessa. Ciò che anima il corpo da dentro, quanto ci fa essere vivi. Il soffio vitale.
Se le cose stanno così il problema diventa come definire la vita.
Per i greci antichi la vita si dice in due modi.
Da un lato c'è la zoè. La vita tout court. Ovvero la vita biologica, corporea a tutti universale. Il substratum da cui si innestano poi tutti gli altri livelli. È a partire da questo livello che può esistere l'anima di marco e via dicendo. Ovvero quella parte di vita riconducibile a dei caratteri specifici. Quel livello di vita in grado di rispondere, ovvero di essere responsabile, per questo, secondo alcuni schemi di giudizio, di giustizia, imputabile. E grazie a essa se ci si identifica in qualcosa, qualcuno, a un fare.
Eppure l'anima di marco non è affatto riconducibile né a un'idea astratta di anima, né al solo corpo. Perché questo cambia nel tempo. Allo stesso tempo però qualcosa di invariante rimane. Un modo di essere, una forma di vita riconoscibile a prescindere, riconducibile all'anima di marco. Qualcosa di caratteristico in qualche modo, di unico, immutabile.
Allo stesso tempo se partiamo dal bios, l'ultimo livello, quello della vita qualificata, ovvero la vita politico-etica il problema non si risolve. Non basta definire il bios, cioè attualizzare un poter essere qualcosa, qualcuno per descrivere l'anima di marco. È qualcosa di più. In questo senso essa non può essere assimilata al ruolo, al compito che andrà ad assumere destinalmente nella vita. Come non la si può dedurre dalle sole opere, dal fare specifico, dai suoi prodotti (pro odos).
Insomma l'anima individuale non la si può ridurre a uno dei due poli, alla vita tout court in senso fisiologico, né a quella qualificata. Piuttosto sta lì in mezzo. Li tieni uniti senza articolarli.
Infatti a un altro livello l'anima è quanto permette all'interno di una vita di poter contemplare la propria potenza specifica all'interno di una operatività, di un'opera. Insomma è quanto all'interno di una vita porta a sospendere l'operatività rivolta a un fine, a un uso prefissato esponendola. Dandosi così a conoscere. Ovvero rendendo intellegibile un modo di essere per una coscienza. Solo a questo punto si riesce a scoprire il gioco del mondo. A smascherarlo. A non identificarsi più personalmente uscendo dallo stordimento, dall'abbaglio. A questo punto la potenza liberata si rende disponibile a un altro uso. Senza però ricadere più nel gioco delle identificazioni, cioè uscendo dal gioco dei ruoli, dal dover articolare nuove forme di vita in cui ricadere assorbiti completamente. Solo a partire dalla contemplazione della propria vita si riuscirà a trovare la forma di vita migliore. In questo caso a contare sarà piuttosto la ricerca dell'armonia, del giusto mezzo, il mesos bios all'interno della propria esistenza. Ovvero un modo di essere equilibrato, in sintonia a partire proprio da quei ruoli assegnati dal destino una volta smascherati, cioè dopo l'acquisizione di una nuova coscienza per viverli con un certo distacco.
L'anima è questo filtro, la resistenza che fa si di non essere più solo uno strumento banale di quanto ci precede, ci costituisce nelle fondamenta. In questo senso è anche il punto di contatto tra individuo finito e spirito infinito. É quanto fa da medium. Nè l'uno né l'altro. Ma quanto li fa coincidere insieme, coincidere ovvero cum cedere, ovvero cadere insieme. Lasciandoli sussistere entrambi senza articolarli, cioè senza appiattirli l'uno su l'altro. Così l'anima è quel rumore di fondo che lascia esprimere il tutto in una forma singolare. Dando luogo a una delle tante manifestazioni dello spirito. Senza poterlo identificare in nessuna in particolare. Se non nella moltitudine indefinita di queste, manifeste tutte insieme allo stesso tempo.

lunedì 1 dicembre 2014

Un sabato qualunque

Mestre è vicina.
Nel vagone poca gente.
Appena più avanti tre giovani si stanno preparando.
Un ragazzo, due ragazze.
Al massimo venti, ventidue anni l'età.
Per tutti la stessa meta.
Almeno così sembra.
Le serate del sabato lagunare da un po' divenuta la notte di tanti tiratardi da tutta italia.
Non mi sbaglio.
Scendiamo insieme.
Andate al pop corn?
No. In un locale lì da quelle parti.
Stasera arriva...
Non lo conosci?
Ma daj è famosissimo.
Risponde un po' sorpreso.
Se vuoi puoi unirti a noi.
Poi ti accompagniamo là.
Tanto è lungo la strada.
Fai il buttafuori?
Sul treno mi sembravi uno sbirro.
Proprio no.
La giovane ragazza al suo fianco mi squadra per qualche istante.
Sei un dj.
Già.
Sono da queste parti per una serata.
Sai anch'io sono un noto dj.
Risponde il ragazzo di prima.
Sono famoso anche all'estero.
Sono stato sotto la monoculare di Parigi.
Ora sono con la stessa etichetta degli aucan.
Tira fuori l'mp3.
Seduti sul marciapiede mi fa ascoltare il suo ultimo ep.
Niente male.
Monoloke il punto di riferimento.
Suoni pulitissimi, ricercatissimi.
Ritmiche complesse.
Forse lo stile compositivo è un po' superato.
Ma nell'insieme direi un ottimo prodotto.
Te lo spedisco. Dammi la mail.
Fuori della stazioni altri ragazzi hanno cominciato a invadere mestre.
I tanti capannoni industriali abbandonati sono stati riconvertiti a un nuovo inaspettato uso.
Sono diventati i nuovi templi della musica elettronica.
Dentro le loro stive enormi riescono a fagocitare fino a cinque seimila persone a serata. Importante per attirarle l'esca giusta. Il nome famoso.
Per tanti lo scopo principale al di là della buona musica è distruggersi.
Al bar il ragazzo tira fuori dal portafoglio più di 150 euro. Il medium per raggiungere tale scopo.
Vero potlach dei nostri tempi. Consumare tutto quanto accumulato nei riti di oggi. Quelli orchestrati da sapienti dj, manager in erba capaci di far funzionare la macchina secondo ferrei oleati dispositivi economici.
Non è facile.
Tanto lo sbatti.
Anche perché il sistema fa di tutto per renderti la vita difficile con cavilli legali fuori di testa, controlli a tappeto, multe quando possibile.
Ma è solo apparenza.
Tutto è funzionale al suo funzionamento.
Sono solo le facce della stessa medaglia.
L'uno specchio dell'altra.
Dopo una birra in un bar di fronte la stazione si fa un po' di strada insieme.
Poi mi indirizzano.
Vedi quel cartello luminoso laggiù?
C'è una scala.
Prendila.
Poi sotto vai a sinistra.
Completando l'informazione con un gesto della mano.
Ci sei?
Si tutto chiaro.
Trovare il locale non è difficile.
Dopo aver attraversato il lungo viadotto, la strada per collegare venezia con la terraferma, prendo le scale poi volto a sinistra. Scalino dopo scalino mi si mostra un livello assai fatiscente da periferia urbana. La stessa di tanti film americani.
Luci fioche, muri sporchi. Mattoni nudi di argilla anneriti dallo smog. Sotto le arcate del viadotto ci sono capannelli di persone fuori e dentro le macchine. Hanno la musica accesa a palla. Qualcuno si dimena, urla. Qui si prepara la serata. Imbottendosi di ogni ben di dio per accedere alla strada verso il paradiso o l'inferno. Fa lo stesso.
Al pop corn oggi a fare da padrona c'è la goa.
È stato chiamato un famosissimo dj.
Per lui si sono mossi da tutta italia.
Da perugia, bologna.
Tanti sono scesi dalle montagne.
Il tam tam mediatico ha funzionato.
In moltissimi hanno risposto.
Per entrare una lunga strettoia come per le bestie prima della tosa.
Ad attenderli al varco dei buttafuori di professione alti quasi due metri. Vestiti di nero come swarzenegger in terminator.
Entriamo.
E uso il plurale perché intanto ho conosciuto dei ragazzi umbri. Gli amici dei dj prima di me.
Sei della mattina.
La serata è finita.
Almeno per il sottoscritto.
Per molti deve ancora cominciare.
Ammassati all'entrata fanno pazientemente la fila per accedere dentro. Per loro la musica girerà fino alle dodici. Poi se non bastasse c'è l'after. A tirare dritto fino a sera.
È ora di fare i conti.
A aspettarmi fuori dalla sala c'è francesco.
È lui il cassiere.
Veramente ottima musica.
Ma ora a noi.
Allora?
Non so bene cosa dire.
Occhei quanto hai speso per il viaggio?
11 e 50.
Dalle tasche tira fuori un mazzo cospicuo di denaro. Con la stessa abilità di un banchiere estrae dieci euro.
Ej aspetta.
C'è pure il ritorno.
Un respiro.
Poi tira fuori altri dieci euro.
Mancano ancora tre euro.
Fa lo stesso.
Prendo lo zainetto, la borsa con tutto l'occorrente e alzo i tacchi.
Prima però faccio un salto nella sala principale.
È stata allestita secondo tradizione. Una grossa struttura tribale a moh di capanna bianca, nera e verde stile elfi. Da li una serie di tentacoli, ramificazioni organiche a avvolgere tutto. A progettarla un noto design venuto dal nord. In sala la solita musica goa di oggi. La si può apprezzare solo se si è su di giri. Se no fa abbastanza cagare. A quanto pare è stata studiata apposta per quelli già approdati in altre dimensioni. Per questo tutti si sono aiutati. Li vedi dagli occhi sfocati, il sorriso ebete, i ritmi lenti. Chissà in quale universo sono. Mi sento un alieno. Come se avessi di fronte dei corpi vuoti in attesa del loro spirito in trip. Beh rimane la curiosità di provare una volta sto viaggio.
Mi incammino verso la stazione sotto una leggera pioggerellina fine fine.
Con me una pletora di giovani allo sbando.
Tutti insieme a caccia del carro ferroviario giusto per fare ritorno a casa. In molti a consumare qualcosa al mcdonald della stazione. L'unico posto ancora aperto.
Dentro tra i tanti giovani c'è pure una signora in jeans coi capelle bianchi.
Come un pesce fuor d'acqua sta sul tavolo da sola.
Nell'attesa legge un libro dalle pagine ingiallite.
Il suo modo di evadere da lì.
6 e 54.
Il treno puntuale arriva sul binario.
Fine della storia.